In casa V***, come il Marchese aveva preveduto, era già buona pezza che aspettavano. Trovarono la maggior parte delle signore del paese, che a guisa di tanti bei fiori primaverili già adornavano la stanza. Le loro acconciature più del solito ricercate, gli abiti sfoggiati di alcune di esse, e i loro abbigliamenti tutti alquanto pretenziosi, davano a divedere che non si erano dimenticate del forestiero.

Da principio vi fu qualche occhiatina maliziosa alla toelette della Contessa, che lor pareva, ed era veramente, assai semplice, nè sarebbe mancato un tantino di critica, se le continue distinzioni e la preferenza che le accordava il Cavaliere non avesse loro imposto una spezie di soggezione. Vedendola trattata con tutto quel rispetto da un cotal uomo, presero invece il partito di farle la corte, e gareggiavano a chi meglio poteva mostrarsele amica. Anche la madre e la sorella, dimenticato di tenerle broncio, furono con lei assai affabili, e perfino la zia Gran Dama della croce stellata si avvisò di rivolgerle parecchie volte la parola. Cosicchè la serata passò lietissima, e l'Ardemia, senza bisogno di altri mezzi, si trovò, in grazia del Cavaliere, almeno per allora, pienamente riconciliata colla sua nobile famiglia.

VIII. IL PANE DEI MORTI.

L'autunno declinava: le cime dei monti già innevate, il verde della campagna ogni giorno più languido e giallastro.

Oramai la maggior parte delle famiglie signorili dei contorni s'erano ritirate alla città, e quei casini deserti, colle finestre chiuse, rientrati nel silenzio e nell'abbandono, accrescevano la malinconia della moribonda natura. Solo la contessa Ardemia della Rovere continuava ad abitare nella sua tranquilla villetta, e dal nessuno apparecchio, dal nessuno movimento nella sua casa pareva ch'ella avesse deciso di passare in campagna anche l'inverno. Aveva ricevuto le visite di congedo dei parenti, degli amici, e alle loro sollecitazioni di seguirli in città, aveva risposto sempre con indeterminate e vaghe promesse; ma in suo cuore, lungi dal temere quella solitudine ch'essi le dipingevano a negri colori come argomento a determinarla alla partenza, si consolava anzi di potersela a suo agio godere, affrancata dalle continue visite e dal cicaleccio di tanti importuni.

