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Talor la man sinistra al fesso mette del giubberello, e spinge il quarto in fuori, perch'era tempestato di stellette e fiorellin che mandava splendori. In mille scorci par ch'e' si rassette, tal che rideano insino a' servitori, e talor per ischerno alcun lo chiama, dicendo:—E' par che capiti una dama.
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Illustrissimo, certo ella vien via.— Presto Terigi alla scala correa. Colui diceva:—Ha preso un'altra via. Perdio! che qui venisse mi parea;— poi gli facea le fiche dietrovia. Non dimandar se la ciurma ridea, perocché fino i servi erano iniqui allora e riformati dagli antiqui.
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I primi alla rassegna erano giunti certi cagnotti parigin diserti, ch'aveano in cento vizi i ben consunti; e van per case, e gli occhi han ben aperti, per condannar gli addobbi e tutti i punti dell'apparecchio, e per farsi ben certi che ci fosse abbondanza di confetti, di caffè, cioccolato e di sorbetti.
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Il marchese Terigi a que' fa vezzi, perché l'ignobiltá cerca aderenze; far gli faceva di rinfreschi mezzi, per turar ne' lor sen le maldicenze. Ma converrá che alfin si scandalezzi, o ch'egli abbia duemila pazienze; ché tutte le finezze fien mal spese, e rideranno a lungo del marchese.
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Ecco una dama con belletto e nèi, di settant'anni. Aveva ancora in bocca sei denti, e d'uno forse errar potrei: moglier di Sinibaldo dalla Rocca. Terigi è pronto, e quattro e cinque e sei e sette riverenze le raccocca; la dama gli diceva questo solo: —Marchese, son qui putti col vaiuolo?—