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In quel caffè venien certe figure da' paladin antichi discendenti, abitanti in castei pien di fessure, puntellati i canton, rotti e pendenti, con le finestre metá di scritture, metá di vetri avanzati dai venti, e con porte che, chiuse, non che a' sorci, non impedien l'ingresso a' cani, a' porci.

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Parte aveano gabban di Salonicchio, certi spadon, certe scarpe infangate, da ciabattin rimesso qualche spicchio, certe calze da sprazzi indanaiate, cappellini tignosi e come un nicchio, cappellon con le alacce mal puntate; e tuttavolta ognuno avea sua scusa, dicendo:—Oggi a Parigi questo s'usa.—

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Entravane un con faccia larga e grassa, rossa pel vin, pel sole abbrustolita, con la parrucca come una matassa di lin, non ripurgata o ribollita, che per le guance penzolava bassa, con la coduzza dietro di tre dita: entrando, a tutti facea riverenza, e poi siedeva con magnificenza.

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Un altro con la faccia lunga e nera ha le banduzze corte e inanellate, un parrucchin con gli aghi e con la cera, con sevo e gran farina impastricciato; e nondimen con una sicumera nella bottega a seder era entrato, che mettea suggezione a tutti quanti, perocch'era un di quei che aveano i guanti.

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Era quel parrucchino una letizia, sul viso lungo e ner, sí corto e bianco; e la bizzarra gli facea giustizia, ridendo sí che le scoppiava il fianco. Quel gentiluom non entrava in malizia, ché di sé troppo è persuaso e franco; ma giudicando con sua fantasia, sorride anch'ei per social pulizia.