Una mattina ell'era nella sua camera intenta a farne il ritratto. L'aveva vestita di bianco, e cintala di una fascia rosata e scioltole i crini, mentre la si trastullava con alcuni balocchi, ella si compiaceva a fissarne sulla tela l'ingenuo sorriso. Picchiano, e la cameriera le annunzia una visita del marito.

Altre volte ei sarebbe entrato senza farsi annunziare, e qual gioia per lei il corrergli incontro e mostrargli quel lavoro! Invece ora, pallida come la morte, ella potè appena balbettare una mezza parola, e compiere colla mano tremante l'atto di semplice civiltà con cui lo invitava ad assidersi. Egli finse di non accorgersi nè del turbamento nè della sedia additata; ma in aspetto assai severo disse, che veniva per un affare d'importanza. Posato il pennello, ella ascoltava.

— La mia figlia, continuò egli, ha compíto sett'anni. Come padre, io deggio pensare alla sua educazione; trovo conveniente il collocarla nel collegio di S*** e vengo ad avvertirvi, o madama, perchè mi venga consegnata.

Un fulmine a queste parole colpì la misera madre. Nella faccia severa di lui, ella vide la legge che inesorabile strappavale dalle braccia il suo unico tesoro, e impossente a difendersi perdette i sentimenti. Quando tornava in sè, trovavasi nel suo letto attorniata dalle ancelle piangenti, che non sapevano darle la trista notizia che la sua Regina era già ita in convento.

Il conte, adempito a quest'atto ch'ei credeva necessario al futuro ben essere della figlia, partì per la campagna senz'altro curarsi di lei che lasciava ammalata di crepacuore. Ma anche per lui quell'amena villeggiatura aveva perduto ogni attrattiva. Parevagli d'essere affatto solo, si annoiava mortalmente, e ancora fiorente d'anni sentivasi come invecchiato. Risolse di fare un lungo viaggio, e credeva di rinnovarsi il cuore col vedere cose nuove. Ma ritornò come era partito, e una sola speranza gli rallegrava la vita: quella di Reginetta reduce dal collegio e capace di supplire al vuoto che lo circondava. L'evento deluse peraltro i suoi progetti. La fanciulla delicata di complessione, avvezza ad essere tenuta con tutte quelle cure che il solo affetto materno sa immaginare, tolta all'amore de' suoi genitori, mal sapevasi adattare alla vita metodica e piuttosto severa d'un monastero. Chiudeva il suo dolore in sè, e ciò nocque alla sua salute. Crebbe debolina e triste. Sugli anni più ridenti pareva già stanca della vita. Indarno le monache procuravano tutti i mezzi per allontanare la malattia da cui era minacciata. Ci voleva un'aria più libera e più vivo affetto di quello ch'esse potevano nutrire nei loro vergini cuori consegrati al Signore. La fanciulla fu in breve ridotta a guardar il letto. Accorse la madre alla trista notizia. Dopochè gliela avevano tolta, solo poche volte era stata a ritrovarla, che quel salutarsi divise dalla grata del parlatorio, quel non poter dirsi una parola senza testimoni, era pena ad entrambe, e piangevano, e dal rivedersi non ritraevano altro che più amaro dolore. Ora le fu permesso di entrare e salire alla piccola cameretta dell'infermeria, dove avevano già trasportato l'ammalata. Nell'accompagnarla lungo i corridori e il dormitorio, la Badessa cercava di prepararla con dolci parole al dolore che l'attendeva; ma la misera madre, come se avesse avuto l'ali volava impaziente ad abbracciare la sua creatura; ed era in tale agitazione, che la vecchia credette bene di pregarla a tranquillarsi un poco prima d'entrare in camera. Sedettero in un andito dell'infermeria e passarono alcuni minuti in silenzio. La contessa cercava a tutta forza di reprimere l'affanno che la crucciava, inghiottiva le lagrime, e rimandava nelle viscere il singulto che suo malgrado l'esciva del petto gonfio di dolore. La vecchia stava contemplandola e si sentiva forzata alla compassione. Nate nobili entrambe e ricche, avevano scelta assai diversa la via. L'una dall'età più fresca aveva rinunziato agli agi ed alle dolcezze della vita: aveva chiuse le carni dilicate in una tonaca di ruvida lana; erano anni ed anni che una corda teneva per lei le veci della gentile cinturetta di raso che stringeva all'altra la disinvolta persona; il suo cuore, custodito sempre puro e penitente, le dava come diritto di giudicare con tutta severità quella giovane profumata ed elegante che le stava dinanzi, a cui il mondo dava il titolo di bella, e ne lacerava la fama. Quand'ella scese a riceverla sulla porta del convento e l'introdusse, parevale che l'aria sacra dei claustri affidati alla sua custodia restasse contaminata dalla presenza di quella donna molle e tutta mondana, e camminando al suo fianco non amava che la negra sua tunica fosse tocca dalle vesti di lei. Ma ora le lacrime della madre avevano distrutta l'antipatia: trovavasi come chi legge un libro di autore conosciuto, e alle cui opinioni non può consentire, e che nondimeno piange perchè chi scrisse piangeva. E pentivasi d'essere stata troppo ligia alle raccomandazioni del conte, e sentiva rimorso di non aver prima consolata quella povera creatura col chiamarla ad abbracciare la figlia già morente e forse irreparabilmente perduta. Entrarono nella cameretta dell'infermeria. Le impòste socchiuse e le cortine disciolte non permisero alla contessa, che veniva in quel buio per il sole d'una bella giornata, di tosto raffigurare la fanciulla. Ma ben questa al subito aspetto della madre gridò commossa: — O mamma mia! e fuori della coltrice tendeva le braccia consunte ed anelanti all'amplesso materno. Dietro la voce si appressò tentoni al letto e colle pupille intente cercava nelle tenebre il volto della figlia. Un poco alla volta cominciò a discernere il bianco dei cuscini tra cui posava, e poi, come avvolta nella nebbia, la faccia languida e la figura giacente della sua Reginetta. Oh come cangiata! Pareva un giglio due giorni dopo còlto, quando col gambo più non attigne l'acqua del vaso e piega la testa e colle abbandonate campanelle guarda la terra. Le si assise dappresso, si baciarono, e teneva nelle sue mani quella di lei ardente per febbre. Quando la pupilla dilatata le permise di raffigurare distintamente tutti gli oggetti che la circondavano, scoprì nell'angolo tra il letticciuolo ed il muro una fanciulletta, che al suo venire s'era alzata in piedi, e stava come in atto di saluto. Era una povera orfanella ch'educavano per carità, amica di Reginetta, che, dopochè era malata, stava del continuo a farle compagnia, e la lasciavano, quantunque tenessero per appiccaticcio il male, che non aveva parenti che potessero lagnarsene, e il cuore della piccola era più forte delle loro rimostranze. Intanto il campanello che con segni diversi suol chiamare le monache, suonava a replicati rintocchi. La Badessa stette un momento in orecchi. — Mi chiamano in parlatorio, disse, và giù Amalia e dì alla conversa che suoni la vicaria, ch'io mi trovo impedita. Corse in due salti la fanciulletta, e ritornò colla portinaia, che chiamatala fuori le significò essere in parlatorio il conte e chiedeva con gran premura di parlare con lei.

