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Donde intuonava quasi ogni momento la somma antichitá del suo casato. Credo e' dicesse discendea dal vento e d'aver sangue netto di bucato. Ma si ridusse alfin in sí gran stento, che piú in Guascogna non era guardato, e stava per morirsi dalla fame, e mal dormia, pisciando in un tegame.

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Mi piacque un caso che di lui si legge. A un creditor, che gli era sempre a fianco, disse un dí:—Tu mi par di buona legge. Io mi vo' far di quel debito franco, s'io ne dovessi andare a pezzi e in schegge, perocché tu debb'esser molto stanco. Io deggio darti que' ducati mille, che sento al cor per altrettante spille.

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Ho un capital che agli antenati miei costò tremila scudi e piú qualcosa. Io tel vo' dare, e immaginar ti déi che m'esce dalle viscere tal cosa. Sino a un grosso il dí piú chieder potrei d'investitura tanto preziosa. Danne mille in aggiunta al mio dovere, e l'istrumento cedo in tuo potere.—

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Il creditor col dito il cielo tocca, e disse:—Io vo' veder l'investitura.— Filinor nelle mani gli raccocca in una pergamena una scrittura. Colui, leggendo pian, mena la bocca; vide ch'egli era d'una sepoltura un acquisto, che fecion gli antenati di Filinoro, in chiesa a certi frati.

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Quel poveruom perdé la pazienza: come un castrato s'è messo a gridare. Filinor diede mano all'eloquenza, e seppe in modo tal ciaramellare, e lo rimise tanto in coscienza, e il fece cosí bene intabaccare, che gli trasse di scudi piú di cento, facendo la cession del monumento.