— Niente manco che il valore di due paia di bovi! una disgrazia orribile, amico, che mi fa dar volta al cervello, ch'è la mia rovina, quella del mio padrone e di tutta la sua famiglia. Oh Dio mio! che sarà mai di me?... e si mise a piangere e a strapparsi i capelli. — Immaginatevi, continuava, sono un povero famiglio. Il mio padrone mi ha mandato al mercato; ho venduto questa mattina; e siccome il danaro mi fu contato la maggior parte in tante svanziche, e io non voleva far solo la strada, ho aspettato a venir via assieme con altri contadini del mio paese. Per non lo perdere lo aveva riposto nelle maniche del farsetto, e il demonio mi ha tentato a gittarlo sul carro di un nostro compare. A Prademano ci siamo fermati, vado per riprendere il mio farsetto.... Oh Dio! oh Dio! non è più!... Torno a rifare la strada; ma già è impossibile che a quest'ora non l'abbiano ritrovato, e per me è finita! Oh la disgrazia orribile! — e tornava a disperarsi.
— Via via, disse Domenico, tranquillizzatevi, che il vostro farsetto è qui. Il giovane a queste parole spalancò gli occhi, vide che era vero, si gettò a' suoi piedi, poi strinse il contadino fra le braccia, e piangeva e gridava che pareva impazzito.
— Era in un fosso, capite! l'ho veduto proprio per miracolo, e il danaro ci deve essere intatto, perchè io non gli ho che tastato il polso per di qui: e guardate, gli diceva tutto allegro, mostrandogli i danari ancora legati dai vimini. Continuarono la strada fino a Prademano, e il giovane voleva che Domenico si tenesse almeno un gruzzolo di quelle svanziche, dicendo ch'ei poteva disporne, perchè aveva credito col suo padrone di molti anni di salario, ma il buon uomo non volle neppur un quattrino; solo fermati dinanzi la porta dell'osteria, bevettero insieme un fiasco di vino e si divisero, avendo stretto fra loro una di quelle amicizie di cuore che durano finchè dura la vita. Nessuno dei bei sogni di Domenico si era avverato. Egli aveva restituito quel danaro così come lo aveva rinvenuto, senza neanche numerarlo, tornava a casa povero come prima; nondimeno egli era allegro: anzi non sapeva ricordarsi di essere stato così allegro in vita sua. Giammai abbracciò così contento sua moglie, i suoi figliuoli, le sorelle come in quella sera; gli pareva che gli fossero diventati più cari, sentiva di voler loro un bene indicibile, di voler bene a tutto il mondo, e la cenetta che essi gli avevano apparecchiato gli andò per ogni vena. Oh! egli aveva asciugate le lacrime a un disgraziato, aveva potuto sollevare un'anima afflitta, far sparire in un subito la sciagura che l'opprimeva, tornarla all'ilarità, alla quiete di prima; e questa gioia unico bene che gli era provenuto dall'accidente occorso, e l'unico ch'egli non aveva saputo prevedere, gli riempiva ora l'anima di tanta dolcezza, che gli valeva tutti i dorati castelli in aria e le matte immaginazioni che quel danaro ritrovato gli aveva per un momento fatto passar per la mente. Dopo quell'epoca non passava domenica e dì festivo che a quel casale non capitasse puntualmente Valentino, il giovane della somma perduta. Ve lo conduceva la gratitudine; e Domenico, che aveva preso ad amarlo come si ama sempre la memoria d'una buona azione, lo vedeva assai volentieri, ed uscivano insieme alle funzioni, e talvolta anche a diporto nei vicini villaggi. Egli era diventato come di casa, e non istette molto ad accorgersi della strettezza in cui si trovava l'amico. Con quei modi che sa suggerire la riconoscenza e l'affetto, ei seppe tanto adoperarsi, che finalmente lo persuase ad accettare l'imprestito de' suoi salari. Domenico nella rettitudine della sua anima aveva capito che sarebbe stato un mal retribuire, anzi contristare l'amicizia, se per falsa delicatezza si fosse più oltre ostinato a patire egli e la sua famiglia, piuttosto che valersi di quel danaro che gli veniva offerto con tanta espansione di cuore. Per tal modo questo dolce ricambio di beneficio fatto così alla buona, ed accettato senza orgoglio, accresceva ogni dì più fra loro l'affetto. Valentino, povero orfano condannato fin dall'infanzia a