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In quanto a me, qual mansueto agnello, me ne vo come Isacche al sacrifizio, ed all'aperta predico e favello contro gli scritti, il mal costume e il vizio; e dove prende granchi il mio cervello, usin di correttor gli altri l'uffizio. Con prove sane facciano schiamazzo, non giá con la ragion del popolazzo.

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Né stien dicendo che l'invidia è quella che m'arde contro la lor preminenza. Io non so d'invidiar Pulicinella, perch'ogni giorno ha sí magna udienza.— Cosí Dodon per ischerzi favella, e finalmente ha data la sentenza di voler far il libretto a sue spese. Rugger lo ringraziò, ch'era cortese.

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Terigi intanto s'era apparecchiato a fare una sua visita alla sposa, e un vestito s'è messo ricamato d'oro, che mai si die' piú bella cosa. Avea le fibbie che valeano un Stato, e manichin d'un'opera famosa, un cappel fine col pennacchio bianco, ed una spada gioiellata al fianco.

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Ma potea ben studiar l'attillatura e porsi indosso ogni cosa pulita: egli era un uomo grosso oltre misura, ed alto sette palmi piú due dita; sicch'era sempre una caricatura. La faccia aveva larga e sbalordita, gli occhi incantati e tondi, e un riso in bocca continuato ad ogni cosa sciocca.

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Goffo al pensare e al ragionare, e spesso non intendeva ciò che gli era detto, e richiedeva quel che aveva appresso, dicendo:—Avete inteso voi quel detto?— Quell'altro si togliea spasso con esso, e gli diceva all'opposto in effetto, donde Terigi dava una risposta da far scoppiar dalle risa ogni costa.