Se ogni uomo è guidato da Dio, che bisogno ha più d'autorità umana? Che bisogno di espiazione se i fedeli divengono di colpo perfetti mediante i meriti di Cristo? Basta eccitare la fede mediante la predicazione del vangelo; se i Cristiani credono, eccoli santi; se no, vanno perduti senza avere subìto la noja di confessioni, di digiuni, di scomuniche. Il culto esterno è inutile, bastando la fiducia in Dio; sicchè ogni Cristiano è sacerdote, e la gerarchia fu costituita solo per ambizione d'alcuni, per ignoranza servile dei più, a scapito della libertà dei figliuoli di Dio. Manca la ragione della progressiva educazione di esso alla santità; e la Chiesa, coi vescovi, col papa, coi sacramenti inalterabili non solo, ma cogli Ordini monastici, colle penitenze, le indulgenze e tutto l'organamento esteriore, modificabile secondo i tempi, diviene un assurdo, un effetto di pregiudizj e di cupidigie.
Ma se ci manca il libero arbitrio, per qual fine Iddio ci ha dato i suoi comandamenti? Lutero non esita a rispondere, che fu per provare agli uomini l'impotenza della loro volontà, beffandoli coll'ingiungere cose, ad osservare le quali non hanno forza[362]. Pecchiamo pure, pecchiamo fortemente; uccidessimo, fornicassimo cento volte il giorno; non serve, purchè crediamo alle dovizie dell'agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo[363]. Questa negazione del cooperamento dell'uomo fu intitolato Vangelo, e nemico al Vangelo si disse chiunque sosteneva il contrario.
Noi insistiamo sopra Lutero perchè una dottrina religiosa dev'essere giudicata alla sua sorgente e in ciò che ha di originale e primitivo: e perchè egli è il vero fondatore del protestantismo, avendo aperto una via propria coll'eriger la ragione individuale al posto di Cristo, che solo rappresenta l'umanità redenta e che non comunicò tal privilegio se non alla sua Chiesa. Le ragioni speciali che lo condussero a formulare il suo sistema, le prospettive generali del suo edifizio, le sue pruove dedotte dalla ragione e dalle opinioni, si riproducono nella interminabile figliolanza, per quanto sembri discorde; nè le passioni dell'anima sua possono separarsi dalle sue credenze.
Come si disse che Dio è l'unico autore della nostra santificazione, così, abolendo ancora ogni intervento della Chiesa fra il credente e la sacra scrittura, si disse che questa è unica sorgente, unica regola e giudice della fede. Nè l'intelligenza del santo libro è studio solo di filologia e storia, ma ispirazione divina; giacchè lo spirito pone la verità ne' nostri cuori. Confondeasi così il lettore della Bibbia colla Bibbia stessa, quasi non sia diverso il leggere uno scritto infallibile, ed essere infallibile nell'interpretarlo. Con ciò Lutero rendeva superfluo un magistero per l'istruzione cristiana e per conservare la tradizione. La Chiesa non è infallibile, e può discordare dalla parola divina. Questa vuole essere interpretata dai singoli con sincerità e invocando lo Spirito Santo; solo in quella vuolsi avere fede, non badando a Padri o ai Concilj, ma al testo qual è da ciascuno interpretato.
Con questo criterio, Lutero vi leggeva, che Iddio è unico autore del bene come del male; che i sacramenti dispongono alla salute, ma non la conferiscono; che nella santa cena è presente Cristo, ma non transustanziato; che il ministro è un uomo in nulla diverso dagli altri, e in conseguenza non può assolvere i fratelli, nè deve distinguersene per voti e rigori; che la giurisdizione religiosa spetta intera ai vescovi, eguali tra loro sotto Cristo, che n'è il capo, e scelti dai principi. Nei due Testamenti, e nei quattro primi Concilj non si parla di purgatorio, d'indulgenze, di voti monastici, d'invocazione de' santi, di suffragi: dunque non si devono accettare. L'Ordine non è sacramento: Dio consacra interiormente l'intelligenza di tutti.