mangiare il pane degli altri ed a vivere senza famiglia, riguardava come sua quella dell'amico, e tutte le ore che gli restavano libere, veniva a passarle in quel casale dove sentiva l'ineffabile consolazione di essere amato. E lo amavano tutti come un caro fratello; i fanciulletti, appena che lo vedevano capitare, gli correvano incontro e facevano allegria; le donne gli usavano le più delicate attenzioni; ma chi più degli altri mostrava interesse per lui, era la maggiore delle sorelle di Domenico, una graziosa brunetta di vent'anni dai modi ancora infantili e dallo sguardo ingenuo e gentilmente amoroso. Ella aveva sempre qualche cosa in particolare da dirgli. Era de' suoi fiori, del nido dei colombi, del vitellino ultimo nato che la lo intratteneva: talora gli faceva delle curiose interrogazioni, gli comunicava con innocente confidenza tutti i suoi pensieri, così come s'andavano svolgendo nella sua giovane testa; e fosse caso od irresistibile forza di secreta simpatia, non era volta ch'ei venisse in casa, che presto o tardi non si trovassero seduti l'uno appresso dell'altro; e quando andavano tutti insieme a qualche sagra, se anco la Lucia uscisse di casa a braccetto colla sorella, o colla cognata, nel ritorno era sempre con Valentino ch'ella vi rientrava. Un misterioso potere, di cui non si erano per anco avvisati, teneva ammaliate le loro anime e li costringeva col pensiero o col fatto a cercarsi del continuo; sicchè non si trovavano mai tanto a lor agio come quando erano insieme. Vivere nello stesso ambiente, respirare l'aria medesima, leggersi a vicenda negli occhi ogni più intima commozione, mettere in comune tutte le loro gioie e tutti i loro dolori, quest'era per essi, se non la felicità, almeno quel più di bene di cui possa godere quaggiù sulla terra l'umana creatura. Codesta coppa voluttuosa in cui senza reflettere entrambi a gran sorsi bevevano, era dunque l'amore? Primo ad accorgersene fu Valentino. Una domenica dopo la messa, egli s'era fermato insieme con altri compagni sulla piazza della chiesa, e guardavano alla gente che usciva. Come è ben naturale, chiacchieravano di ragazze, e secondo il proprio capriccio davano la preferenza a questa od a quella; egli taceva, e senza saperlo pensava alla Lucia, quando l'udì nominare. Un giovanotto delle meglio famiglie del paese ne tesseva con molto calore l'elogio, e conchiuse dicendo ch'egli aveva in pronto un bel mazzolino, e che intendeva andare in quell'istesso giorno a' vesperi nella parrocchia di lei per regalarglielo, e chiederle così licenza di camminare per casa: il che, stando al loro linguaggio, equivale alla protesta di volerla amoreggiare. Valentino guardò con disprezzo all'impronto chiacchierone, e stava per lasciarsi trasportare a qualche brusca parola, ma lo colpì l'eleganza del vestito che indossava cotanto migliore del suo; il cappello nuovo chinato sull'un degli orecchi che lasciava vedere la folta zazzera ben pettinata e dava garbo a quella fronte e a quel volto pieni di brio e di baldanza giovanile; un fazzoletto di seta, il cui angolo a vivaci colori faceva capolino dalla tasca, e un altro gettato a tracollo che gli si allacciava sul petto. Era la prima volta che ci badava; ma quel giovinastro che fin l'altrieri giocava colla ragazzaglia del paese alle piastrelle per le strade, era diventato un gran bel giovane; e nell'ammirarne la svelta e slanciata persona, che a guisa di fresco e rigoglioso abete s'ergeva così ben complessa sulle gambe tornite, sentì suo malgrado che la Lucia avrebbe dovuto apprezzarne l'omaggio, tanto più che si trattava d'una buona fortuna. Egli invece, povero figliuolo senza famiglia, che cosa avrebbe potuto offerirle? Chiederla in isposa, ei non aveva mai pensato a codesto: ma ora il progetto di costui gli svelava troppo bene la natura de' suoi propri più reconditi desidèri. Chiederla in isposa egli meschino bracciante che non aveva di suo che la vita? e se anche la fanciulla accecata dall'amore avesse potuto preferirlo, dove condurla? Come provvedere ai bisogni d'una nascente famiglia? forse sarebbe stato facile trovare a