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Tratto fuor da' raggiri del negozio delle gabelle, dov'era molto atto, che non guardava al nimico o al sozio, quando faceva qualche suo contratto; del resto e' si potea lasciare in ozio o con le genti dozzinali affatto. Or con bel scorcio e con sue sciocche risa se n'era andato a visitar Marfisa.

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E le disse:—Illustrissima signora, lei s'è degnata di mia povertade. Sappia ch'io l'amo e che non veggo l'ora d'esser marito della sua beltade.— Un sterminato rubin trasse fuora, dicendo:—Questo è della sua bontade, e vorrei che valesse mille mondi.— Poscia le pianta in viso gli occhi tondi.

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E con un certo risolin scipito stava attendendo un bel ringraziamento, dando qualche occhiatella al suo vestito e diguazzando i manichini al vento. Marfisa conosceva quel marito da molto tempo, i modi e il pensamento; e perch'ella era bizzarra e cortese, in questa forma rispose al marchese:

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—Io vi ringrazio, e sposo mi sarete.
Che si de' far? maritarsi conviene.
Frattanto, o caro, vi contenterete
ch'io rida un po', ché da rider mi viene.
I' so che a male non lo prenderete.—
E cominciava a rider molto bene;
e pur lo guarda, e ride, ride, e il guarda.
Terigi ride anch'esso a quella giarda.

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Perocché gli sembrava gran fortuna la sposa sua sí allegra lo accettasse. Era Marfisa allor di buona luna: disse al marchese che s'accomodasse, e tra le sedie gliene additav'una ch'è la piú bassa tra le sedie basse. Terigi, dopo un nuovo e strano inchino, s'assise in quella, e pareva un bambino.