Insomma per abbattere l'autorità ecclesiastica prevalsa, per inaridire la fonte delle ricchezze e della potestà del papa e dei preti, togliea la distinzione di spirituale e temporale, d'ogni laico faceva un sacerdote, dandogli la Bibbia e «Interpretala come Dio t'ispira».
Bisogna dunque vulgarizzarla. Fin nel primo secolo essa erasi voltata dall'ebraico e dal greco in latino[364], e sant'Agostino dice che ne correvano innumerevoli traduzioni, perchè, chiunque sapesse di greco, metteasi a farne una; onde s'aveano, a detta di san Girolamo, tot exemplaria quot codices; ma da noi preferivasi la itala. Era anche discussa, e Tertulliano scriveva nel libro delle Prescrizioni: «Gli eretici ripudiano i libri della Scrittura che a loro sconvengono; gli altri interpretano a loro fantasia; non si fanno scrupolo di cambiare il senso nelle loro versioni: per acquistare un proselito gli annunziano ch'è necessità esaminare tutto, cercare la verità in se stessa: acquistato che l'abbiano, non soffrono più ch'e' li contraddica: lusingano le donne e gl'ignoranti col farli credere che ben presto ne sapranno meglio dei dottori; declamano contro la corruzione del clero e della Chiesa; hanno discorsi vani, arroganti, pieni di fiele: camminano dietro a tutte le passioni umane».
Questo scriveasi avanti il secolo II, non nel XV o nel XIX: tant'è vero che l'età nostra ci pare talvolta straordinaria sol perchè viviamo in quella, non nelle altre. Ulfila tradusse la Bibbia pei Goti, altri per gli altri popoli che si convertivano, nè forse v'è lingua che non ne possedesse versioni anteriori alla Riforma. La Biblioteca Imperiale di Parigi possiede ottomila ottocenventitrè Bibbie in sesto grande; novemila trecentottanta in medio; diecimila quattrocendicianove in piccolo; oltre trentasettemila quattrocentottantaquattro codici di alcune parti; e tutti, o la massima parte anteriori alla stampa. Nella Germania stessa noverano almeno sedici traduzioni nella lingua letteraria e cinque nella popolare, anteriori a Lutero[365].
Restringendoci all'Italia, il latino vi era conosciuto da chiunque sapesse leggere: pure Giambattista Tavelli di Fusignano avea fatto una traduzione vulgare della Bibbia a istanza d'una sorella di Eugenio IV; un'altra Jacopo da Varagine vescovo di Genova; quella di Nicolò Malermi o Manerbi frate camaldolese fu stampata a Venezia nel 1471, in kalende agosto. In kalende octobrio è iscritta un'altra che pare dell'anno stesso, e alcuno dubitò essere quella del Varagine, ma certamente è lavoro più antico, e di veneziano, malgrado i toscanesimi[366]. Esso Malermi nel prologo dice che «già per passati tempi è stato traducto esso magno volume della Bibbia in volgare et in lingua materna», ma con grandi errori e mancamenti, atteso i quali egli ripigliò il lavoro. E fu stampato trentatrè volte, di cui nove innanzi la fine del secolo, e cinque di esse a Venezia[367]. Nel 1472 si stamparono pure a Venezia per Cristoforo Arnoldo Le epistole e gli evangeli che si leggono in tutto l'anno nella messa, vulgarizzamento toscano, più volte riprodotto in quel secolo, il che attesta come si leggessero dal pubblico; nel 1486 si produssero Li quattro volumini degli evangeli, volgarizzati da frate Guido, con le loro esposizioni facte per frate Simone da Cascia. Ora appunto si stampa una Bibbia che credesi tradotta dal Cavalca[368].
È una delle rarità bibliografiche l'opera in-folio stampata a Venezia il 1512, per Zuane Antonio e fradeli da Sabio, col titolo Epistole, evangelii volgari historiadi, di cui alcune tavole sono intagliate in legno da Marcantonio Raimondi.