— Via rispondi, se sei sì o no contento.

— Contento?... Ah! se sapeste il bene che voi mi fate.... servirvi, adorarvi finchè avrò vita!...

— Presto dunque, signor Giovanni, andate dalla Rosa, e se anche è a letto, fatela subito alzare, e conducetela qui: chè non vogliamo stabilir nulla senza di lei. — Il signor Giovanni, che fino allora aveva sempre obbedito senza capir nulla, e che si sentiva metter in bocca discorsi e progetti che non gli erano mai passati pel capo, credette proprio di sognare; ma ricordandosi della promessa ch'ella gli aveva fatto di spiegargli ogni cosa, continuò di buona grazia la parte passiva che gli era stata intanto assegnata, e preso il cappello, andò per la donna. Ell'era seduta sul limitare della porta, e quando lo vide, gli corse incontro e tutta in lagrime:

— Mio marito! gridava. Che cos'è di mio marito?...

— Vostro marito è colla Contessa che cena, ed ella mi ha ordinato di venirvi a prendere.... Rosa ansante gli prese tutte due le mani, e senza neanche chiudere la porta di casa, corse via con lui che pareva fuori di sè stessa. Entrati nel tinello, la povera donna non poteva credere ai propri occhi, e lì tutta pallida e tremante a traverso certi goccioloni di lagrime che le cadevano inavvertite, guardava sorridendo al marito, alla sua benefattrice, senza poter proferire neanche una parola. La Contessa le raccontò come lo aveva incontrato; la gita che avevano fatta; poi le espose il progetto, dimandandole se era contenta. Per tutta risposta Rosa le cadde dinanzi inginocchioni, e piangendo come una bambina non rifiniva mai di stringerle e baciarle la mano.

Si sedettero a tavola. Tutti erano commossi; e perfino il signor Giovanni, quantunque per lui fosse ancora ogni cosa nel mistero, vedendo gli altri, faceva ogni tanto una smorfia e di soppiatto andava asciugandosi le lacrime.

