— La vedremo dimani; ora procura di riposare.

— Dimani! Oh che bella giornata è dimani per me! Ti hanno detto la bella grazia che ricevo?

— No, cara.

— Entro di comunione dimani, sai? Questa mattina è stato il confessore a trovarmi e mi ha chiesto se sarei contenta di ricevere il Signore. Dio mio! Io so poco la dottrina, non posso nè pregare nè star digiuna.... L'Amalietta, ch'è tanto più brava di me e più buona, nondimeno fin questa Pasqua non farà la sua prima comunione.... e a me, domani porteranno il Signore.... O mamma mia, che grazia grande!.... Voglio tanto pregarlo!... e per te, sai mamma, lo pregherò.... Mi dispiace una sola cosa. Io aveva sempre in animo di dirti che tu mi ricamassi un bell'abitino bianco per la mia prima comunione. Ora non posso alzarmi, e non giova pensar altro. Ma promettimi una cosa. L'abitíno lo ricamerai lo stesso? La contessa accennava di sì, ma non poteva proferir parola. — Or bene; servirà qui per l'Amalietta che non ha mamma, e che quand'io più non sarò, voglio che ti tenga le veci mie. Fatti in qua, Amalia; ch'ella ti baci! Ed era contenta di vederle abbracciate, e la contessa col volto posato sul collo dell'orfanella nascondeva le lagrime e l'angoscia dell'anima dilaniata.

Si faceva tardi, la Badessa avrebbe voluto che la signora se ne fosse andata: ma non ardiva tornargliene a dire. Intanto il campanello del parlatorio annunziava il confessore, ed ella scese a riceverlo, e nell'accompagnarlo su in camera dell'inferma gli tenne discorso della visita della contessa, del ritorno del marito e della paura che aveva non s'incontrassero; e quasi pregava lui a voler con bel modo congedarla, tanto più che le leggi della clausura non avrebbero permesso che lì entro rimanesse la notte. Il vecchio venerando taceva. Giunti alla porta della cameretta, la badessa si ritirò tornandogli a raccomandare di persuaderla ad uscire, mentre poteva darsi benissimo che da un momento all'altro capitasse il conte. Il sacerdote entrato, salutò, poi s'assise presso l'ammalata e con dolci parole le chiedeva della sua salute e la confortava. La sua faccia macilente, il capo calvo e gli occhi raccolti, gli davano un aspetto severo e conciliavano rispetto; ma quando parlava, la sua voce calma ed affettuosa, la carità del suo accogliere ed i suoi modi miti e modesti, non ispiravano se non confidenza ed amore. Era un padre che, spogliata ogni autorità in faccia a' suoi figli, non aveva più se non viscere di misericordia. E tutte quelle fanciullette lo amavano, e Reginetta sentiva grande consolazione della sua visita e pendeva tutta dalle sue labbra, e cogli occhi umidi di pianto ascoltava da lui le parole del Signore. Parlarono a lungo, e così senza affaticarla la istruiva e l'andava preparando alla comunione.