Un po' per vaghezza di novità, un po' per capriccio giovanile, ella aveva in quell'anno intrapreso un lungo viaggio, e dimorato alcuni mesi in seno alla società d'una delle più cospicue capitali. Vedere co' propri occhi quei centri di civiltà e di eleganza, che aveva tante volte sentito a magnificare dagli altri, partecipare ai tanti piaceri e divertimenti che ivi si offrono all'avvenenza e alla ricchezza, gettarsi nel bel mondo per ammirare da vicino tanti nuovi oggetti che la fantasia le indorava in mille modi lusinghieri, ed anche un tantino nel secreto del suo cuore per farsi ammirare, quest'era stato spesso il sogno accarezzato de' suoi giovani anni, ed ora che le circostanze della sua vita l'avevano resa libera, ella aveva voluto effettuarlo. Ma, o che un bene lungamente agognato, nell'atto del possesso riesca sempre minore della realtà, o che quei frivoli piaceri non avessero radici abbastanza tenaci per germogliarle nel cuore, ella si trovò presto stanca di quella vita dissipata e senza scopo; e in mezzo alle conversazioni, ai teatri, ai balli, dove il suo spirito ed i suoi molti doni naturali e di fortuna l'avevano resa cara più di quanto ella stessa avesse osato ripromettersi, le sorgeva nell'animo il desiderio dei campi paterni, delle sue collinette, de' suoi buoni contadini, della tranquilla e semplice vita, a cui si aveva da qualche tempo assuefatta. Aveva fatto quel viaggio ad oggetto di divertirsi, e invece grandemente s'annoiava, e ogni sera si riduceva nella sua camera da letto malinconica e infastidita di tutto, come chi ha sprecato malamente il suo giorno. Si rammaricava seco stessa di non saper godere come gli altri, le pareva d'esser di cattivo gusto, e prefiggevasi per l'indomani nuove gite di piacere e nuovi sollazzi. Ma indarno ella passeggiava per quegl'immensi giardini, dove la mano dell'uomo ha saputo domare una natura ritrosa e forzar la terra quasi suo malgrado qui ad elevarsi in molli colline, là ad aprirsi in vaghi laghetti popolati di cigni e cinti di piante esotiche; più lungi a distendersi in pratelli, in viali il cui verde comperato a forza di fatiche contrastava evidentemente colla sterile campagna dei dintorni, col clima umido, col cielo freddo e nebuloso. Con un senso d'insuperabile amarezza, che le metteva sul labbro il sorriso dell'ironia, ammirava nelle serre costose agglomerati quei tanti fiori provenienti dalle più diverse contrade, e la magnolia e la palma gigantesca imprigionate sotto una vòlta di vetri, e sentiva per esse il desiderio della lontana lor patria. Lodava l'arte che con gentile magistero aveva saputo vestire le sterili zolle dei più ridenti colori, e disporli a disegno in modo che acquistassero vaghezza dal contrasto, e per servire a' suoi fini costrignere innumerabili calici a sbocciare tutti in un colpo; ma in suo cuore sentiva di preferire l'umile pervinca nata spontanea tra le macerie d'un muricciuolo o sulle sponde d'un capriccioso rivoletto, e i balsami delle tante rose silvestri che inghirlandavano le collinette del suo paese. Così del pari in quelle sale, dove il lusso più raffinato adunava tutte l'eleganze della moda, e dove lo spirito e la bellezza venivano a far pompa tra la luce dei doppieri e le ricche suppellettili, ella si trovava come in disagio, e procurava indarno di far tacere una specie di voce secreta, che fin lì tra quelle magnificenze ardiva richiamarle alla memoria i semplici ma cordiali saluti della povera Menica, o le vivaci risposte d'Ermagora, quando senza tanti rispetti palesava alcuna parte del suo energico sentire. — In patria ella sfuggiva le conversazioni e i convegni, perchè dopo le sue vicende le pareva di leggere in ogni volto un'amara ironia, e il rimprovero del suo passato; qui, dove non era conosciuta, credette di poter di nuovo godere della società, ma s'accorse ben presto che cotesta appunto era la ragione che glielo impediva. Ell'era straniera: nessun legame d'affetto colle persone che la circondavano; nè a lei altro interesse veniva donato, che quello della curiosità. Quando aveva fatto mostra di quel poco di spirito che l'educazione le aveva fornito e ricevuto l'omaggio di quello degli altri, ogni attrattiva era esaurita. Nulla arrivava fino al suo cuore, ed esso le si chiudeva per abbandonarsi alla noia. Quelle frasi melate, quei complimenti smaccati, a cui era costretta opporre, o in un modo o nell'altro, le stesse convenzionali risposte, le parevano un insipido gioco, un vero luogo comune. Sentiva di non essere amata, e non vedeva l'ora di ritornarsene laddove poteva essere utile agli altri, e far ancora palpitar qualche cuore. Sicchè partì disingannata di molte illusioni, e guarita in gran parte da quella smania femminile di far comparsa ed attirarsi gli occhi e l'applauso della frivola moltitudine. Soprattutto era rimasta tanto disgustata dallo strepito e dalle vanità cittadine, che risolse di fermar per sempre la sua dimora in campagna, e di cercar un compenso alla mancanza della famiglia e al vuoto che la circondava col dedicarsi tutta a far fiorire, per quanto in lei stava, l'agricoltura, e procurare, come una madre affettuosa, il benessere e la felicità de' suoi buoni dipendenti. In tale disposizione ella vide passare in quell'anno l'autunno. Partiti i signori, e liberata dalle tante lor visite, le pareva di respirare, e s'occupava alacremente col signor Giovanni de' suoi progetti, e dei lavori e delle migliorie ch'egli le andava suggerendo.

