A torto dunque si imputa Leone X d'avere scelto un debole avversario a Lutero. Questi propose una disputa pubblica in Augusta, ravvisando quanto vantaggio trarrebbe dal chiamare le turbe a giudici in punti positivi, fondati sull'autorità. Ricusato, Lutero tergiversa, vuol discutere, ringrazia il Cajetano d'avere usata carità con lui, che pur s'era mostrato violento, ostile, insolente verso il nome del papa, ma il Cajetano riduce la quistione ai veri e finali suoi termini, cioè l'obbedienza assoluta alla Chiesa come unica autorevole in materia di fede: «Il papa ripruova le vostre proposizioni: voi dovete sottomettervi. Il volete o no?» E Lutero ricusa l'incondizionata sommessione, e sostiene che anche ad un laico armato di autorità devesi credere più che al papa, che al Concilio, che alla Chiesa stessa.
Leone approvò l'operato dai distributori delle bolle d'indulgenze, e dichiarò eretico Lutero. Il quale al papa scrisse in tono di canzonella, compassionandolo come un agnello fra lupi, e ricantando tutte le abominazioni che di Roma si dicevano. «Gran peccato, o buon Leone, che tu sia divenuto papa in tempi ove nol potrebb'essere che il demonio. Deh fossi tu vissuto su qualche benefizio o del paterno retaggio, anzichè cercare un onore, solo degno di Giuda e de' pari suoi, da Dio rejetti».
Leone allora abbandonata la longanimità, scagliò la scomunica il 15 giugno 1520 in una Bolla studiosissimamente elaborata da Pietro Accolti cardinale d'Ancona. Invocato Cristo a sorgere in ajuto della Chiesa sua in tanto bisogno; e san Pietro a prendere cura di questa che gli era stata affidata da Cristo; e san Paolo, che, sebbene avesse giudicato necessarie le eresie per provare i buoni, trovasse conveniente estinguerle al nascere; e tutti i santi e la Chiesa universale perchè intercedessero appo Dio onde cessasse questa contaminazione, diceasi come molti errori, già condannati ne' Greci e ne' Boemi, alcuni asserti ereticali, altri falsi e scandalosi, si seminassero ora in quella Germania, che sempre fu cara a' pontefici, i quali da essa, dopo la traslazione dell'impero dall'Oriente in Occidente, sempre aveano chiesto i difensori.
Qui recita quarantun articolo intorno al peccato originale, alla penitenza, alla remissione de' peccati, alla comunione, alle indulgenze, alla scomunica, alla potestà dei papi, all'autorità de' concilj, alle buone opere, al libero arbitrio, al purgatorio, alla mendicità: tutti opposti alla carità, alla riverenza dovuta alla romana Chiesa, all'obbedienza che è nerbo della disciplina ecclesiastica. Dopo fattone diligente scrutinio con cardinali e capi d'Ordini regolari, e teologi e dottori, li condanna e ripruova come ereticali, scandalosi, falsi, contrarj alla cattolica verità; proibisce sotto pena di scomunica il tenerli, difenderli, favorirli, predicarli. E poichè quelli sono asseriti ne' libri di frà Martino, condanna questi e chiunque li serba o legge, volendo siano abbruciati. Martino, più volte ammonito e citato con promessa di sicurezza, se fosse ito non avrebbe trovato nella Corte tanti falli quanti spacciava, e il papa l'avrebbe chiarito che i suoi predecessori mai non errarono nelle loro costituzioni. Ma avendo sostenuto un anno intero le censure, e fatto appello al Concilio (locchè era proibito da Pio II e Giulio II) poteva il papa procedere a condannarlo; eppure, scordate le ingiurie, voleva ancora ammonirlo a desistere dagli errori, e fra sessanta giorni revocarli e bruciare i libri: altrimenti lui e suoi sostenitori dichiara pertinaci e notorj eretici: deva ognuno prenderli e consegnarli, o almeno scacciarli, dichiarando interdetti i luoghi ove dimorassero.
Questa bolla ammiravano alcuni come un modello di latinità, di scienza, di diplomazia; altri la criticavano come soverchiamente lunga; e che vi s'adoprasse stile di curia, anzichè i pronunziati scritturali; e che le quarantuna proposizioni vi si dichiarassero cumulativamente ereticali o scandalose o false, anzichè specificare le singole.
Lutero, imitando quel che il Savonarola avea fatto co' libri immorali, davanti agli studenti di Wittenberg brucia le Decretali, la Somma di san Tommaso, gli scritti avversi, e la Bolla, dicendo: «Oh potessi fare altrettanto del papa, il quale conturbò il santo del Signore»; e gittata la cocolla, sposa Caterina Bore smonacata, cangia forma al culto, e mentre Leone persiste a chiamarlo a penitenza, pubblica il trattato della Libertà cristiana.
Egli non aveva un programma prestabilito e compiuto, come non l'ha verun novatore; procedeva a tentone, come chi fra il bujo si orizzonta a poco a poco, e trae conseguenze dalla primaria quistione. E la quistione suprema era: «L'uomo decaduto in qual maniera può mettersi in unione con Cristo, e partecipare del frutto della redenzione?» Svolgendolo, arriva al suo canone fondamentale, la giustificazione pei soli meriti di Cristo; donde qual corollario derivano il servo arbitrio e la predestinazione.
Tutto l'edifizio sacerdotale si compagina sulla credenza che le buone opere ci meritino la salute; Lutero, volendo demolirlo, nega che l'uomo possa cooperare alla propria salvezza; sola la fede ci salva, è scritto nel Vangelo; noi siamo corruzione e peccato, sicchè nulla possiamo se non quel che ci è dato dal nostro divin Salvatore, nè merito avvi o giustizia se non in esso; onde sono inutili, anzi nocevoli alla salute le buone opere dell'uomo, il quale non è libero della sua volontà più che nol sia la sega in man del legnajuolo; è pelagianismo il credere che l'uomo meriti la Salute, mentre la merita il solo Gesù Cristo. Che penitenze? Che sacramenti? Che suffragi pei morti, o altre opere satisfattorie? Il male è condizione d'ogni uomo finito; cioè il sentimento del peccato non può essere divelto da nessuna coscienza finita. Il cristiano non può raggiungere la pace se non coll'elevare lo spirito all'infinito, alla considerazione della bontà di Dio. Allora alla libertà morale annichilata si surroga la libertà cristiana; questa significa affrancamento dalla legge morale, che non si riferisce se non al mondo finito; nè ammette applicazioni a ciò che è perpetuo.
Se la fede è non solo un dono gratuito, ma una specie di forza che costringe l'assenso, mentre l'uomo, corrotto radicalmente, è incapace di ogni libertà, fino quella di desiderare e scegliere il bene, egli non coopera a un atto di fede, e la Grazia opera in esso non solo avanti, ma senza della libertà; laonde fede e libertà si escludono. Pe' Cattolici invece il libero arbitrio suppone la facoltà non di meritare la Grazia divina, ma di assentirvi o no, sicchè l'atto di fede è un atto di volontà: credere in voluntate credentium consistit, dice san Tommaso: si conoscono grazie che provocano, che eccitano, che attraggono la libertà, ma nessuna che la costringa o la sopprima.
Colla giustificazione al modo di Lutero, cioè se l'uomo diviene giusto pei soli meriti di Cristo, a lui applicati per mezzo della fede, è tolto via tutto quanto s'interpone fra Cristo giustificatore e il fedele giustificato; cioè tutta l'azione intermedia della Chiesa sull'uomo. Per tal modo, dalla negazione della libertà metafisica egli deduce la libertà ecclesiastica.