IX. IL CUC.[4]

A due tiri di fucile dal villaggio di Mansinello, in riva al picciolo torrente che scende dai colli vicini, presso al ponte è situata una rustica casetta da contadini, ma così propria e pulitina, che ti si rivela subito il ben essere della famiglia che dentro vi abita. All'un dei lati una palizzata nuova, sulle cui punte simmetricamente tagliate in forma di labarde fan capolino alcune rose del Bengala, chiude un orticello diligentemente scompartito; dall'altro s'allarga il cortile che scende fino alla corrente e dal quale a guisa di piramidi s'innalzano diverse biche di paglia e di strame, sulla cui più alta cima sventola una banderuola ad indicare i mutamenti dell'aria. Quel cortile è popolato da una quantità di bestiame minuto, e ti sarà di rado occorso di passarvi dinanzi senza vederne uscire od entrarvi reduci dal pascolo molte torme di polli d'India, di anitre, di oche, guidate da qualche tarchiato fanciulletto dalla cui cera rubizza ed allegra avrai potuto argomentare come lì dentro non vi sia, grazie a Dio, giammai penuria di buona polenta. Infatti dalle finestre del granaio puoi scorgere come ei sia tutto soffittato da lunghi festoni di granoturco, e spesso essi si protendono fino al di fuori appesi a dei grossi chiodi ad inghirlandare la facciata di mezzogiorno. Questa casa è abitata da una numerosa famiglia di contadini, che pagano puntualmente il loro affitto e a cui non manca giammai nè un tallero in saccoccia nè l'allegria nel cuore. Mi ricordo sempre la prima volta ch'io entrai a salutarli. Era d'inverno, e sedevano tutti adunati in cucina intorno a un bel fuoco, aspettando che si riversasse la polenta. Garzoni e giovanette, chi attendeva a sgranocchiare, chi con un coltellino intagliava di minuto e capriccioso lavorio il fusto d'una rócca; uno imbroccava un paio di eleganti zoccoletti dalla fodera di scarlatto e dal tacco a triangolo tutto a ghirigori; le donne filavano badando a' bimbi, mentre la padrona di casa allestiva le scodelle e andava ogni qual tratto scoperchiando un capace tegame, le cui ondate di ghiotto e untuoso vapore facevano aprire gli occhi al dormiglioso alano che accovacciato lì dappresso al fuoco aspettava anch'egli colla famigliuola il momento di refocillarsi. Ma fra tutte quelle facce gioviali e piene di salute, la più originale, la più degna d'attenzione era quella del vecchio padrone di casa. Seduto in capo al focolare colle gambe incrociate, e colle mani or sulle ginocchia or distese alla vampa, egli andava guardando con un certo sorriso di compiacenza alla sua lieta famigliuola, e pareva che in suo cuore s'applaudisse di quella felicità, come se avesse avuto la coscienza di averla egli stesso creata. La sua fronte calva e leggermente corrugata dagli anni era serena, e sotto le folte sopracciglia già quasi affatto canute, gli brillavano sereni due begli occhi azzurri che il tempo non aveva potuto offuscare, e nella cui limpidezza traspariva la dolce tranquillità di un'anima contenta, come la bonaccia del cielo in una bella notte d'autunno. Un altro vecchio venerando gli sedeva dappresso intento a far ballonzolare sulle ginocchia una candida fanciulletta che ogni tanto gli si avvinghiava al collo, e baciandogli le guance abbronzite, confondeva i morbidi ricci della sua bionda testina colle ispide e grigie chiome di lui. Guardando a quei due uomini assisi lì, l'uno dappresso all'altro, e che evidentemente ti si mostravano per i padroni o i capi della famiglia, ti era facile l'accorgerti di una diversità di origine tra essi. La statura, il colorito, i lineamenti affatto differenti e perfino la pronunzia che presentava due di quelle caratteristiche varietà che qui nel nostro Friuli s'incontrano quasi ad ogni mutar di villaggio, ti palesava com'era impossibile ch'essi fossero nati dallo stesso padre; nemmanco nella stessa casa; mentre l'affetto con cui si guardavano e si rivolgevano il discorso, lasciava trasparire com'essi erano uniti da un legame assai più forte ancora, che non sono quelli del sangue. Essi erano cognati; Valentino aveva sposato una sorella di Domenico, e il modo con cui il caso li aveva congiunti era una di quelle vecchie istorie che quest'ultimo si compiaceva di spesso raccontare a' suoi figli ed a' suoi nipoti d'accanto al fuoco nelle lunghe sere invernali, nella quale egli riconosceva la mano benefica della Provvidenza e l'origine della sua presente prosperità. Ne' suoi anni giovanili Domenico s'era trovato in ben altre circostanze; e in quella casetta, oggi sì florida, regnava allora lo stento, la miseria, il lavoro senza compenso. Rimasto orfano per tempo con due figli ancora bambini e con tre sorelle, delle quali, per l'età troppo fresca, una sola era in istato di prestargli aiuto nelle molte fatiche necessarie alla coltura della colonía ch'ei teneva in affitto, vedeva in ogni anno che passava un accrescimento di debito col padrone e sempre più consumarsi i suoi pochi modi di sussistenza. Mancavano le braccia al lavoro, e a provvederne di mercenarie bisognava ogni giorno disfarsi o di qualche utile oggetto o di qualche istrumento di agricoltura, o finalmente diminuire il numero degli animali compagni delle sue fatiche; e assottigliato così il suo capitale agrario, veniva di necessità che anche i campi dimagrissero a colpo d'occhio, ed egli si trovava sempre più povero ed affaticato. Nè giovava sperar nell'avvenire, perchè le sorelle che intanto si avvicinavano all'epoca del loro collocamento, avrebbero causato in breve, non solo una nuova diminuzione di capitale, ma anche di