18

Molti del cerchio, udendo queste cose, dicean basso:—È ben ver ch'egli è guascone.— Altri, a' quai sembrar vero tutto suole, tiravan gli occhi e avevan compassione. Ma perché allora s'usavan parole e fatti pochi per consolazione, fuor che un commiserar di que' commossi, a Filinor non s'offerser due grossi.

19

Marfisa altro non volle ad esser vinta che bellezza nel putto e le avventure. Veder gli parve una storia dipinta di Marco romanzier nelle scritture. Compianse i casi e die' piú d'una spinta, perch'ospite suo fosse, e isforza pure; ma Filinor, baciandole la mano, disse ch'ospite andava al conte Gano.

20

—Invidio a Gano un commensal gentile
—disse Marfisa—come siete voi.—
Rispose l'altro con atto civile:
—Questa invidia è invidiabile fra noi.—
Soggiunse l'altra:—A Parigi c'è stile
delle conversazion: vedremci poi.—
—S'ubbidiscon—dicea l'altro—le dame.—
Terigi udiva e sol diceva:—Ho fame.

21

Mezzogiorno è suonato di due ore, la maschera m'affanna e infastidisce.— E poscia l'orivol metteva fuore, dicendo:—Questa vita non gradisce.— Marfisa rispondeva:—Mio signore, dove tengono il tosco, io so, le bisce; però non cominciate a fare il matto, ch'io so come si lacera un contratto.

22

Non mi diceste un giorno:—A me fia grato tutto quel ch'è piacer vostro, illustrissima?— Terigi, tra balordo e disperato, fece una riverenza profondissima. Rise Marfisa e sul viso gli ha dato con il ventaglio, ch'era leggiadrissima; e finalmente ognuno a pranzo andava. In casa a Gano Filinoro entrava.