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Qui stava Berta dal gran piè, consorte del conte Gano ne' secondi voti; Baldovin figlio, e della nera sorte due frati grassi, in cèra assai devoti, che facevan crocioni in sulle torte. Giunto Gano, lettor, convien che noti ch'ei volle a' frati levare il mantello, dicendo che indulgenza era a far quello.

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Poi, detto il Benedicite in tuon basso, cominciasi a mangiare alla papale. Diceva Gano a Berta a questo passo: —Avete voi spedite allo spedale quelle camicie rotte, e broda in chiasso a' pover di contrada, che stan male?— Ed anche quella carne che putia —diceva Berta—ho data in cortesia.

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Diceano i frati inarcando le ciglia: —Oh pietá benedetta!—e rastrellavano. —Sempre sará di Dio questa famiglia e prosperata sempre;—e trangugiavano. —Dammi ber—dicea Gano,—e il bicchier piglia di scopulo che i servi gli recavano: —Pel dí—dicendo—dell'eterne chiostre: alla salute dell'anime nostre.

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—Viva l'anima nostra—ognun dicea. —Datemi ber, l'anima nostra viva.— Si mangiava e scuffiava e si bevea con una divozion contemplativa. Filinor dissoluto i cor leggea, e s'adattava al caso ed istupiva; ma gli occhi ha chini e sta sí rattenuto, che piú santo degli altri fu creduto.

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Baldovino era un fanciullaccio rotto, ma seguiva il costume di soppiatto, ché in casa a Gan bisognava esser dotto e far le iniquitá chete per patto. Poco mangiava a desco e stava chiotto, e va sonniferando tratto tratto. La notte tutta alle puttane er'ito, tornato a giorno e poco avea dormito.