Quando la contessa vide che si disponeva a confessarla, s'alzò per uscire ed aspettar fuori. — Se non le dispiace, diss'egli, potrebbe intanto coll'Amalietta entrar a pregare nella contigua cappella. La fanciulla guidò allora la contessa nella cappelletta dell'infermeria, e dinanzi all'altare della Madonna s'inginocchiò prima, colle mani giunte con gran devozione la invocava per l'amica. — Pregare! pensò la contessa. Erano anni ed anni ch'ella più non pregava. Dinanzi a quell'altare prostravansi ogni giorno tante anime pie, tante vergini sante che consumavano la lor vita innocente nella penitenza.... avrebbe ella ardito inginocchiarsi, dov'esse; accanto alla pura angioletta, che lì tutta candida nella semplicità della sua anima implorava l'aiuto del cielo? Guardò all'immagine. Il sole che tramontava percoteva coll'ultimo riverbero nelle invetriate della finestrella, e dava al quadro una tinta porporina. L'avevano dipinta in atto dignitoso, cogli occhi avvallati, le labbra socchiuse e gentilmente severe, come quando nella sua romita celletta riceveva la visita dell'angelo, e il raggio che allora a caso la percoteva parea che fosse la fiammata della fronte pudica all'annunzio del mistero d'amore. E la donna sentivasi indegna di quella presenza verginale, e non ardiva pregare, e la guardava che si faceva sempre più rubiconda, come se avesse sentito rossore di lei. Ah s'ella avesse potuto gettarsi a' piedi di quell'immagine e col cuore pieno di pianto scongiurarla per la sua Reginetta! Tornò col pensiero a' suoi giovani anni, quando la preghiera l'era quasi un bisogno, quando la sua anima ancora innocente trovava sì dolce la meditazione delle cose celesti. Un'altra epoca era succeduta; altri pensieri, altri affetti. Gittata nel mondo come fragile barchetto in balía dell'oceano, le gioie della terra avevano troppo facilmente penetrato il suo cuore inesperto ai dolori, e un po' alla volta aveva sentito distruggersi quel primo divoto affetto, come rosa che apre la corolla ai venti e agli infuocati soli della state e perde colla freschezza il profumo. Nell'abbondanza della felicità, aveva sorriso della fede di quei primi infantili suoi anni, le gioie della virtù le parvero troppo semplici e credette trovar compenso nell'amore dell'uomo. Ma era venuta l'ora del dolore, ed ella condannata a tracannarlo tutta sola, senza un'anima che la compiangesse, ripensava con desolazione l'affetto altre volte giuratole eterno, le amicizie credute durature, le lusinghe del mondo che le sparivano dinanzi, e a questo cangiare di scena si sentiva l'anima vuota e bisognosa di ricorrere a Dio.

