—No—grida il conte,—vessazion piú fiera dell'esporti al casotto potea darti; la berlina, la frusta e la galera potean giugnere ancora a tribolarti. Vedi che inaspettato questa sera a Vienna m'ha spedito a sollevarti.— Grato Morgante allora è al ciel rivolto, ché frusta né galea non l'abbia còlto.
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Coll'impressario il roman senatore ebbe molte parole e molta pena per liberar Morgante, ché il signore ha una scritta peggior d'una catena. Il conte è pien dell'antico furore; colui non par che lo badasse appena, e disse:—Piú non s'usano i bestiali; cantan le carte e sonvi i tribunali.—
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Dal suo procurator corre volando. Ecco un messo togato viene ansante, che intima una gran pena al conte Orlando e nel casotto sequestra il gigante; poi cita il senator, per non so quando, a non so quale tribunal davante. Quest'ordin, questo messo, queste carte fecero smemorare il nostro Marte.
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E cominciava gli occhi a stralunare, dicendo:—O Dio del ciel, che cosa è questa! può la giustizia un furbo spalleggiare? qual è la triste azion, qual è l'onesta?— E volea lo staggito via menare. Morgante ride e crollava la testa, dicendo:—Ecco per me, caro campione, della galera la tribolazione.—
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Molti tedeschi Orlando han consigliato a non commetter criminal per certo, perocché avrebbe in tutto rovinato nel vero punto la question del merto. —Voi avete avversario un avvocato —dicean—ch'è ben inteso e molto esperto, e saprá côr vantaggio in sui trapassi: bisogna misurar l'ordine e i passi.—
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