pigione una cameretta e mettersi nella condizione di sottani che vivono del solo lavoro della giornata; ma se una malattia od una disgrazia qualunque li avesse colpiti, di che allora campare? ed egli che l'amava, come mai avrebbe consentito ch'ella rinunziasse a un così buon collocamento per strascinarla seco a patire nel più profondo della miseria? Queste riflessioni gli fecero, per così dire, palpar con mano la propria inferiorità, e per un momento odiò quell'avvenente giovanotto. Più lo guardava, e più si sentiva mordere il cuore da un'amarezza tale, che non potè più oltre sopportarne la presenza. Rientrato nella casa de' suoi padroni, si occupò come di consueto nelle faccende che gli spettavano; solo quando venne l'ora dei vesperi non uscì nè chiese d'andare da Domenico: aveva risolto di non andarvi mai più. Era passato già quasi un mese ch'egli durava in tale proponimento. Domenico e la sua famiglia non potevano darsi pace di cotesto non vederlo. Da principio credettero che qualche impiccio ne lo avesse impedito, poi sospettarono che potesse giacere ammalato, e una domenica sera, dopo averlo lungamente aspettato indarno, la Lucia insieme colla cognata risolsero di andar nel dimani mattina per tempo al villaggio di lui per sapere come fosse. Le due donne s'erano avviate appena sorto il sole, ed erano andate un mezzo miglio di strada, quando s'incontrarono in un magnano che aveva la sua fucina contigua alla casa dei padroni di Valentino. Tosto ne lo richiesero. — Ammalato? rispose l'artiere, ma che cosa vi sognate? non sarà neanche un'ora ch'io l'ho lasciato nel comunale vicino al crocicchio, e se vedeste come volta la terra! le braccia intanto, affè, non pare gli si sieno aggranchite! Esse si guardarono, fecero ancora alquanti passi, poi d'accordo risolsero di tornarsene a casa. La Lucia teneva il capo chino, o lo rivolgeva dall'altra parte della via, onde nascondere alla cognata qualche lacrima che a malgrado de' suoi sforzi voleva uscirle dagli occhi, aveva perduta la favella, era diventata pallida. A lei che in tutta la notte non aveva chiuso un occhio per paura che fosse ammalato, le parole del magnano avrebbero dovuto riuscirle di conforto, invece le avevano fatto male al sangue. Essere sano e non venire! questo pensiero continuamente le si riproduceva nel cervello, questo pensiero come spina avvelenata le si era fitto nel cuore. A pranzo indarno procurava d'inghiottire qualche boccone, le si fermava nel collo, e la notte invece di dormire piangeva. In pochi giorni ella si era talmente mutata, che tutti in famiglia se ne accorsero. Domenico, che ci aveva pensato sopra, risolse di farla finita e di andare egli stesso da Valentino e di sapere come era questa faccenda. In chiesa a' vesperi non lo vide, aspettò un poco sul piazzale finchè fosse venuta fuori tutta la gente, pur sperando d'incontrarlo, ma indarno; allora andò dove stava di casa, e finalmente lo trovò in cortile seduto sotto la pergola malinconico e stralunato. — Valentino, diss'egli, sono venuto a vedere come la intendi, e se è propriamente vero che tu ci abbia abbandonati! Ma dico io, che cosa ti abbiamo fatto noi altri poveretti, per trattarci di questa maniera?
— Non interpretarmi a male, Domenico.... io sono un disgraziato.... ma il mio affetto per voialtri è, e sarà sempre lo stesso.
— Oh sì davvero! un bell'affetto! egli è quasi un mese che, a quel che pare, tu ci hai dato commiato, e intanto quella povera ragazza patisce.... Via, non accade far lunghi discorsi, se hai destinato farla morire, continua pure così, che te lo dico io l'hai trovato il vero modo.
— Oh non dir questo! È anzi per lei, per il suo bene, pel bene di entrambi, ch'io mi sono determinato a non metter più piede laggiù.
— Ma che pasticcio è cotesto? vi siete dunque bisticciati tra voi due?
— Oh no! la non sa niente.
— Via, parliamoci franco; l'ami tu questa ragazza, sì o no?
— Se l'amo!... Anzi perchè mi sono accorto d'amarla troppo.... poichè io sono un poveretto che non posso offerirle se non miseria.... perchè non voglio che per colpa mia ella perda una buona occasione....