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Non dimandar se ride la fanciulla. —Volete voi parlar di cose dotte —gli va dicendo—o di pappa o di culla, del tempo buono o di piogge dirotte? Avete voi necessitá di nulla? avete ben dormito questa notte? Marchese, è tutto vostro questo core: volete voi che ragioniam d'amore?—

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Terigi ad ogni cosa rispondea:
—Grazie alla Vostra Signoria illustrissima;—
ed abbassava il capo e ripetea:
—Tutto quel ch'è in piacer vostro, illustrissima.—
A qualunque parola che dicea
Marfisa, ei non lasciava l'«illustrissima».
Le serve erano uscite dalla stanza,
ché non istan piú salde a quella danza.

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E sghignazzavan dietro le portiere, quando sentieno «illustrissima» a dire. Marfisa ne traeva un gran piacere, né lascia molti patti a stabilire, dicendo:—Voi giá siete cavaliere, che delle usanze non voria stupire o de' serventi o del star fuor di notte, perocch'io non son nata nelle grotte.

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Io vorrò correr le poste talora con chi mi piace, e voi non ci sarete. Qualche viaggio lungo farò ancora, e quando tornerò mi vederete. Ragioniam netto adesso per allora, ch'io non soffro ingrognati e vo' quiete. Un cavaliere, quando la sposa ama, non si scorda giammai ch'è nata dama.

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Parean aspri a Terigi questi detti, ma dall'amore egli era sbalordito, e tanagliato da mille rispetti. Abbassa il capo col riso scipito, col collo torto e co' denti ristretti: sol rispondea:—Vi sarò buon marito: ogni cosa andrá bene, e fia bellissima, quand'ella fia piacer vostro, illustrissima.