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Ruggero avea mandato sette volte, e Bradamante, a dir ch'ella si mova. Marfisa delle scuse addotte ha molte, e finalmente scusa piú non trova. Don Guottibuossi a far s'aveva tolte quelle ambasciate, e ritorna e non cova. Marfisa, irata, alfin disse:—Ser prete, io v'ho, con chi vi manda, ove sapete.

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Attendo un cavaliero di Guascogna; la mia parola esser de' mantenuta. S'egli non vien, seccar non vi bisogna, perocch'io sono in questo risoluta.— Ecco Rugger, che chiede se ella sogna, ché la quinta staffetta era venuta, e disse:—Io non so piú cosa rispondere: voi fareste un esercito confondere.—

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Disse Marfisa in ironico modo, con un dileggio e un strano risolino: —Signor fratello, perdio che vi godo, se voi pensate farmi il paladino. Ite in malora; per me fitto ho il chiodo. Vel dirò in greco, in volgare e in latino, che porrò il piede fuor di questa soglia, quando parrammi e quando n'avrò voglia.—

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Dicea Ruggero:—O Dio, cara sorella, voi volete far scene sempremai. Sapete giá che una sposa novella senza parenti al sposo non va mai. Voi volete spezzar la campanella anche a questo contratto, che accordai con un'antipatia particolare, siccome vi dovete ricordare.—

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Marfisa disse:—Basta, non parliamo; ciò che vidi a che vedo non s'accorda: di grazia, a razzolare non andiamo; non son, come credete, e cieca e sorda. D'accordo solamente rimaniamo ch'ir voglio e stare, e che non soffro corda, e sola e accompagnata, ovunque io vada, e, s'ho voglia, anche ignuda per la strada.—