lavoro; e fino a tanto che i figli fossero cresciuti, egli aveva tutte le ragioni di temere, che il proprietario, vedendo ogni anno sminuita la sua rendita, pensasse a cambiare fittaiuolo. Egli era in questo tristo frangente, quando una mattina di gennaio, estremamente scorato, e non sapendo come più provvedere di biada alla sua povera famigliuola durante i lunghi tre mesi d'inverno che ancora rimanevano, uscì di casa nell'idea di recarsi al mercato a vendere gli unici due buoi da timone che ancora possedeva. Egli stette l'intero giorno immerso nella folla d'uomini e d'animali che in tale occasione riempie il vasto spazio a cui nella città di Udine si dà il nome di Giardino. Coi piedi nella mota, e colle spalle appoggiate all'uno de' suoi buoi che in mezzo a quel tramestio stavano placidamente ruminando, ei ravvolgeva mille tristi pensieri, e si lasciava urtare e spingere dai sensali, dai venditori, dai compratori, senza curarsi dell'infernale schiamazzo e della moltitudine irrequieta che lo circondava. Solo, ogni volta che qualcuno allettato dal bel pelame delle sue bestie e dalle loro forme abbastanza promettenti veniva a palpar loro la giogaia, a pigliarle per le corna, a riconoscerne l'età col guardarneli in bocca, ei trasaliva e, come se non fosse stato lì per vendere, tremava dal vedersi dinanzi un compratore. La sola necessità lo aveva spinto a quel passo; ed ora ch'egli era sul punto di disfarsene, gli veniva dinanzi più gigante che mai il pensiero del come avrebbe poi fatto senza di essi ad arare ed a preparare la polenta e l'affitto per l'anno venturo. Due sole volte gli fu profferto un prezzo, ma tanto al di sotto del loro reale valore, che in coscienza ei non potè neanche contrattare. Sicchè, venuta la sera, tra afflitto e contento del non avere venduto, pensò di ritornarsene a casa. Preso un po' di cibo così alla presta, veniva via per la strada postale, sempre mulinando al come avrebbe fatto a campare. Era stata una di quelle giornate d'inverno annebbiate e pallide, che non sai bene se voglia risolversi in pioggia od in neve, ed ora coll'avvicinarsi della notte spirava un acuto levante che agglomerava le goccioline invisibili di cui era piena l'atmosfera, e cangiatele in un fino nevischio le gettava sui rialzi della via e nei ridossi dei solchi, dimodochè già la terra cominciava ad apparire giù e colà allineata di bianco. Domenico procedeva in silenzio scuotendo ogni tanto dal cappello l'acqua diaccia che gli si fermava sull'ala e pestando i piedi che gli si andavano inzoccolando. Per ripararsi dal freddo, egli s'aveva gettato sulle spalle a mo' di gabbano una specie di sdrucita casacca; ma il vento che gli dava giusto per mezzo alla faccia, finì ben presto di sradicare l'unico bottone che gliela teneva allacciata. Pensò allora di supplire con un auzzo di legno, ed a tal fine guardava lungo il fosso per vedere dove gli fosse stato più agevole il varcarlo a tagliarsi una bacchetta nella siepe. Gli diede allora nell'occhio un oscuro fardello mezzo coperto dalla neve che giaceva quasi nell'acqua. Lo raccolse; era un farsetto, pesava fuor di misura ed aveva le maniche gonfie e dure, come se ci fossero state entro ancora le braccia. E che diaccine vorrà esser qui? disse Domenico, che alzatolo esaminava le imboccature strette al basso da due vincigli attortigliati. Provvidenza di Dio! esclamò quando dopo aver introdotta la mano in uno di que' pesanti salcicciotti, la cavò piena di svanziche. Gli è denaro, tutto denaro! E come il foglio, su cui si abbia scritto coll'inchiostro simpatico, al calore del fuoco cambia subito d'aspetto e lascia comparire il pensiero e la vita dove prima non era che carta insipida e bianca, così egli al tocco di quel metallo si risentì tutto quanto, si rianimò, il cuore dilatato accolse con battito di gioia il sangue che gli affluiva più vivace e più rapido, le idee della sua mente presero subito un altro corso, ed ei si trovò come per incanto tramutato in tutt'altro uomo. Mille pensieri, mille diversi progetti gli si affacciarono. Camminava concitato, e si vedeva dinanzi agli occhi la gioia della sua famiglia, i campi che teneva in affitto lavorati e concimati all'ultimo apice, le masserizie rinnovate, le sorelle, la moglie, i figliuoli vestiti da festa, nuotare nell'abbondanza e nella consolazione; e già gli pareva d'incontrare per la via il suo padrone, guidando non mica quei due poveri ed unici buoi, ma la più numerosa e la più pingue plina[5] del contorno e di salutarlo senza neanche levarsi il cappello di testa, con quell'aria soddisfatta e quasi da eguale che sa tenere il contadino benestante che non ha bisogno di nessuno, e che non tiene un quattrino di debito con chi che sia. Egli era il ben venuto in tutte le osterie, il rispettato nel paese, il factotum nel consiglio comunale; ristorava la chiesa, il campanile, faceva fare di nuovo il pozzo: insomma per un momento gli passarono pel capo i più matti pensieri, e immaginava ogni sorta di eventi, eccetto il più ovvio e naturale, quello che doveva succedergli da lì pochi passi, cioè d'incontrarsi nel padrone della somma ch'egli aveva rinvenuta.

Domenico era appena andato alquanti tiri di fucile, che si vide venir incontro correndo un giovane tutto ansante ed in lacrime. Quando fu a portata d'essere inteso, si fermò a raccogliere il fiato, poi in atto di somma angoscia gli chiese: — Avreste per sorte, galantuomo, veduto per via un farsetto con del danaro legato nelle maniche?

— Un farsetto, replicò Menico, con del danaro?... Avete dunque perduto una somma di danaro?