I dotti di qua dalle Alpi mal si capacitavano che da un barbaro potesse derivare nulla di straordinario: e quali, invaghiti del bello, credeano bastasse opporre ai sillogismi la fabbrica del Vaticano o il quadro della Trasfigurazione; quali prendeano spasso di quelle controversie, e di scoprire a Lutero forza d'ingegno meravigliosa: e, sebbene scrivesse alla carlona, l'applaudivano di prendere pei capelli la screditata scolastica e i frati, ch'eran per loro l'ignoranza e la pedanteria incarnata. Gli spiriti forti ridevano del papa, messo in sì male acque, ridevano insieme dei riformatori, che davansi aria di rigoristi entusiastici, e collo scetticismo allora di moda, stavano a vedere chi prevarrebbe. Anime rette credettero in Lutero ravvisare l'uomo suscitato da Dio, non per demolire il dogma, ma per correggere le aberrazioni. Quei che s'ammantano col nome di moderati, deploravano quella scissura, ma credeano meglio non opporvisi per non esacerbare, per non impedire la riconciliazione, per non compromettersi: morrebbe di morte naturale, come tant'altre, nate negli ozj ringhiosi de' conventi. Tale la considerò dapprincipio Leone X: allettato da quelle arguzie, diceva: «Frà Martino ha bellissimo ingegno, e coteste le sono invidie fratesche»: poi messo in collera da insulti anche personali, scappava a dire: «Gli è un tedesco ubriaco, e bisogna lasciargli digerire il vino»[356]. Dopo nove mesi, per ribattere il novatore colla penna fu scelto Silvestro Mazzolini, da Priero presso Mondovì, maestro del sacro palazzo[357].

Facile trovare nel costui dialogo futilità e cattivo gusto[358]; e lo beffò Erasmo, sempre in caccia di corbellerie de' frati; ma è ben lontano dall'esser l'ignorante che i Riformati vogliono dipingerlo.

Lutero risponde (1518); quegli replica De juridica et irrefragabili veritate ecclesiæ, romanique pontificis; dove stabilisce che la Chiesa è un regno, e regno monarchico; e il papa superiore al Concilio, di cui parla con disprezzo: ma perchè, abbagliato dalla grandezza papale, trovava insoffribile ogni resistenza, ogni esame, e trascendea nelle confutazioni, venne consigliato a tacere, pur costituendolo vescovo e giudice di Lutero. E Lutero rispondeva: «Non abbiam noi corde e spade e fuoco per castigare i ladri, gli assassini, gli eretici? Perchè non ce ne varremmo a castigare il papa, i cardinali, i vescovi, e tutta la schiuma della sodoma romana, avvelenatrice della Chiesa di Dio? Perchè non bagneremo le mani nel loro sangue onde salvar noi e i nostri nepoti?»[359]

Altri risposero al novatore tessendo argomenti in quelle forme sillogistiche, di cui erasi abusato nelle dispute e fino ne' Concilj precedenti[360]; e Lutero sguizzava loro di mano con una celia; diceva: «Voi discutete se Cristo è figliuolo di Dio, se Maria è sua madre, e non tollerate che noi mettiamo in dubbio le indulgenze?» Avea torto, perocchè quelle quistioni agitavansi ne' conventi o in adunanze ecclesiastiche per mera esercitazione scolastica, mentre ora egli le portava in piazza, le sottoponeva al senso comune che non è competente; coll'audacia propria ringalluzziva la scolaresca che moltiplicava applausi a lui, fischiate ai contraddittori, perchè sempre la forza anormale viene ammirata, e trascina chi ha bisogno di movimento, e chi trova più comodo il pensare coll'altrui che colla propria testa. Espiavasi così la tolleranza usata all'Aretino e al Berni; come la profanità dell'arte era espiata dalle migliaja di figure del Papa Asino, che si diffondevano per Germania.

Leon X, uscitegli invano le promesse e le minacce, non ottenuto dai principi che gli consegnassero Lutero, emana una bolla del 9 novembre 1518, ove dichiara legittime le indulgenze; e che esso, come successore di san Pietro e vicario di Cristo, aveva autorità di concederle. Lutero se n'appella al Concilio, e ricorrendo a frasi simpatiche, parla della schiavitù di Babilonia, della libertà cristiana: vindicemus communem libertatem, liberemus oppressam patriam, è il motto che dà a' suoi Tedeschi. I quali presero a riguardare la resistenza come una liberazione dalla tirannide italiana, e ripeteano le invettive che Hutten avventava al papa: «Sei tu che hai dilapidato la Germania: sempre il vangelo a te spiacque, o tiranno; tu ingojasti la Germania, tu la rivomiterai, coll'ajuto di Dio. Tu hai ciuffato, estorto il nostro denaro: cos'è che tu chiami la libertà della Chiesa? La facoltà di derubarci. Non v'ha che te di eretico, Leone X, tu divenisti vero leone e vorresti divorarci; non dimenticarti che il mio paese nutrisce altri leoni contro di te, se non bastano le tre aquile: Leone....»; il resto la creanza ci interdice di trascriverlo.