Era alla fine d'ottobre. In molti luoghi del Friuli esiste un'antica pratica, per cui ogni famiglia nel dì d'Ognissanti dispensa al popolo una quantità di pane a seconda della propria agiatezza. Non è già questa un'elemosina. Vengono a riceverlo tutti gli abitanti del villaggio, e prima d'assaggiarlo, pregano per i defunti del donatore. Contadini benestanti, capi di famiglia, artieri e mugnai, che in tutt'altra occasione si vergognerebbero d'accettare la più piccola carità, in quel giorno, confusi ai poverelli, battono alla tua porta, e senza rossore ti domandano il pane dei morti. Poi alla lor volta dispensano anch'essi la propria fornata. Anzi, dove non ci sono signori, ogni contadino, fa tanti grossi pani di sorgoturco quante sono le famiglie del villaggio, e vanno in giro a riceverlo, e a vicenda lo dispensano agli altri; sicchè in quel giorno ognuno assaggia il pane dei fratelli, e prega per i loro defunti, mettendo così, almeno una volta all'anno, in comunione il cibo, l'affetto e la preghiera. — La contessa Ardemia, che si ricordava d'aver veduto come in quel giorno il suo avo paterno, assiso nel suo ampio seggiolone a bracciuoli, dinanzi ad una tavola nel salotto a pian terreno dispensava colle proprie mani il pane dei morti ai contadini, che in turba venivano lì a riceverlo, e a salutare il loro vecchio ed amato padrone, trovava questa pratica pietosa troppo secondo il suo cuore, perchè non pensasse a ripristinarla. La mattina d'Ognissanti, dopo la messa parrocchiale, ell'era difatti seduta con tutta gravità nel posto, dove la memoria, con uno dei quadri indelebili dell'infanzia, le rappresentava la faccia serena e i bianchi capegli del buon'avo, e teneva ai lati diversi grandi panieri colmi fin sotto al manico di picce sgranellate e allora allora cavate dal forno. Il cortile era già pieno d'una moltitudine di gente, che faceva pressa alle porte della cucina, dove i servi appostati li lasciavano entrar con ordine, onde non facessero confusione dinanzi alla Contessa nel salotto, e poi uscissero quietamente dall'altra porta che dava sul giardinetto. Entravano a due, a tre, a quattro; or una madre coi figliuoletti, or un'altra col suo bimbo fra le braccia, or un vecchio venerando, or una turba di garzoncelli e di giovanetti; e tutti, salutata con affetto la signora, si baciavano in segno di riverenza il dorso della mano, prima di distenderla al panetto, ed uscivano fra lieti e commossi. Alcuni, i più noti e famigliari a lei, si fermavano a dirle qualche parola d'amicizia, o qualche complimento al modo loro, ma venuto dal cuore; le madri particolarmente mettevano una specie d'ambizione nel presentarle i lor bamboletti, gli ultimi nati, quelli ch'ella non aveva ancora veduti, e che lì imparavano per la prima volta a sorridere alla buona signora. Fra i tanti che in quel giorno le passarono dinanzi, una donna le rimase profondamente impressa. Teneva per la mano un fanciulletto assai sparuto e meschino, che si asciugava col grembiule della madre gli occhi lagrimosi; un altro veniva dietro, attaccato al lembo della gonna; e in braccio, un piccino accoccolato sul suo seno e avvolto quasi tutto nel bruno fazzoletto ch'ella portava in testa.... Era pallida; e al primo vederla, la Contessa non seppe raffigurarla, quantunque quella fisonomia non le paresse affatto nuova. Ma quando, invece di seguire l'esempio della maggior parte degli altri e prendere d'in sulla tavola il pane che le veniva offerto e andarsene, ella si tirò all'un dei lati, e fattasi vicina alla Contessa insegnava al più grandicello dei fanciulletti a baciarle la mano, ed ella stessa, presi i panetti per sè e per i due piccioli, gliela strinse con grande affetto e gliela baciò lasciandovi cader sopra una lacrima, l'Ardemia si risovvenne: e — Rosa! le disse, con quella sua voce affabile e manierosa. Sei tu, mia buona Rosa? È tanto tempo che non ti vedo, ch'io quasi non sapeva neanche più ravvisarti! — Esse erano a un dipresso della stessa età; e prima che l'Ardemia fosse messa in convento, avevano più d'una volta giocato insieme da fanciullette e corso pei prati a caccia di farfalle e di fiori. Ma l'una si conservava ancora in tutta la freschezza della gioventù, mentre la povera Rosa, oppressa forse dagli stenti, e da qualche secreta malattia, era dimagrita, aveva perduto il colore, e ad onta de' suoi graziosi lineamenti appena poteva dirsi l'ombra di sè stessa. Era proprio la rosa dell'ultimo dicembre, bella tuttavia nel suo malinconico pallore, ma appassita e languente prima ancora d'aver finito di sbocciare. Quella cera macilente, que' fanciulli sparuti, quella stretta di mano, e quella lacrima, le duravano fisse nella memoria. Fantasticava quali potevano essere i suoi casi, quale il dolore che così anzi tempo l'andava consumando. La sapeva maritata di suo genio con un giovane sartore del paese, che campava onoratamente lavorando del suo mestiere nelle famiglie dei contadini. Era padrona sola in casa e pareva che non avesse motivo di lagnarsi nè dell'amore del marito nè di malattie o di disgrazie che si sapessero. Del resto, non apparteneva ai coloni della Contessa, e de' suoi fatti ella non se n'era interessata più che tanto. Ma ora sentiva bisogno di penetrare in quel cuore.

