La basilica del Vaticano offre la storia della Chiesa e delle arti, da quando Proba nel IV secolo vi ergeva una cappella al defunto marito Anicio, fino a Tenerani e Pio IX. Nicola V, che fece per le arti non meno di Leone X, avea pensato riedificarla splendidissimamente, e l'annesso palazzo pontifizio ridurre in modo, che v'abitassero tutti i cardinali, quasi concilio permanente attorno al papa; ivi tutti gli uffizj della curia; ivi grandioso ricinto pel conclave, immenso teatro per la coronazione, suntuosi appartamenti pei principi ospiti; il colle Vaticano, seminato di palagi, comunicherebbe colla città mediante lunghi porticati a botteghe; attorno giardini, fontane, cappelle, biblioteca.

Il gigantesco divisamento gli fu tronco dalla morte: poi Giulio II, a cui nulla parea troppo grande, pensò dare condegna occupazione ai sommi artisti allora fiorenti col ricostruire la basilica. Messosi all'opera, fece distruggere cappelle e monumenti, preziosi per antichità e per sante tradizioni, con grave dolore di chi venera le memorie[352]: e stabilì (1509) che tutti i legati pii, lasciati a luoghi incapaci d'accettarli, o che non si soddisfacessero dagli eredi, venissero applicati alla fabbrica di San Pietro; istituendo a tal fine un tribunale, che li riscotesse in tutto l'orbe cattolico[353].

Leone X, volendo compiere quel che il predecessore avea cominciato, pensò farvi contribuire tutta la cristianità, e concedette ampie indulgenze a chi offrisse denaro per quell'edifizio.

Il medioevo non avrebbe trovato a ridirvi; ma le nazioni già prendeano il volo fuori del nido in cui aveano messe le penne; i principi, bisognosi di denaro, chiedeano partecipare a questo speciale genere d'entrata, e voleano trafficare le indulgenze come trafficavano i voti per la corona imperiale.

L'incarico di predicare queste indulgenze era officio lucroso, come quel di ogni esattore. E poichè Alberto, arcivescovo di Magonza, dovea render al papa quarantacinquemila talleri e non n'avea modo, Leon X conferì ad esso il diritto di distribuire le indulgenze in Germania[354]; ed esso l'appaltò ai Fugger, banchieri famosi di Augusta. Giovanni Arcimboldo, diacono d'Arcisate, poi arcivescovo di Milano, che prima n'avea avuto l'incarico, riservossi la Danimarca e la Svezia, e in pochi anni raccolse abbondanti limosine, che l'infedeltà d'alcuni agenti mandò a male, pur la reputazione di esso uscendone intatta. Non così quella d'Alberto, che scelse a divulgarle Tetzel, domenicano di Pirna, oratore famoso per immaginazione, ma scarso di prudenza e di buon senso. Se dessimo fede a Lutero, purtroppo franco nel calunniare, Tetzel traversò la Sassonia con casse di cedole di perdono, bell'e firmate, e dove arrivasse alzava una croce in piazza, spacciava la sua merce nelle taverne, e «Comprate, comprate (diceva), che al suon d'ogni moneta che casca nella mia cassetta, un'anima immortale esce dal purgatorio»; e il popolo a calca versava talleri in cambio delle perdonanze. Così Lutero: ma i sermoni di Tetzel furono stampati, e da un Protestante, e vi si legge a tutte lettere la necessità della confessione e contrizione: quicumque confessus et contritus eleemosynam ad capsam posuerit juxta consilium confessoris, plenariam omnium peccatorum suorum remissionem habebit.

«Farò io un buco in questo tamburo», gridò Lutero, indignato a quella profanità; ad alcuni che le aveano comprate, negò l'assoluzione se non riparassero il mal fatto e si emendassero. «Vi dico che l'indulgenza non è nè di precetto, nè di consiglio divino. Che le anime possono liberarsi dal purgatorio mercè dell'indulgenza io nol so e nol credo. Hai tu denaro? Danne a chi ha fame, e varrà ben meglio che darlo per compaginare pietre. Quel che dico scompaginerà la costoro bottega: ma che importa il loro brontolio? Teste vuote, che non han mai letto la Bibbia; che non intendono acca delle dottrine di Cristo; non si capiscono tampoco fra di loro». Così declamava: poi alla chiesa di Wittenberg, nella solennità d'Ognissanti, affigge novantacinque tesi; pronunziando maledizione e anatema contro chiunque negasse la verità delle indulgenze pontifizie[355], ma esservi abuso in esse.

E abuso v'era; lo attestò il medesimo concilio di Trento: sarebbesi potuto confessarlo e toglierlo senza rompere l'unità della Chiesa; i vescovi di Meissen e di Costanza aveano proibito quelle vendite; ma la materia era preparata di maniera, che poca favilla destasse inestinguibile vampa.

La materia delle indulgenze non era stata molto discussa dai dottori, non mai dalla Chiesa congregata. La bolla di Clemente VI pel giubileo del 1350 le stabiliva, ma non quanto bastasse per confutare le ragioni di frà Martino: laonde il Tetzel che, dialettico robusto al modo degli scolastici, presumeva trionfare di tutto mediante le argomentazioni, anzichè angustiarsi nella quistione speciale, affrontò la generale, asserendo che il consenso de' dottori della scuola le confermava, che il papa, infallibile in materia di fede, le approvava, e ne davano segno col pubblicarle: laonde le indulgenze erano articolo di fede, e bisognava credervi. Lutero anch'esso dilargasi dal suo tema, e toglie in esame l'autorità pontifizia; e dietro a questa la remissione de' peccati, la penitenza, il purgatorio, tutti punti che s'attengono all'indulgenze. Altri sorsero contraddittori a Lutero; ma da una parte, col sentenziare d'eresia ogni divergenza d'opinione, spingevansi molti nel campo nemico; dall'altra le dispute faceano il solito uffizio di approfondare viepiù il frapposto fosso; dal censurare gli abusi si trascorreva ad intaccare i principj; dall'asserire che i prelati trascendevano, al revocare in dubbio la legittima potestà del papa e persino l'autorità sua in materia di fede; e quando appunto le minacce dei Turchi rendevano necessaria una più compatta unione, la cristianità spartivasi in due campi, dapprima avversi, ben presto ostili.

Gli studenti di Wittenberg colgono un frate che portava ottocento copie delle controtesi di Tetzel, gliele tolgono, e invitano chiassosamente a venir vedere bruciarle, e il fanno tra le grida di «Viva Lutero, morte a Tetzel». Lutero professava sottomettersi alla decisione del papa, ma intanto sbraveggiava in tono di sfida; e dall'applauso popolare fatto confidente in sè e ne' testi letterali della Bibbia, conculca la tradizione e la scuola, e richiamando ai primi tempi della Chiesa, apre l'avvenire con un appello al passato.

Come già erasi fatto col Savonarola, Tetzel proponeva a Lutero la pruova dell'acqua e del fuoco; e questi, men civile del Ferrarese, rispondeva: «Io me n'impippo de' tuoi ragli. Invece d'acqua ti suggerisco il sugo della vite; invece del fuoco, odora una buona oca arrosto».