La biblioteca di Siena possiede un Vecchio Testamento in italiano, appartenuto ad una confraternita, che nelle adunanze festive ne leggeva alcuni brani. Altre versioni intere o di parti ha la Magliabecchiana di Firenze, che già furono di Santa Maria Novella, altre la Ricardiana, la Laurenziana, e due la imperiale di Parigi.
Anzi Jacobo Passavanti, nello Specchio di penitenza, si lagna che i traduttori della sacra scrittura «la avviliscono in molte maniere, e quali con parlar mozzo la troncano, come i Francesi e i Provenzali; quali con lo scuro linguaggio l'offuscano, come i Tedeschi, Ungheri e Inglesi; quali col vulgare bazzesco e crojo la incrudiscono, come sono i Lombardi; quali con vocaboli ambigui e dubbiosi dimezzandola la dividono, come Napoletani e Regnicoli; quali con l'accento aspro l'irruginiscono, come sono i Romani; alquanti altri con favella maremmana, rusticana, alpigiana l'arrozziscono; e alquanti, meno male degli altri come sono i Toscani, malmenandola troppo la insucidano e abbruniscono, tra' quali i Fiorentini con vocaboli squarciati e smaniosi, e col loro parlare fiorentinesco stendendola e facendola rincrescevole, la intorbidano e rimescolano, con occi e poscia, aguale, pur dianzi, mai, pur sì e berretteggiate».
Censuravasi dunque il modo, non si condannava il fatto. L'ascetico autore dell'Imitazione di Cristo non vieta di leggere la Scrittura, ma vuole «vi si cerchi la verità, non la dicitura; leggasi collo spirito con cui fu fatta». Alfonso d'Aragona re di Sicilia avea letto quattordici volte la Bibbia coi commenti di Nicolò da Lira, e la citava ogni tratto.
E lettura assidua ne faceva il Savonarola, come appare dalle postille che caricano le Bibbie che gli appartennero, o che (noi supponiamo) gli erano date da' suoi devoti perchè le impreziosisse con sue annotazioni. Egli poi ne' sermoni e negli opuscoli, ne faceva l'interpretazione spirituale, la morale, l'allegorica, l'anagogica. A cagion d'esempio, «Dio creò il cielo e la terra», oltre il senso letterale, ha il senso spirituale di creazione dell'anima e del corpo; il senso morale vorrà indicare la ragione e l'istinto; il senso allegorico o riguarda la Chiesa ebraica, e cielo e terra significheranno Adamo ed Eva, sole e terra significheranno il gran sacerdote e il re; o risguarda la Chiesa cattolica, e significheranno il popolo eletto e i Gentili, il papa e l'imperatore. Il senso anagogico si riporta alla Chiesa trionfante, sicchè cielo, terra, sole, luna, stelle significheranno gli angeli, gli uomini, Cristo, la Vergine, i beati, e così via[369].
Egli vedeva però che per tal uopo occorre conoscere bene la lingua e la storia, avere molta famigliarità colla Bibbia, non urtare le opinioni della Chiesa romana, non trascinare i sensi a fini nostri particolari, per non mettere il nostro intelletto in luogo della parola divina, e lasciarsi guidare dalla Grazia divina, meritandola colla purità del cuore, col lungo esercizio della carità, coll'elevarsi sopra le cose terrene. Buoni avvertimenti, ch'egli ripeteva ogni tratto a se stesso onde tenersi in guardia; pure in fatto nella Bibbia trovava spesso i pensieri suoi, le sue speranze, l'allusione alle cose pubbliche e private, grandi e piccole, e le sue visioni e profezie.
Non per questo vogliamo negare che lo studio della sacra scrittura fosse negletto. Un frate esemplarissimo e d'eccellenti intenzioni, al Savonarola ancora novizio dimandava che servisse leggere il Testamento Vecchio, e qual frutto si raccolga da avvenimenti di tanti secoli fa[370]. In fatti il paese nostro e il tempo erano cattolici, nè occorrevano controversie con eterodossi; laonde la Bibbia era piuttosto serbata come un repertorio pei predicatori. Tutte le feste della Chiesa si riferiscono ai fasti di Cristo e alla ricordanza delle persone che più rifulgono nella storia di essa: onde il parroco, spiegando il vangelo, non ha bisogno di discutere verità, che non sono poste in controversia. La scarsità dei libri facea volgere più volentieri a catene, a compendj, a concordanze di autori che aveano scritto sulla Bibbia, e delle cui asserzioni si fiancheggiavano: e come per la medicina adopravasi la Somma di Taddeo e per la giurisprudenza quella di Azzone, così per la teologia si ricorreva alle Sentenze di Pietro Lombardo, alla Somma di san Tommaso e ad altre, prestandovi fiducia illimitata, come avviene delle materie non discusse, e tenendosi dispensati dall'esaminare nè la natura per le materie fisiche, nè i testi per le morali, limitandosi ad applicarli con argomentazione sottile; affare di logica e nulla più. I predicatori, allora come oggidì, spesso ne alteravano il senso, e per trarne edificazione amplificavano, esageravano i testi, oltrepassando i limiti del vero; o per lo meno obbligati a fare un discorso a tempi fissi, non han tempo di stare a esaminare colla filologia e coll'esegesi la lezione del vangelo corrente; l'accettano come i più, o come essi stessi lo presero, fino violentando la lettera per acconciarla al loro intento morale.