Intanto una mano avea stretto la sua, ed ella sentì gocciolare alcune calde lacrime insieme col bacio che le s'imprimeva. Era l'orfanella che terminata la preghiera e veduto il dolore che l'opprimeva, procurava confortarla colle sue innocenti carezze. Ella non sapeva di lei, se non che era la mamma della sua amica morente, e partecipava alle sue lacrime come al suo affetto. Si scosse e rientrarono insieme nella camera della malata. La badessa le aveva prevenute; un'altra monaca con le chiavi del convento e col lume acceso aspettava che il confessore e la contessa si congedassero per accompagnarli fuori, ma quest'ultima tornata a sedersi presso alla figlia ricusava di abbandonarla. Esposero le leggi della clausura, dissero che tornasse all'indomani: tutto fu indarno. Si rivolsero allora al confessore e lo pregarono a voler egli persuaderla. Quell'uomo d'aspetto severo, cogli occhi fissi nel suolo, che non le aveva se non appena rivolta la parola, era dunque arbitro? Ella si gittò inginocchioni, e colle mani giunte e tutta lagrimosa pregava la lasciassero; non dimandava che un cantuccio presso la sua figlia: avrebbero pur dovuto far vegliare una serva alla sua assistenza, considerassero lei come serva, presterebbe ogni più umile uffizio: ma non la togliessero di là! Il sacerdote la fe' alzare, e ordinò alle monache portassero un materasso vicino al letto della malata. La fanciulla allora contenta stese le braccia alla sua mamma, e questa consolata accarezzava la sua creatura e la bagnava di lagrime. Rimaste sole, Reginetta volle che la sua mamma l'aiutasse a recitare alcune preci, poi le chiese ancora un bacio e si compose come per dormire. Era stanca, troppe commozioni l'avevano in quel giorno agitata, e il soffio della vita in quel debole corpicciuolo già estenuato andava mancando a vista d'occhio. Quando parve assopita, la contessa adagio adagio liberò la mano che ella teneva ancora in una delle sue, le pose il braccio sotto la coltrice, indi in punta di piedi andò a gettarsi sul letto che le avevano apparecchiato; ma di lì a pochi minuti surse e si affacciò alla finestrella della cameretta. Dava su d'un'ampia corte quadrata a cui d'intorno correva l'edifizio, e nel mezzo cinta da una pergola s'apriva una fonte coi margini di polita pietra, unica macchia biancastra che a quell'ora rompesse il bruno dell'erba e delle mura ottenebrate dagli anni. Non altro rumore le veniva che quel lieve dell'acqua. Dov'erano adunque le monache? forse in coro, od in capitolo, od in qualche altra parte del monastero più remota, dove obbedienti le congregava alcuna delle lor leggi. Ma al punto delle nove squillò una campanella, e tosto dalla parte di mezzogiorno apparvero illuminati sei grandi finestroni alla gotica, le cui vetriere arabescate a diversi colori e fogliami lasciavano trasparire una processione di teste velate che le une alle altre si succedevano come ombre sul muro: indi una preghiera giungeva sino a lei, e un sordo romore di più scanni che tutti in un colpo si movevano. Sparivano quelle teste e il silenzio non era più rotto che da una sola voce esile e monotona che leggeva qualche cosa di devoto ch'ella non arrivava a discernere. Pensò un istante a quella vita tanto diversa dalla sua. Alzarsi, pregare, lavorare, prender cibo e riposo sempre ad ore determinate, obbedire ad un codice di regole che forse contava più secoli, e così continuare tutta la vita finchè un suono di campana annunzi alle sorelle che v'è una camera vuota, un posto per un'altra creatura più giovine che rinnuovi il dente della macchina e serva a perpetuare la santa idea del primo fondatore.... Tutte quelle monache così riunite, le parevano membra di una sola persona, e il monastero un vasto orologio, dove ogni moto è regolato dal pendolo; ed ella, che in quel momento sentiva troppo amara l'esistenza, avrebbe volentieri rinunziato alla propria individualità per confondersi fra quelle donne che, ignorate dal mondo, più non ne conoscevano nè le gioie nè le lagrime. Dimenticar tutto ed esser dimenticati, pregare e patire, ma nella solitudine d'una celletta, senza che nessuno vegga la ruga che l'affanno ti solca sulla fronte o ti conti i capelli che il tempo t'imbianca, vivere anni ed anni sotto un altro nome, in altre vesti, nel silenzio e nella penitenza; le pareva vita beata e mille volte preferibile a quella ch'ella menava tra gli agi, le delicatezze e le rose del mondo. Ma v'era una creatura in cui si concentravano le sue speranze, della cui vita ella viveva, e a cui stava attaccato ogni suo bene futuro; una creatura debole, ammalata, a cui forse restavano poche ore di vita. Guardò Reginetta: dormiva abbandonata trai cuscini, pallida così che pareva un fiocco di neve od una di quelle nuvolette che dinanzi al sole si dileguano. Le sue labbra sottili e semiaperte lasciavano passare il respiro senza dar segno, e solo le sue narici allargate e quasi trasparenti con un lievissimo moto palesavano che l'anima non era ancora fuggita. Le si riempirono gli occhi di lagrime e sentì una tale stretta al cuore, che quasi macchinalmente fuggendo da quello spettacolo la sua mano apri la porta della cameretta. Un'altra porta dirimpetto non ben chiusa lasciava fuggire un filo di luce che rigava l'andito e si rompeva nella parete opposta. S'appressò in punta di piedi. Dinanzi a un deschetto stava seduta una giovane monachella con un cestellino sulle ginocchia come in atto di far filacce, ma aveva chinata la testa e pareva addormentata. Un fornelletto ardeva lì dappresso e v'erano dei fiaschi, delle scatole con medicinali, e all'intorno della camera diversi utensili d'infermeria. All'appressare della contessa la giovane si riscosse, trasse macchinalmente alcuni fili dal pezzettino di tela che aveva nelle mani, poi risovvenutasi, posò sul desco la cestella e veniva alla porta. La contessa l'aprì.

— Le occorre qualche cosa? chiese con voce sommessa la monaca. Già pochi minuti, sono stata a spiare alla lor camera, ma la Regina dormiva, e per non disturbarla aspettava qui.

— Dorme ancora, disse la contessa. Ma.... oh Dio mio! ell'è così estenuata....

— La badessa mi ha detto di offerirle se volesse cenare.... se abbisognasse di un poco di brodo, di qualche ristoro....