— A provvedere un po' di stecchi, diss'egli, ed uscì. Era una bella notte stellata, ma un freddo così vivo che rodeva le viscere. Il vento s'era quetato, ma invece spirava di quel fino fino che taglia le orecchie e penetra sotto le unghie; la luna non ancora spuntata; tutta in silenzio la campagna. Ei si diresse verso un campo, dov'erano dimolte viti giovani appoggiate a dei pali. Prima di mettersi all'opera, posò il cappello in un solco; ma pensando che poteva dimenticarlo, e che trovato servirebbe di spia, lo riprese e lo nascose dietro il tronco d'un vinciglio, poi abbassatosi guardava giù pel campo attraverso i filari delle viti; gli parve che nessuno vi fosse, e slacciava i vimini. Aveva liberato un sette carracci, quando gli parve udire una pedata; tornò a guardare, e s'accorse di uno che veniva a gran passi lungo la pianta che gli stava di fronte. Si pose a correre, allora udì un fischio, e poi un dàlli dàlli, sicchè comprese ch'egli era in fra due; il povero diavolo scappava alla disperata, riuscì a togliersi di via prima che i suoi persecutori lo chiudessero in mezzo, ma inciampò in uno sterpo e cadde boccone: non era appena rialzato, che udì suonare per terra una tale mazzata, che guai! se lo avesse colto. Intanto che il galantuomo che lo inseguiva si riebbe dallo sforzo fatto nel menargli quel colpo, egli aveva potuto guizzargli di mano e saltato il fosso era sulla via e correva salvo a casa; ma aveva lasciato il cappello nel campo, e persoprappiù avea perduto anche la sua berretta di maglia, che nel passare così in fretta sotto a' festoni delle viti gli si era appiccata ad un viticcio. Nel dimani, giorno di Natale, come avrebbe fatto ad andare alla messa senza cappello? Tutti si sarebbero accorti del ladro; e Pietro, che per la prima volta costretto dal bisogno s'era posto a quella mala via, sentiva tutta la vergogna dell'essere scoperto. Intanto a casa le due donne stanche di aspettarlo erano andate a dormire senza cena. Salì tentoni la scala, e svestitosi piano piano per non isvegliare la moglie, si mise a letto. Ma la fame, il freddo e i mali pensieri non lasciavangli pigliar sonno. Si chiuse gli occhi colle mani e a forza di star quieto appisolò un momento, ma poi ratto svegliossi, e da capo a' suoi pensieri. Credette d'aver dormito lungamente e che già spuntasse l'alba; sicchè uscì dal giaciglio, si vestì in fretta, e tornò a vedere se avesse almeno potuto ricuperare il suo cappello. Era per entrare nel campo quando udì battere l'orologio del villaggio, contò: undici ore solamente! Si guardò intorno sospettoso, fischiò, stette in orecchi, poi tornava a fischiare e a guardare. Sinceratosi d'esser solo, corse al vinciglio a' cui piedi aveva appiattato il cappello. Lo raccolse contento, e poi rapidamente metteva in fascio i carracci già slacciati, ne cavava di altri, usando per altro diligenza per non offendere le viticelle; e mentre a ogni tratto si rannicchiava a spiare per di sotto a' festoni, se fosse scoperto, vide la sua berretta, che menata dal vento, dondolava da uno stecco, corse a pigliarla e, gettati sulle spalle tanti carracci quanti poteva portare, tornava a casa lieto, perchè aveva almeno di che godere una buona fiammata e sgranchirsi una volta le membra. — Lungo sarebbe descrivere ciò che patì quella povera famigliuola durante quell'orribile inverno. Nudrivansi di radici di erbe selvatiche raccolte nei prati, e, se veniva lor fatto di trovare in qualche recesso una covata di piantaggine ancor verde, lo avevano per fortuna, e se la mangiavano allessata così senza sale e senza condimento di sorta. Macinavano i torsi del cinquantino, e quella sterile e scheggiosa farina mescevano a poche prese di buona e ne facevano un arido pane insalubre, senza sapore, e piuttosto inganno alla fame che verace nutrimento. I semenzai delle rape e de' cavoli venivano disertati; e facevasi festa se potevano dar le mani in quelle piante già tallite, che mangiavansi fino alle radici. Vicino al villaggio fu seminato un campicello a fave; se ne accorsero i meschini che pativano la fame, e tosto a disseppellire, e colle unghie le razzolavano fuori, e in poco di ora tutta la terra fu voltata sottosopra. Una sera Pietro portò a un suo compare benestante un paio di calze di lana, e gliele diede per due pugni di farina di melica, e quello era il cibo di tutta la giornata. Un'altra volta gli venne in capo di far macinare un po' d'avena che teneva in serbo per semina, e vedere se avesse potuto servirsene a vivere; ne trasse una farina così candida da disgradarne il frumento. Lieto la diede alle donne, che tosto ne fecero una bella stiacciata, e cucinatala sotto la cenere, speravano di darsi una buona satolla. La cavarono, era color d'oro, e dentro bianca come latte. Per la cucina si spandeva un profumo di pan fresco che consolava, ma non fu nulla di poterla trangugiare. Aveva un sapore così ostico e tanto aspro e mordace, che lor stringeva le fauci come se avessero masticata una sorba ancora acerba. La vecchia già malaticcia non poteva più durare a vita così stentata, e sugli ultimi di carnovale si ridusse a letto. Il fanciullino strillava giorno e notte, e indarno la misera madre procacciava acquetarlo co' baci. Il suo petto era esausto; e più della fame la crucciava il veder immiserire quella sua creaturina, che continuamente le piangeva tra le braccia, e ch'ella non poteva in nessuna maniera aiutare. In quei giorni di dolore Pietro si risovvenne d'un suo antico credito. Ne' tempi addietro la sua famiglia teneva in affitto una colonia da un signore di Cividale. Dai conti fatti, quando venne accomiatato, egli risultava creditore di un cinquanta franchi per tanto vino di sua parte lasciato al padrone. Sul momento non gli furono pagati, ed egli li lasciava volentieri, persuadendosi di averli così in deposito in buone mani, e di potersene a qualunque bisogno servire. Pensò poi di riscuoterli; ma fu fatto correre tante volte indarno alla città, e l'ultima ricevette dal fattore una tal salva d'improperi, ch'egli, ignaro delle leggi ed impotente a farle valere, si rassegnò a riguardare quel suo capitale come per sempre perduto. Ora per altro che si trovava ridotto in sì deplorabile situazione, tornò a pensare a quel suo credito, e risolvette di fare un ultimo tentativo e di gettarsi ai piedi del ricco signore e d'implorare quel denaro ch'era suo sangue. Con questa intenzione sul principio di quaresima una bella mattina si pose sulla via che mena a Cividale. Camminava a rapidi passi, e qui e colà sotto i pioppi che fiancheggiano il torrente, sui prati, lungo le siepi vedeva dei miserabili gettati per terra, chiedenti indarno un tozzo di pane, e moribondi per inedia. Cacciati dalla fame, a torme scendevano dai monti, innondavano le città e i villaggi, e, non trovata misericordia, si spandevano a morire per li campi. Le fioche loro grida squarciavano il cuore a Pietro, come un orribile presentimento. Giunto in città, corse difilato alla casa del suo antico padrone. Saliva le scale proprio nel momento ch'egli colla moglie discendeva.