Era egli ritornato da un lungo viaggio, e trovato a casa l'annunzio della malattia della figlia era volato subito al convento, e con grande istanza dimandava d'abbracciarla. Ma per entrare ci voleva il permesso dell'Ordinario, ed egli afflittissimo partì tosto ad ottenerlo. La monaca fu contenta in suo cuore che i due coniugi non si fossero incontrati, e tornò in camera della malata nell'idea di darne avviso alla contessa, onde sapesse evitare di trovarsi lì quando veniva. Ma fu indarno, chè la povera madre s'era ostinata a non abbandonare più il letto della sua creatura. Per paura di farle male soffocava il dolore, e colle labbra composte ad una mentita ilarità, seguiva tutti gl'infantili discorsi della fanciulla, solo con dolcezza andava ogni tanto pregandola a non istancarsi. — Mi racconterai quando sarai guarita; ora ti può far male.... Sì, bambina mia, ma non parlar tanto.... Starò sempre con te, non temere, non ci divideremo più! e le componeva le mani sotto le coltri, e le aggiustava i guanciali. Ma Regina aveva tante cose da dire alla sua mamma, che ogni momento rompeva la sua quiete.

— Sai mamma, che ho anch'io un piccolo giardinetto? E ci ho dentro una luisa. Se muoio, voglio che sia dell'Amalietta. N'è vero che ne terrai conto per amor mio? e volgevasi alla compagna e prendevale la mano. — Oh, l'Amalia è la mia più grande amica! È buona sai, mamma, e ci vogliamo tanto tanto bene! e tu pure le vorrai bene n'è vero?

— Sì, cuor mio! ma tien sotto le braccia.

— Quando vai in campagna, ricòrdati di portarmi una pianticella di quei bei fiori celesti.... di quegli ultimi che ti ha regalato pappà; di quelli che mi avevi posti nei capelli il giorno della mia festa. E senza volerlo, squarciava l'anima alla madre, che in quel momento sentiva tutto il peso delle memorie. Di lì a poco — Dammi un altro bacio, mammina!

La baciava, e l'impressione di quelle labbra inaridite e brucianti che duravale a lungo sulle gote, finiva di toglierle ogni speranza. — Se non mi fossi ammalata, ora avrei terminato di cucire la camicia del babbo! fo una camicia da uomo sai? e fina! Ma.... ci ho tanto stentato!... Se non fosse stata l'Amalia ad aiutarmi, massime nelle pieghine delle maniche e dello sparato, non ne sarei mai venuta fuori. Vuoi vederla, mamma?