— Mia cara, sono le undici, il Decano e tutti i canonici a quest'ora saranno a letto, e a meno che non voleste uscire di convento voi, non vedo come si potrebbe ottenere il suo permesso.... — E dato d'occhio ad altre due che sotto i loro veli rabbassati col viso arcigno stavano attente alla conclusione del dialogo,

— In nome di santa obbedienza, disse, voi suor Maria Cherubina e voi Crocefissa, seguite subito Maria Angela e andate in coro a pregare il Signore che metta la sua mano e mandi a bene questa nostra difficile impresa! — Si misero allora in fretta ad acconciare a più doppi le corde, poi le gettarono dal parapetto allo sciagurato che si vi aggrappò con tutta l'energia della sua disperata situazione. Le serve, le converse e le monache più giovani messe in fila l'una dopo l'altra tiravano come se si avesse trattato di attignere; Maria Eletta, pallida, tremante guardava nell'abisso; la Badessa dirigeva; una vecchia veneranda, inginocchiata sul nudo terreno, colle mani giunte pregava ad alta voce invocando la Vergine santissima e tutti i santi del cielo.

— Oh Dio! ecco, ha abbandonato la trave. Signore, salvatelo! Angeli santi, ch'ei non s'infranga nei creti! — La fune per alcuni momenti oscillava.

— È sospeso sull'abisso. Gesù misericordia!...

— Coraggio, figliuole! si tratta della vita d'un uomo.... Oh se ci fosse dato riuscire! — E le giovani robuste raddoppiavano i loro sforzi.

— Viene! È a mezzo, trapassa i virgulti.... torna isolato nello spazio. Guai adesso se le sue mani perdessero vigore!... Tenetevi forte, galantuomo! Anche un momento e poi sarete in sicuro. Raccomandatevi al Signore!... Eccolo! è in salvo! è fuori d'ogni pericolo!... — E un giovane sfigurato dall'angoscia, coi capelli irti e gocciolanti di sudore compariva al parapetto, e varcatolo con un ultimo sforzo cadeva a guisa di cadavere in mezzo alla turba femminile che gli si stipava intorno tra curiosa e lieta dell'averlo ricuperato.[10] Tina, che, visto quel deliquio, s'era subito affrettata di correre in cerca di qualche essenza spiritosa che valesse a farlo rinvenire, tornava adesso con un fiaschetto di stravecchio, e nell'intenzione d'insinuargliene alcune gocce fra le labbra, mettevasi in ginocchio presso di lui che giaceva sull'erba colla testa posata al vaso d'un arancio, e tanto bianco che pareva di cera. La fanciulla nell'atto di guardarlo, si risovvenne in un subito, e gridava stupefatta:

— L'Armellino, buon Dio!! Sogno mio desiderato da tanti anni!... Signore pietoso che me lo rendete per miracolo.... oh! ch'ei non muoia, o Signore!... E fuori di sè stessa accoglieva sul suo seno quella povera testa abbandonata. Il giovane sentì sulla fronte il dolce tepore delle lacrime ch'ella versava, aperse gli occhi attoniti, e come se gli fosse passata dinanzi una visione celeste sorrise innamorato. Ma al ritornare della vita, la coscienza dell'antico dolore gli si risvegliò più cocente che mai, e assunta un'espressione d'infinita amarezza, respinse quell'affetto come se fosse stato una crudele ironia. Fra tante Vergini che severe in quel momento s'andavano tacitamente ritirando turbate dal contegno della fanciulla, una pietosa gli si fece dappresso, una immagine serena e gentile, l'angelo che veniva a dire la parola di Dio.

— Armellino! — e la sua voce soave aveva come dell'inspirato. — Questa poveretta ha raccolto gli ultimi sospiri della madre tua. Sul suo letto di morte tua madre ha perdonato e pregava per tutti due e ha dato la sua benedizione a tutti due. Interprete di lei che ora dal cielo vi guarda commossa, io stringo insieme le vostre mani. Figliuoli, dopo tante lagrime il Signore vi concede un'ora di gioia. Siate buoni ed operosi, e laggiù nel mondo dove dovete tornare ricordatevi della povera monacella che ancora qualche anno starà qui pregando, e poi anderà ad aspettarvi nel seno di Dio! — La Tina avvezza a venerare suor Maria Eletta come una santa accolse con piena fiducia una sì dolce speranza; ma il giovane stette silenzioso, la sua mano si ritirò mestamente e guardava contristato la terra. Per farsi un'idea di quel che passava nel suo cuore bisogna che torniamo un istante addietro e che diamo una rapida occhiata alla vita ch'egli aveva menato in questo frattempo. Era partito dal suo paese nella certezza di aver perduto per sempre l'amata fanciulla. Egli infelice, per non essere spettatore delle altrui gioie, s'era volontariamente inchiodato a una tremenda catena che lo aveva strascinato lontano in mezzo ai vortici di straordinari e crudeli avvenimenti che lo fecero troppo tardi riflettere alle conseguenze della sua disperata risoluzione. Nella Svizzera, dov'era fuggito, non potè giammai saper nulla de' suoi cari. Fu allora ch'ei sentì tutta l'amarezza di quell'ineffabile dei dolori ch'è la patria lontana. Desiderava l'aere e la terra dei luoghi dov'era nato; desiderava i cari suoni della sua lingua, i cogniti volti delle persone tra cui aveva vissuto, la povertà e perfino i patimenti dei tempi passati. Ma a fargli più cocente il cruccio dell'esilio, due immagini gli stavano del continuo fitte nella memoria: il dolce sorriso della fanciulla perduta; e adesso avrebbe tolto di tollerare anche l'aspetto della felicità del rivale pur di rivederla! e le lagrime della sua povera madre. Ahi! ella che lo aveva allattato e cresciuto con tanto amore; ella che sempre compativa a tutti i suoi dolori, ella era sola, invecchiava ogni giorno, ed ei non poteva volare a consolarla!... Vedeva quella cara testa canuta, ne sentiva i pietosi lamenti, e nel rimorso infinito di averla abbandonata gliene chiedeva ogni momento perdono coll'anima. Per uno dei tanti capricci di quell'epoca di trambusti, quando meno se lo aspettava, egli si trovò sciolto dal malagurato impegno e libero di potersene tornare a sua voglia in paese. Non è a dirsi come s'affrettasse a varcare le alpi e come consolato rivide l'ampia pianura italiana. Tornava col cuore esultante, avido di tutti gli antichi affetti, ansioso dei luoghi e delle note persone, e non vedeva l'ora di sentir finalmente nominare il suo amato villaggio. Dopo rientrato in Friuli, a Tricesimo dovette fermarsi a riprender lena. Sperava che fosse l'ultimo riposo necessario, e seduto sulla panca dell'osteria aspettava impaziente che le forze rintegrate gli permettessero di ripigliare il cammino. C'erano lì alla stessa tavola altri viandanti, tra cui un mugnaio di Cividale ch'era stato a Magnano a provvedere una macina, con un merciaiuolo e due rivenduglioli; questi ultimi di Medeuzza venuti a comperare asparagi per poscia portare a Trieste, avevano intavolato un discorso che lo faceva stare con tanto d'orecchi. Era quistione di non so che affare e avevano più volte nominato Giorgio.

— Mi bastava la garanzia della moglie, disse il mugnaio, ma così per le dita....

— Son gente però di polso e un giorno o l'altro sarà già tutta roba del nipote, osservò il merciaiuolo che pareva aver molta pratica delle persone di cui parlavano.