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—Fuggita s'è Marfisa! Ipalca manca! la borsa è andata!—Bradamante strilla, si batte il viso e poi l'una e l'altr'anca, grida a Rugger che si debba seguilla. Disse Rugger:—Quando sarete stanca, terminerete di suonar la squilla: la mia sciagura abbastanza mi pare, senza far la contrada sollevare.—
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Ruggero se n'andava a Carlo Mano; rimase la consorte disperata, che, piangendo in baritono e in soprano, ha intorno la famiglia radunata. La tien don Guottibuossi per la mano, e promette gran cose all'impazzata: talor minaccia i cagnolin parecchi, che, al pianto urlando, intruonano gli orecchi.
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Ruggero a Carlo Magno la sventura narra, e soccorso al suo caso dimanda. In traccia, di Parigi entro le mura, l'imperatore di Marfisa manda; ma gli è sí rimbambito di natura, che fuor che il letto e un'ottima vivanda nulla conosce, e a Rugger dimandava chi fosse, dieci volte, e replicava.
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Massimamente, morto il Maganzese Ganellon traditore, il suo mignone, Carlo è col capo fuori del paese, e risponde al contrario alle persone. Venne la nuova che nessun francese sa di Marfisa, donde il re Carlone disse a Rugger con viso sonnolento: —Ben guarda, ella sará nel suo convento.—
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Rugger perdé la pazienza un tratto; volta la schiena e borbottando parte. —Perdio!—dicea—l'imperatore è matto.— Chiama Dodone e Orlando da una parte, anche il danese consigliava il fatto; e si concluse che gettasse l'arte Malgigi, per saper dalla magia dove Marfisa con Ipalca sia.