In fatto, sotto la specie di libertà religiosa, intendevasi libertà politica, del resto connesse fra loro. E gran bisogno sentivasene in Germania, ove ancora l'imperatore dipendeva dal papa; i baroni dipendeano dall'imperatore; gli uomini gregarj dipendeano dai baroni; alla gleba era legata la gentuccia e a servizj di corpo; libertà, libertà, ripeteasi dunque dapertutto, e tal voce era compresa anche dalla plebe. La nazionale avversione contro quanto stava di qua dall'Alpi trovava pascolo in questa guerra di nuovo conio, e che non cagionava nè spese, nè pericoli, nè spostamento d'abitudini; laonde i Tedeschi s'affezionano al nuovo Erminio che muove guerra implacabile agli Italiani, abisso di vizj e culmine d'orgoglio; declamano contro malignità e finezze a cui essi non arrivano; contro la gaja cultura, da cui si trovano tanto lontani; contro questi Italiani da cui erano stati impediti, di soggiogare l'intera Europa; e ai quali Lutero portava ora colla penna tanti danni, quanti già i Barbari colle armi.

Inoltre Lutero parla tedesco, e il tedesco vulgare, quando il più de' predicatori, e tutti quelli mandati da Roma usavano il latino; e possedendo se alcun altri mai il linguaggio popolare e quel dell'ingiuria e del riso, tanto efficace in tempi commossi, egli «va, viene, spezza, brucia le siepi che non può oltrepassare, precipita come un sasso dalla vetta, travalica monti e valli come il diavolo», che sì spesso egli invocava e adoperava.

E nel suo proclama alla nobiltà cristiana di Germania, la ingelosiva delle progressive usurpazioni del clero e di Roma contro la sua nazione, e «Via i nunzj apostolici, che rubano il nostro denaro. Papa di Roma, dammi ben ascolto: tu non sei il maggior santo, no, ma il maggior peccatore; il tuo trono non è saldato al cielo, ma affisso alla porta dell'inferno.... Imperatore, sii tu padrone; il potere di Roma fu rubato a te; noi non siamo più che gli schiavi de' sacri tiranni; a te il titolo, a te il nome, a te le armi dell'impero; al papa i tesori e la potenza di esso; il papa pappa il grano, a noi la buccia».

Ma il potere che vien offerto dalla rivoluzione, non talenta a principi che abbiano senno; e Massimiliano imperatore, più vicino all'incendio, ne conobbe la gravezza, e sollecitò Leone a citar Lutero al suo soglio. Lutero, mentre riprotestavasi sommesso al pontefice, erasi procacciato appoggi terreni, e mercè dell'elettore di Sassonia impetrò che il papa deputasse uno ad esaminarlo in Germania. La scelta cadde su Tommaso De Vio, detto poi il cardinale Cajetano, perchè nato a Gaeta il 1469. Di buon'ora s'era egli salvato dal mondo vestendosi domenicano; lesse arti a Padova, e oltre sapere tutto a mente san Tommaso, ne imitava il modo d'argomentare, unendo cioè la dialettica d'Aristotele coll'ispirazione di Platone. Perciò correasi ad ascoltarlo, ma egli fuggiva i rumori, e s'ascose per sottrarsi a un trionfo in quell'università. Pure spesso interveniva alle dispute filosofiche e religiose, che molto costumavansi allora, e singolarmente in una del capitolo generale del suo Ordine a Ferrara, in presenza del duca e del senato, combattendo Giovanni Pico della Mirandola. Al conciliabolo di Pisa dal pulpito sfolgorò il cardinale Carvajal, e gli altri motori dello scisma, e compose un trattato sull'autorità del papa, sostenendone la supremazia monarchica sul concilio. Aveva anche pubblicato un'opera sulle indulgenze, lodata da Erasmo come di quelle che rem illustrant, non excitant tumultum, dove conferma l'efficacia di esse non solo nella remissione della pena ut est debita ex vinculo ecclesiæ, ma anche della pena ut est debita ex vinculo divinæ justitiæ: distinse i meriti di Gesù Cristo e de' santi, e l'applicazione di essi per modo di assoluzione e per modo di suffragio.

Fatto vescovo di Gaeta, poi cardinale da Leon X, si mostrò attivissimo nell'eccitare la Germania, la Scandinavia, l'Ungheria contro i Turchi: in Boemia represse le reliquie degli Ussiti; dimostrò come a torto si tacciasse d'avarizia la Chiesa romana per le decime, atteso l'uso che ne faceva; più tardi Clemente VII, udendo ch'egli era assalito dai saccheggiatori di Roma, mandò a supplicare per lui, acciocchè non s'estinguesse un tal lume della Chiesa. L'insigne teologo Michele Cano dice: «Io l'ebbi sempre in gratissima stima, e altamente giovò alla Chiesa, e poteva esser pari ai sommi edificatori di questa, se la dottrina sua non avesse macchiata di certa qual lebbra, e o per curiosità, o per sottigliezza d'ingegno non avesse esposte le sacre lettere piuttosto ad arbitrio suo, quasi sempre felicissimamente, ma in varj luoghi più acutamente che felicemente. Poco tenace dell'antica tradizione, nè molto versato nella lettura dei santi Padri, non volle apprender i misteri del libro suggellato da quelli che, non a proprio senso, ma secondo la tradizione dei maggiori, cioè la vera, apersero la chiave del verbo di Dio. Avendo scritto molte cose eccellenti, da ultimo con alcune nuove sposizioni della Scrittura scemò autorità a ciò che avea detto pensatissimamente»[361].