Nel dopo pranzo d'Ognissanti la gente concorre tutta alla chiesa, e pregano per i defunti. I sacerdoti, dopo aver cantato in tuono funebre l'esequie e asperso d'acqua benedetta il catafalco eretto nel mezzo della chiesa a ricordare il dì dei morti, e gli antichi sepolcri dell'interno, passano processionalmente nel cimitero e si fermano sui tumuli a recitare le preci raccomandate dalla pietà dei superstiti. Alcuni li seguono, la maggior parte si ferma inginocchiata sui banchi, e accompagnano sommessamente quelle voci monotone e devote, che si sentono farsi or più dappresso or più lontane a seconda del luogo dove riposano le ossa dei trapassati. La funzione dura a lungo, sicchè la gente viene e va per dar luogo agli altri ed assistervi tutti alla lor volta. L'Ardemia era venuta anch'essa, e cercando cogli occhi per la chiesa vi rinvenne la Rosa, che inginocchiata in un angolo vicino alla parete pregava con gran devozione, e ogni tanto sollevava all'altare gli occhi bagnati di lagrime, poi di nuovo tirandosi sulla faccia il fazzoletto si nascondeva con esso e colle mani congiunte su cui si teneva abbassata. Le stava dappresso uno dei figliuoletti, e stanco di pregare l'andava ogni qual tratto punzecchiando. Parve che la donna si lasciasse finalmente persuadere da quella muta eloquenza, perchè, difatti, di lì a pochi istanti sorse, e giunta alla pila dell'acqua benedetta, colla mano con cui si aveva segnata toccò le dita al bambino, gli fece fare la croce e devotamente inchinatasi partì con esso. Venne allora in mente all'Ardemia di approfittare del momento in cui tutti erano alla chiesa per recarsi non veduta da lei a vedere se pur poteva in qualche maniera asciugare quelle lacrime. Uscì con questa intenzione, e lenta lenta s'avviò verso la dimora della Rosa. Giunta alla casuccia, ristette in forse sull'uscio semichiuso, mal sapendo se dovesse spalancarlo ed entrarvi, mentre udiva i due fanciulli che tra loro altercavano, e la madre pareva che fosse salita disopra ad acquietare il piccino.

— Capiscila una volta, Menichetto! Lascia stare quella sedia. Vuoi romperti il collo? Lo dico alla mamma veh! Mamma! (strillava con voce più acuta.) Ve' Menichetto che ha messo una sedia sulla tavola e s'arrampica a dispiccare l'ultimo manipolo dell'uva che ci ha portato pappà!

— Ho fame io! gridava l'altro piangente. Tu se' stato a casa, e avrai mangiata intanto mezza la pappa di Vigi, e poi mi hai tolto il pane dei morti....