Pure non mancava chi la Bibbia commentasse. Pantaleone Giustiniani, che fu frate Agostino da Genova, poi vescovo di Nebbio in Corsica, e intervenne al Concilio lateranese, e sapea greco, ebraico, arabo, caldeo, e fu adoprato da Francesco I a stabilire nell'università di Parigi l'insegnamento delle lingue orientali, deliberato a pubblicare la Bibbia in latino, greco, ebraico, arabo e caldeo, cominciò dal Salterio, dedicato a Leone X il 1516, in otto colonne, una col testo ebraico, le altre con sei interpretazioni e colle note; ma di duemila esemplari in carta e cinquanta in pergamena, appena un quarto trovò compratori; il resto naufragò con lui. L'università di Alcala in Spagna, fondata dal cardinale Ximenes, pubblicò la prima Bibbia poliglotta, dedicata a Leone X. Sante Pagnini lucchese, autore del Thesaurus linguæ sanctæ, opera mirabile per tempi sì scarsi di mezzi, e che neppure oggi troverebbe chi osasse rifarla, compì una nuova traduzione latina della Bibbia; Leone X ne pagò la stampa, che, morto lui, fu pubblicata a Lione nel 1527. Il padre Spirito Rotier, inquisitore a Tolosa, passava da Lione nell'agosto 1541, e sentendo sonare a morto tutte le compane, e vedendo trecento uomini abbrunati accompagnare una bara fra tutto il popolo accorso, domandò chi fosse morto, e gli fu detto, Sante Pagnini, un buon domenicano da Lucca, di settantun anno, la cui voce e l'esempio avea tenuto lontane le innovazioni luterane; che aveva istituito un ricovero pei facchini, e indotto la città a fondare una leproseria, massime coi doni dei ricchi mercanti fiorentini, e ogni giorno facea questue a favore de' poveri[371]. La sua Bibbia, lodatissima da Huet e Touron, è criticata acerbamente da Richard Simon; ma qui non è quistione del merito, bensì del fatto. Il cardinale Adriano di Corneto, adoprato in nunziature ed alti uffizj, sbandito da Giulio II e da Leone X, dirige a Carlo V un trattato De sermone latino, nella cui prefazione racconta come egli erasi accinto a voltare dall'ebraico in latino il Vecchio Testamento; ma avendo dovuto, dallo sdegno del papa, rifuggire fra le Alpi trentine, dove nessun ebreo ardisce venire per l'antica uccisione del fanciullo Simone, erasi applicato a questi studj.
E solo per l'intelligenza della Bibbia si studiava l'ebraico; e il Concilio di Vienna del 1311 stabilì che nelle Università di Oxford, Parigi, Bologna, Salamanca, e dove siede la curia romana, v'avesse due professori di lingue orientali; ordine inserito nel Corpus juris canonici[372]. Il primo cristiano che ne desse lezioni in Italia, pare Felice da Prato, israelita convertito, che nel 1515 pubblicò la versione latina dei Salmi, e da Leone X fu invitato a Roma nel 1518. In quel tempo lo insegnava anche Agatia Guidacerio di Catania, chiamato poi da Francesco I nel collegio delle tre lingue, dove gli succedette Paolo Paradisi di Canossa. L'Italia fu la prima che stampasse ebraico: nel 1475 a Reggio di Calabria e a Pieve di Sacco nel Padovano n'erano tipografie, e subito dopo a Mantova, Ferrara, Bologna. Le sole edizioni della Bibbia ebraica in quel secolo furono: 1ª quella di Soncino cremonese nel 1488; 2ª quella del 1491 dai tipografi stessi di Soncino trasferitisi a Napoli; 3ª quella del 1494 a Brescia. Nel 1482 stampossi a Bologna il Targum di Onkelos, ch'è la migliore e più antica versione caldaica del Pentateuco.
I migliori codici della versione dei LXX gli abbiam in Italia, e valga per tutti il vaticano[373]. Nel secolo XV si fecero tre edizioni del Salterio greco: a Milano nel 1481, a Venezia nel 1486; poi da Aldo nel 1497 e 98. In Italia è la maggior raccolta di codici biblici, e la sola di Bernardo De-Rossi a Parma ne possiede settecendodici del testo ebraico: cioè più che non ne siano in tutto il resto del mondo. Meglio di cento edizioni della Vulgata si fecero in Italia. A Fano si stampò nel 1514 una raccolta di preghiere in arabo, nella stamperia fondata da Giulio II[374]. Il suddetto Pagnini cominciò a Venezia l'edizione originale del Corano[375]. Nel 1513 erasi pubblicato a Roma il Salterio in etiope[376]; poi nel 48 il Nuovo Testamento per cura di Mariano Vittorio di Rieti, che quattro anni più tardi diede la prima grammatica abissina[377]; Teseo Ambrogio dei conti d'Albonese insegnò a Bologna le lingue caldaica, siriaca, armena, delle quali e di dieci altre diede un'introduzione (Pavia, 1539) coi caratteri di quaranta alfabeti.
Risorta la filologia, la critica, addestrata sopra autori profani, volgeasi ai testi sacri; e nella baldanza d'un nuovo acquisto, ciascuno volea cercarvi interpretazioni a suo senno. L'illustre tedesco Reuclin fece molte emende alla Vulgata; e se le menti anguste ne riceveano scandalo, Roma lo difese, tollerante fin dove non ne pericolasse l'unità della fede. Dicemmo come la traduzione di Erasmo fosse da Leone X francheggiata contro i censori. È dunque ciancia che soltanto dopo Lutero venisse divulgata la Bibbia; anzi son tanti i lavori d'esegesi sacra a quel tempo, che il protestante Mac Crie ammira la Provvidenza, la quale faceva dai Cattolici stessi affilare le armi che doveano trafiggerli.