Alle discipline cotanto vetuste sì dell'Architettura e sì della Musica presso gl'Immortali recò grandi mutazioni Deceneo, che Strabone distingue col titolo di prestigiatore, per additare le maravigliose riforme da lui fatte appo i Geti o Goti d'oltre il Danubio, ed i suoi stabilimenti sul Sacro Monte detto de' Cogeoni. Venne dall'Egitto e dall'Oriente sì fatto prestigiatore: introdusse il culto dei Minori Dei dopo Zamolxi e degli Eroi; fabbricò in onor loro piccoli Tempj, che attestano sempre viva e fiorente la successione delle Architettoniche arti, onde a' Geti o Goti di Tracia il cenacolo di Zamolxi avea dato i lineamenti, Orientali forse, non Egizj, e che fu la sede primiera delle sue incantagioni.
Le riforme di Deceneo avvennero al tempo di Lucio Silla, quando Berebisto regnava su' Geti, allargando fuor d'ogni credere i limiti e la possanza del loro imperio. Conquistò gran parte dell'Orientale Germania; e fu egli che ricevè l'ospite Deceneo, e gli fe' onori e lo volle a parte del Regno, godendo, che quello straniero spargesse nuovi studj e l'amor delle scienze della natura fra gl'Immortali. Deceneo diè il nome di Pilofori o di Pileati agli antichi Zorabos Tereos, e divise in due i Geti o Goti; nell'ordine, cioè, di sì fatti Pilofori, donde i Re uscivano, e nell'altro de' Capelluti o Criniti, ovvero de' guerrieri, che durò lungamente in Italia sotto gli Ostrogoti. Deceneo scrisse pe' Geti o Goti le Leggi, dette Bellagini[8], le quali, attesta Giornande, si serbavano tuttora scritte al suo tempo in Italia dagli Ostrogoti, verso la metà del sesto secolo di nostra salute.
In quale Alfabeto furono esse dettate? Nol so, ed ignoro se i Geti si servissero per la loro lingua dell'Alfabeto de' Greci, o di qualche altro ignoto a noi dell'Asia Minore fino all'anno 360 dell'Era Volgare in circa, quando Ulfila ridusse il Getico Alfabeto alla forma, che oggi questo conserva, e che da lui prese il nome di Ulfilano. Allo stesso modo gli Armeni, per dinotare i lor concetti nella patria e primitiva lor lingua, usarono per lunga stagione l'Alfabeto Siriaco: poi venne Mesrob a' tempi stessi d'Ulfila, e si fece autor di quello, che fiorì e fiorisce in Armenia.
Poichè le Bellagini vidersi ridotte in iscritto da Deceneo, sebbene senza un Alfabeto Getico, l'idioma degl'Immortali era già dunque costruito e già soggetto a' freni della Gramatica, quando nei giorni d'Augusto e di Tiberio sopraggiunse Ovidio in Tomi, di quà dal Danubio. Ben questi cerca dipingere e non tralascia d'esagerare i costumi barbarici de' Geti, che circondavano Tomi di quà e di là dal gran fiume: pur tuttavolta, chi l'avrebbe creduto? all'esule s'apprese la fiamma di scrivere un libriccino in lingua Getica, od almeno di fingere d'averlo scritto; e sebbene un Romano ed un odiator sì fiero di quel popolo dicesse, che di ciò vergognavasi[9], egli nondimeno affermò d'averlo dettato quel suo libriccino o poemetto. Fu in lode di Augusto, ed ordinato ad ottener la grazia del ritorno in Roma; pieno perciò di teneri affetti e di delicate adulazioni.
III.
Augusto lasciò stare i disegni concepiti da Giulio Cesare d'assoggettare i Geti o Goti di Berebisto, ed assegnò il Danubio per limite all'Imperio Romano. Ma i lamenti d'Ovidio sulle continue correrie de' Geti Oltredanubiani contro Tomi dimostrano, che questo limite non era punto rispettato dagl'Immortali. La fama di costoro mosse Giuseppe Ebreo, che scrivea sotto i figliuoli di Vespasiano Imperatore, a studiare i Getici costumi, ed e' notò particolarmente quelli degli Ctisti celibi di Posidonio, abitatori del Ponto Eussino, facendone il paragone co' costumi degli Esseni di Giudea: tanto l'origini ed alcuni usi Orientali de' Geti o Goti colpivano l'animo di ciascuno. A questi Giuseppe diè nelle sue Storie il nome di Daci Plisti o Polisti[10]. Poco appresso Dione Crisostomo, uomo tenuto in gran pregio da Traiano, dettò in Greco le Storie Getiche, oggi perdute; dal quale Scrittore udimmo testè lodati gli affetti ed i canti de' Pii d'Udisitana e di Filippo. Qual perdita non fu quella de' Commentarj, che lo stesso Traiano scrisse intorno alle sue guerre Daciche? Non certo per lo stile, ma per le qualità degli eventi e per la difficoltà dell'imprese doveano appena cedere il luogo a' Commentarj della Guerra Gallica.
Ecco in tutto il corso de' tempi, da que' del cenacolo di Zamolxi fino agli altri dell'assedio d'Udisitana, fiorire presso i Geti o Goti sull'una e sull'altra riva del Danubio l'arti della Musica e soprattutto dell'Architettura, della quale io debbo spezialmente ragionare. Ma tutte le discipline della civiltà de' popoli non possono discompagnarsi affatto, e l'una il più delle volte spiega e dichiara quali siano le condizioni d'un'altra. Donde si vede, che i Geti o Goti abitarono in città murate, come Udisitana ed Elis; ch'ebbero in ciascuna il Collegio Sacerdotale degli armonici Pii; che per comandamento di Deceneo edificarono piccioli Tempj e Cappelle in onor degli Eroi, e de' lor Minori Dei. Nella Lituania e nella Samogizia, conquistate poscia da Ermanarico il Grande, progenitore di Teodorico, Re d'Italia, rimasero fino al quattordicesimo secolo, le reliquie del culto d'una turba d'infiniti piccoli Numi, alla maniera Decenaica, e le ricordanze del Getico Pontificato[11]. Il Dio della Terra s'appellava tuttora Zamelusk o Ziameluski nella Lituania[12]: e fra gli Estonj, soggiogati sul Baltico da' Geti o Goti dopo la morte d'Ermanarico il Grande, il suono dell'arpa d'un Prete Cristiano bastò a salvare un Castello, minacciato da essi[13]: ciò che ci rammenta gli antichi portenti delle Cetre Getiche.
IV.
Ma si ritorni all'età de' figliuoli di Vespasiano e di Giuseppe Ebreo, allorchè Domiziano pervenne all'Imperio e volle domare i Geti d'oltre il Danubio ed impadronirsi del lor Sacro Monte. Invano Stazio, adulando, cantò, che costui lo aveva per sua clemenza restituito a' Daci[14]: ben seppero il contrario i Capitani di Roma, che valicarono il Danubio, troppo fortunati se poterono ripassarlo e ritornare in Tracia; ma Cornelio Fosco vi perdè la vita e le sue legioni furono disfatte, sì che l'Imperio si vide condotto a dover pagare annui tributi a' Geti o Daci, su' quali ora signoreggiava Decebalo. Si sospinse questo Re in Tracia e ne fe' tale governo che Tacito pochi anni dopo scrisse[15]: »Tot exercitus in Moesia Daciaque.... amissi; tot militares viri cum tot cohortibus expugnati aut capti; noc jam de limite Imperii et ripâ, sed de hybernis legionum et possessione dubitatum......... Cum damna damnis continuarentur, atque omnis annus funeribus ac cladibus insigniretur......».
Immensa copia di Romani cadde prigioniera nelle mani del Re Decebalo, che muniva le sue Getiche città della Dacia, e che certamente servissi delle loro braccia ed anche del loro intelletto per render più valide le fortezze del suo Regno. Ma non per questo il Getico popolo apprese da que' prigionieri l'arti dell'Architettura; e la Gotica faccia dell'antiche città d'Elis e d'Udisitana ricomparve più maestosa in Sarmizagetusa nella regione, che oggi da noi si dice Transilvania; là dove Decebalo fece di questa Sarmizagetusa la sede principale del Regno. L'immagini della sua Reggia, e delle sue rocche, dopo aver fatto disviare il fiume Sargezia per nascondervi i Getici tesori, si veggono tuttora scolpite nella Colonna Traiana; il più nobile Monumento rizzato da' Romani per celebrar la gloria del vincitore de' Daco-Geti. Traiano si mosse finalmente a vendicar l'onte dell'Imperio, e ad abolire il tributo; ciò ch'egli ottenne mercè due guerre solenni, le più difficili e paurose, onde siasi conservata la memoria negli Annali de' Romani. E qual gloria non fu per quell'Imperatore l'aver distrutto Decebalo, e conquistata una terza parte del vasto Regno di lui? Qual gloria maggiore, dicea Giuliano Apostata nella sua Satira contro i Dodici Cesari, dell'aver potuto superare le genti, che tanto dispregiavano la vita, e che portavano il nome d'Immortali. Ma larga materia di riso apprestarono a Giuliano l'incantagioni Zamolxiane de' Geti.