Dodone aveva scorsa l'Inghilterra, invano di Marfisa ricercando. Qui d'un suo portafogli, che disserra, ben mille commession venne cavando, ché al partir di Parigi un serra serra aveva avuto di «vi raccomando», sentendo ch'ei di Londra va a' confini, da cavalieri e dame e paladini.

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Spiegando i bullettin, che avea riposti per la gran fretta senza fare esame, legge che astucci e oriuoli avean posti, catene, tabacchiere e vasellame, mille lavor fantastici e supposti, e tutto d'oro e niente di rame; indi guaine o vuoi stivali o guanti per certe dita de' moderni amanti.

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Certe manteche stimolanti ed atte a risvegliar la snervata lussuria; certi spiriti ed acque ad arte fatte, che metton nelle reni della furia; e cento libri osceni e cose stratte contro contro al ciel, contro la romana curia, e insegnamenti a creder solamente nel vin, ne' cibi e al coito allegramente.

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Il bello era a veder ne' bullettini, massime in que' che i libri ricercavano, le scritte commession da' paladini, di spropositi piene, che fummavano. Parean note dell'arte de' facchini a tal che appena si raccapezzavano; pur volean libri usciti sul Tamigi, per fare i letterati per Parigi.

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Fu per scoppiar di rabbia Dodon santo; ma finalmente si metteva a ridere, gridando:—O paladini, o secol, quanto cercate il mal dal ben scêrre e dividere! Beata etá, se tanto mi dá tanto, chi retto può dell'avvenir decidere? Felici tutti i secol che verranno dietro la traccia di costor che sanno.—

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