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S'egli ha campagne, a fitto le torremo; quanto al rubar, veggiam ch'egli è in accordo; alle guagnel lo rigoverneremo; ognun dal canto suo spennacchi il tordo.— La predica frattanto era all'estremo di quel piovan, che predicava al sordo; la turba in chiesa ad ascoltar tornava quel rocchio della messa che restava.
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A questo passo Turpin moralista fa parecchi riflessi, ch'io vi taccio. Forse la sua moral parrebbe trista a un secol ripurgato per lo staccio. De' paladin l'esempio lo rattrista, e vuol la correzion del popolaccio dipendente da quel; ma veramente Turpino fu scrittor di poca mente.
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Perché voleva che la religione utile fosse anche dal tetto in giuso. Quanto alle ruberie delle persone, sí corto fu che le chiamava abuso, e prese un granchio a chiamar «corruzione» alla coltura perspicace e all'uso; dond'io d'epilogarvi non mi degno i riflessi d'un uom di poco ingegno.
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Marfisa è in nerbo, e la posta ritoglie; corre come un dimon verso la Spagna con la sua imbellettata finta moglie, che col rosario in mano l'accompagna. Turpin la briga a narrarci si toglie alcune coserelle, e pur si lagna, vedute da Marfisa, e scrive e ciancia delle cittá e castella della Francia.
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Giugnendo la bizzarra in qualche terra, o vuoi castello o cittá provinciale, metteva del calesse il piede a terra, e per gire a' caffè metteva l'ale. In alcun luogo, se Turpin non erra, il caffè si bevea dallo speciale. Basta, di quelle adunanze Marfisa lasciò un itinerario ben da risa.