In quel mentre avevano aperto il convento ed egli fu invitato ad entrarvi. Quest'invito gli piombò sul capo come una sentenza a cui era oramai impossibile il sottrarsi, e s'incamminò alla porta del monastero, risoluto qualunque si fosse il dolore che lo aspettava, di divorarlo in silenzio. Egli andava a rivederla, e bevere tutto in un colpo il calice amaro che da tanti anni lo attossicava; a perdere quanto gli era stato caro sulla terra; ed a tal scena di angoscia portava il suo cuore rassegnato a lasciarlo trafiggere, lacerare a brani a brani; ma per l'ultima volta! poichè aveva fermo di partir subito dopo, e di non tornar in patria mai più.
Come il martire che s'incammina al supplizio, procurava d'adunar tutta la sua energia, perchè la sua fronte comparisse impassibile, e perchè nè una lagrima nè un gemito tradissero la tremenda battaglia della sua anima. A fianco della badessa trascorse i porticati a pian terreno, salì le scale e spuntava in capo al lungo ed ancòra scuro dormitorio, quando una lontana preghiera gli ferì l'udito. Erano più voci giovanili, che recitavano con lenta cantilena la Salve Regina. A misura che s'avanzava verso una zona di luce che da una porta aperta si versava nel dormitorio, udiva più distinti i dolci nomi con che invocavano la pietà della Madre di Dio. E giunto a quella porta, nel passarvi dinanzi, insieme colla luce che ne usciva, gli venne l'olezzo dei fiori che adornavano l'altare, e queste parole: O clemens o pia o dulcis virgo Maria, cantate da una quarantina di voci fresche ed affettuose, i cui acuti penetravano al cielo. E così alla sfuggita vide una turba di giovani teste in atto di devota preghiera colle bocche aperte e gli occhi sollevati ad una immagine angelica in viso, che a guisa di lampo lo percosse, senza poter bene raffigurarla, ma i di cui lieti vestiti dolcemente frammischiati di roseo, di azzurro pallido e di verde gl'infusero nel cuore come un raggio di speranza. Speranza che si dileguò appena entrato nella camera dell'inferma.
Reginetta non s'accorse di lui, ma colla testa china, colle mani giunte continuava a movere tacitamente le labbra come se ancora pregasse. Attraverso il velo nero che le avevano posto sul capo, ei guardò quella faccia pallida, quelle spalle dimagrate, quelle mani consunte e quasi color di cenere, e non ardiva appressarsi.
Allora l'infermiera dall'altro canto del letto, si chinò sulla fanciulla e dolcemente scuotendola,
— Reginetta, le disse, Reginetta, vedi il pappà ch'è venuto a trovarti!
— Il pappà? diss'ella, dov'è? e sollevando gli occhi si vide sopra suo padre che le stendeva le braccia. Consolata allora gli prese la mano, se la posò sul cuore, e poi con voce languida continuò:
— Ah! non è vero dunque, che tu volevi lasciarmi morire qua dentro, senza neanche salutarmi?
— Non dir così, bambina mia, che mi trafiggi l'anima! Io era fuori, e solamente ieri seppi della tua malattia....
— Dunque mi vuoi bene? me l'hai voluto sempre?
— Ma se sei la mia Ginetta! il mio tesoro....