— Per la via di Mangano a Cormons. Ordinò la Contessa. Strada facendo il signor Giovanni cercò più volte di mettersi in dialogo; ma ella pareva troppo occupata dei propri pensieri per dargli retta. Rispondeva qualche monosillabo tanto da troncare il discorso, e mostrava evidentemente d'aver per la testa qualche progetto ch'egli non arrivava a discoprire.

Ricacciato così, suo malgrado, alle proprie riflessioni, il signor Giovanni non poteva a meno di non trovare assai poco a proposito quella gita in quella giornata e a quell'ora. Ahi! pensava tra sè. Eccoci di nuovo ad uno dei soliti capriccetti! e io, che fidandomi alla bonaccia di quest'autunno, osava sperare che finalmente fosse guarita? Sì poi!... E come all'improvviso l'è saltata la mosca! Sta mattina a messa, dispensare colle proprie mani il pane dei morti, a' vespri tutta divota e compunta che pareva una santa.... e adesso presto in carrozza, e chi sa dove diaccene anderemo! Oh! donne, donne!... concludeva il buon fattore, e involontariamente gli si affacciava il proverbio: che chi è matto non guarisce mai.

Passato il Nadisone, la Contessa ordinò che si andasse a passo. La notte era placida, faceva un bel chiaro di luna, e le colline di Rosazzo, quelle più lontane del Coglio e la facile catena che termina col monte di Cormons coronato la fronte del suo vecchio castello, apparivano nitide e si disegnavano in bruno su d'un fondo cilestrino tempestato di rade e pallide stelle. Per la via non incontravi anima viva. I contadini a quell'ora erano tutti ritirati in casa a recitare il lungo rosario dei morti; e la credenza che le anime come in quella notte vadano vagolando intorno avvolte nel funereo lenzuolo, non avrebbe lor certo permesso di lasciarsi trovar fuori. Sicchè la campagna era affatto deserta, solo sentivi a un buon tratto di distanza tutti i campanili del circondario sonar a distesa le malinconiche danze dei morti.[3] Giunti su di un quadrivio, la Contessa fece fermare; e aguzzando gli occhi guardava di qua e di là con un'attenzione, che al signor Giovanni mise i brividi. Poi cavò l'orologio e lo fece battere. Otto e trequarti. Era evidente ch'ella aspettava qualcheduno.

— Si trattasse mai di qualche intrighetto!... pensò con angustia il signor Giovanni. E io qui testimonio! allora sì! che la vorrei veder bella co' suoi signori parenti.... — e si passò due dita tra il collo e la cravatta come per allargarne il nodo, onde poter meglio inghiottire la scialiva che a questa riflessione gli si era ingrossata. La Contessa intanto aveva raffigurato la siepe e il comunale indicati dalla Rosa, e le parve di veder in lontananza qualche ombra, che attraversasse in quella direzione la campagna.

— Sono là senza dubbio! pensò ella, e, o nell'andata o nel ritorno è impossibile che su questo quadrivio ei non debba capitare. E avvolta nel suo ampio fazzoletto, si disponeva imperterrita ad aspettare magari tutta la notte.

In quella, si sentì un passo affrettato che si faceva sempre più dappresso. Comparvero due paesani, che, data un'occhiata sinistra a quella carrozza lì ferma, continuarono la loro strada verso Cormons. Quando si furono allontanati:

— Ecco due, che non hanno paura nella notte dei morti! disse il signor Giovanni che aveva osservato con una specie di terrore quelle due facce proibite.

— No davvero! rispose la Contessa. Ma e' mi pare che siano forestieri; o almeno io non so d'averli mai più veduti.

— Eh! il diavolo saprà a che razza di gente appartengono, sclamò egli. Ma, e noi.... s'arrischiò poscia a dimandare, che cosa facciamo noi qui fermi a quest'ora?

— È una mia idea, che più tardi saprete. Vi spiegherò tutto, mio caro amico, ma per ora.... per quanto strana vi possa parere la mia condotta, vi prego, tacete, e lasciatemi fare.