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Tra la rabbia, il furore e i patimenti e l'amor pel guascone, che conserva, sentí Marfisa un dí scuotersi i denti, e volse il viso pallido alla serva, dicendo:—Io sento ribrezzi e accidenti e una debolezza che mi snerva: mi duole il capo ed ho la bocca amara.— Rispose Ipalca:—Questa è febbre chiara.—
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Disse Marfisa:—Io ti darò un susorno; altro non mi sai far che triste augurie;— e grida al postiglion che suoni il corno, sferzi i cavalli, ed entra nelle furie; e benché porti una gran febbre intorno, non lascia le minacce né l'ingiurie, ma alfin la febbre d'una buona razza basta a frenare anche una donna pazza.
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E convenne far alto in un villaggio. perché Marfisa piú non si reggea. Or quasi Ipalca ha smarrito il coraggio per il finto marito che gemea, e dice:—Eccovi alfin quel dal formaggio. Caro Gesú! fuggir non si dovea.— Marfisa è oppressa, ma l'ha minacciata con una guardatura spiritata.
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Prendesi alloggio, ed all'uomo-fanciulla venne un dottor d'una trista figura. Di villa egli è, ma il capo non gli frulla, ne sa quanto un Macope ad una cura, perché l'arte sapea di non far nulla e di lasciar l'imbroglio alla natura. Tocca il polso, l'orina vuol vedere, e poi dice:—Ha la febbre il cavaliere.
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Diman verrò, vederem, penseremo; non mangi, e beva generosamente.— Marfisa al suo partir diceva:—Fremo; costui è un asin risolutamente.— Torna il dottor, che par di cervel scemo, con un passo ed un viso sonnolente, ritocca il polso, vuol l'orina, e guata, poi dice:—Questa febbre è declinata.