— Guarda, diceva uno di essi, bella ragazzina quella dalla pezzuola colore scarlatto, che s'è lasciata cadere dalla testa il fazzoletto, onde mostrare i tanti tremoli che ha nelle trecce.
— È la figlia d'un ricco affittuaiolo che abita in quella casuccia bianca che vedi là nella terza delle colline che ci stanno dirimpetto; rispondeva il dottore.
— Bellina in verità! notava un altro. No, non sa ballare. Vedi modo sgraziato di portare la persona! e poi come butta le gambe!
— Effetto, mio caro, dell'essere avvezza a saltare pei colli.
— E l'altra, che balla con quel mascalzone che fa pompa del moccichino ricamato che s'è cinto attraverso la vita....?
— Una mugnaia.
— Io vorrei che ballassero quelle due là che si bisbigliano alle orecchie; quelle due care pettegole dai ricciolini minuti minuti e dalla vita mingherlina, che stanno lì dappresso a quella grassoccia che ha scritto sul viso la pretesa d'esser bella, ma che non lo è niente affatto.
— Quella, vedi, diceva il dottore, ha nome di bellissima, mentre le altre due non sono contate un'acca. I contadini destinati alla fatica calcolano la bellezza in relazione ai loro bisogni. Buoni gombiti e buone spalle sono per essi la migliore attrattiva, e si prenderebbero, io credo, una donna a peso.
— Infatti, osservava un altro, quelle che qui ballano non sono per nessun conto le migliori. Io vedo là nella calca spuntare dei visetti da angelo che allungano il collo per desiderio di far quattro salti, e cotesti villanzoni passano loro dappresso senza neanche guardarle, mentre le regine della festa sono due, tre, madame pataffie ben grasse e ben rubiconde, tutte ansanti e grondanti di sudore.
E motteggiavano notando le smorfie, le occhiatine dolci e gli sguaiati attucci di quelle giovinotte che nella pretesa d'esser belle facevano vie meglio risaltare i difetti della loro goffa figura.