— Signore, una parola! disse il povero contadino.

— Non vedi che io esco? Aspetta in cucina: e partiva brontolando contro quegli asini dei servi, che aprivano, diceva egli, a ogni sorta di gente. Pietro mortificato si trasse in cucina, e, seduto in un cantuccio, aspettava. Aspettò il ben di Dio, senza che mai nessuno si ricordasse di lui. I servi mangiavano, vedeva correre su e giù con fiaschi di vino. Entrava il fornaio con un cofano di pane; e mentre lo riponevano negli armadi il profumo di quelle candide picce fresche di forno faceva venir l'acquolina in bocca al poveretto, che non aveva fatto colazione e a momenti più non isperava neanche di farla. Di quando in quando la cuoca scoperchiava un tegame e rivoltava non so che vivande, ma di un odore così squisito, ch'ei non potè più durare, e chiese:

— Quanto ancora staranno a ritornare?

In quella il padrone entrava in cucina.

— E non era un uomo?... disse; ehi Pietro! e lo tirava in disparte.

— Sono venuto, illustrissimo, per vedere se fosse di suo comodo di contarmi quei cinquanta franchi....

— E non c'è il fattore?

— Ma, illustrissimo, sono stato tante volte, e sempre inutilmente.

— Or bene, ritornerai.