Nel dì susseguente, sul far della notte, il dottore passava di nuovo per Arta. Vide lume nelle camere di Massimina, entrò nell'albergo, e gli dissero che tutti i forestieri erano andati a far una gita a San Pietro, e che sola era rimasta colla sua cameriera la giovinetta. Pensò di salutarla, e salì. La camera dove solevano ricevere stava aperta, acceso il lume; ma niuno vi stava. S'assise sul piccolo sofà e attese. Passati alcuni minuti, si alzò, e si pose a camminar forte: l'uscio che metteva nella stanza di lei era semichiuso; suppose ch'ella vi fosse, e continuò a far rumore. Indarno. Gli venne allora in mente che le fosse venuto male, e senza più riflettere spalancò la porta. Non c'era anima viva. Sul tavolo vide la sua calzetta e penna e calamaio e un libricciuolo aperto su cui erasi scritto di recente. Il cuore gli batteva forte: ei faceva una male azione; ma suo malgrado gli occhi gli correvano su quella scrittura minuta e leggera. Ei lesse. Erano memorie vergate dalla fanciulla, erano segreti del suo cuore. Egli coonestava la sua indiscretezza coll'idea che, conoscendo a fondo l'animo di lei, avrebbe potuto forse giovarle. La prima pagina datava dai cinque di gennaio di quell'anno, e diceva così:


«........ Mi avevano regalato un bel mazzetto. — Quindici giorni dopo, mio padre, che voleva far aggiustare la stufa della sua camera, mandò un muratore sulla soffitta. Sgombravano macerie, e trovarono ivi nascosta una tazza con acqua limpida ed entrovi un fiorellino di geranio cannella. Chi aveva là portato quel fiore? Chi vel manteneva cangiandogli ogni giorno l'acqua? Una fanciulletta di dieci anni, che i miei genitori hanno raccolta per carità e che si educa nel servigio della casa, aveva rubato quella cannella dal mazzetto che mi era stato regalato. Confessò, e fu gravemente sgridata per aver osato metter le mani nei fiori della sua padrona. Me ne dolse.... e amai quella povera fanciulla, che certo deve aver l'animo gentile. Aveva rubato un fiore! e non dei più brillanti: v'erano dei garofani, delle camelie, ed ella scelse l'esile e pallido fiorellino della cannella. Non se ne adornò il seno, o i capegli, ma lo nascose in luogo sì remoto che non poteva neanche goderne, se non di rado, il profumo. A lei bastava il cangiargli ogni giorno l'acqua e compiacevasi di sapere che, nascosto a tutti, viveva per lei!.... Quando glielo tolsero, divenne rossa rossa e le si gonfiarono gli occhi. Avevano scoperto il suo secreto e troncata la misteriosa simpatia che la legava ad un fiore. Privo di chi lo curasse ei moriva in quel giorno, ed a lei venivano dissipati molti gentili pensieri, candida delizia della fanciulletta sua mente....»


Voltò in fretta due o tre fogli, e gli cadde l'occhio sulla seguente

«Memoria funebre.

»Povera Lugrezietta! Così all'udire la precoce tua perdita prorompono coloro che ti conoscevano. Quante delle compagne, che un dì teco scherzavano entro i recinti del chiostro, avran oggi così esclamato! Quelli che non ti conoscevano, allo spettacolo della tua bara, segnata di candida croce, avran chiesto il tuo nome, e all'udire che appena tocco il quarto lustro ti appassivi come un tardo bottoncino di rosa colto dalla bruma invernale, ti avran donato una lagrima di compassione. Povera Lugrezietta!... Volano i giorni, e ratta si dilegua l'orma leggera che tu stampasti nella vita. Breve tempo basterà a seppellire nell'oblio la tua memoria. Lo sconosciuto, che tra i monti del settentrione si commosse ai funerali dell'itala verginetta, forse ha già dimenticato il tuo nome: le tue compagne per pochi giorni ancora ridiranno la dolente istoria intrecciando false novelle alla tua verace sciagura; le antiche vergini, e il venerando nostro padre, egli che pietoso raccolse dalle tue pupille la prima lagrima del pentimento, per pochi giorni ancora ti raccomanderanno a Dio nelle loro preghiere, e quando il dì dei morti verrà a metterti nella lista di coloro che in quest'anno abbandonarono la vita, il tuo nome inscritto sulla nera scheda del coro ridesterà alla lor mente la tua sorte come una dimenticata arietta ci rammenta al riudirla le fuggite idee della fanciullezza. Da qui a dieci, da qui a vent'anni chi più ti ricorderà? Quella stessa madre sconsolata che corse a strignerti al seno per l'ultima volta, e spenta ti depose sul letto funebre, ti avrà allora già dimenticata.... o almeno i ridenti tuoi anni ch'ella vide svanire non le sembreranno più che un bel sogno il cui dileguarsi profondamente rammarica. Povera Lugrezietta! A questa voce di universale compianto io non mesco la mia. Compagna dei tuoi primi anni, conscia delle più segrete ambasce del tuo cuore, come potrei piangere quel sonno profondo che finalmente ti dà pace? Ma di tutte forse le tue amiche io più a lungo serberò la tua memoria. Piacemi la melanconia, è mio diletto la solitudine, ed ha per me voluttà il dolore delle tombe. Giovinetta, tu verrai spesso a farmi compagnia nei silenzi della notte, finchè un fatto simile al tuo me pure addormenti entro la terra dei sepolcri.»


Più innanzi così voltando le carte lo percossero queste altre parole: