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Diceva un altro:—Notate voi bene come fa grande il foco al purgatorio? come per levar l'alme dalle pene chiede danar per lui dall'uditorio? So che cappon, c'hanno tante di schiene, purgan nel suo paiuol brobo in martorio, e che un gran foco nella sua cucina tormenta ariste di vitella fina.
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—Comprendereste voi che voglia dire quel non rubar?—diceva un villan scaltro. —V'aggiugni un «ciò che tu non puoi ghermire», e tosto intenderai—diceva un altro. —Naffe! tu parli meglio del Dies irae— gridavan tutti,—senz'altro, senz'altro.— Qui i villanzon rideano alla distesa del lor piovan che predicava in chiesa.
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Marfisa, con Ipalca uscita anch'ella, stava ascoltando i villan risvegliati, e poi diceva alla sua damigella: —Benedetti i scrittori illuminati! Diffusa è sí la scienza novella, che son sino i villan spregiudicati: questi pretacci e fratacci ghiottoni finito han di strippar co' lor sermoni.—
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Faceva Ipalca il grugno di bertuccia e rannicchiava il collo nelle spalle, co' detti di Marfisa si coruccia, di Giosafat rammemora la valle. Un riso alla bizzarra fuori smuccia, dicendo:—Vatti appiatta nelle stalle. Come concordi, beata Verdiana, la santitá col farmi la ruffiana?
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—Oh, Maria del rosario!—rispondeva Ipalca—io tutto fo per un buon fine.— Allor Marfisa piú forte rideva, ischiamazzando come le galline. Ognun di que' villani rifletteva che si godesse delle lor dottrine, dicendo:—Quello è un paladin, ch'approva che noi sappiam dove la lepre cova.