Nello stesso Concilio di Trento il cardinale di Lorena, dipinti gli orribili mali a cui cadeva preda la Francia, invocava come rimedio principale la riforma della Chiesa, e doversi applicare al clero quello di Giona, «Per colpa nostra accadde questa procella: buttate noi in mare».
Il cardinale Zabarella, anima e talvolta capo di quel Concilio, nel Tractatus de hujus temporis schismate rimprovera acremente i disordini della Chiesa romana; e se è messo all'Indice fu solo l'edizione che ne eseguirono i Protestanti ad Argentina con prefazione in senso ereticale.
Per non allungarla, uno de' più zelanti difensori della fede non solo ma della curia scrive: «Annis aliquot antequam lutherana et calviniana hæresis oriretur, nulla ferme erat, ut ii testantur qui tum vivebant, nulla prope erat in judiciis ecclesiasticis severitas, nulla in moribus disciplina, nulla in sacris literis eruditio, nulla in rebus divinis reverentia, nulla jam propemodum erat religio. Eximius ille cleri et sacri ordinis decor perierat; gravi diuturnaque laborabant infamia sacerdotes, quod panum et piscium, hoc est proventuum, majorem quam animarum curam haberent»[391].
Erasi dunque d'accordo sul bisogno d'una riforma. Ma una riforma conciliativa sarebb'ella stata possibile? Poteva un'alta e sincera volontà ricondurre a chiaro e cristiano scioglimento la sciagurata discrepanza delle idee pratiche e l'implicazione degli interessi ecclesiastici e religiosi coi politici e secolari, e ringiovanire la Chiesa, consolidando l'unità, anzichè distruggerla? Fu sperato dai buoni, ed è sempre difficile l'argomentare quel che sarebbe potuto accadere in circostanze ipotetiche.
Per verità, quanto ai dogmi, dapprincipio Lutero deviava sì poco, che fa meraviglia potesse suscitare tanta tempesta. Alcune delle sue tesi che allora levarono maggior rumore aveano buona parte di verità, come il definire la Chiesa assemblea de' santi, divinamente istituita, e dovere la fede avere una base soprannaturale. «Sua santità (scriveva il Muscetola) ha fatto esaminare da varj teologi nostri le confessioni stese da' Luterani, e n'ebbe in risposta che molte delle cose ivi contenute erano del tutto cattoliche; altre capaci d'un'interpretazione non contraria alla fede, se i Luterani volessero prestarsi a un accomodamento, il quale per altri rispetti ancora non sarebbe impossibile»[392].
Sul punto così controverso delle indulgenze, il Concilio definì soltanto ch'esse sono utili, e che la Chiesa ha autorità di concederle, ma vuolsi farlo con moderazione, per non isnervare la disciplina ecclesiastica. Desiderando poi emendare gli abusi, per occasione dei quali dagli eretici sono bestemmiate, abolisce in generale qualunque guadagno per conseguirle; agli altri disordini che vennero da superstizione, ignoranza, irriverenza provedano i vescovi.
Lutero dapprincipio accettava sino il purgatorio e le applicate espiazioni, e nelle tesi del 1517 poneva: «Se alcuno nega la verità delle indulgenze del papa, sia anatema»[393]. Nessuno è certo della verità della sua contrizione, e tanto meno della pienezza del perdono[394]. E anche più tardi conveniva della eccellenza della Chiesa romana e della sua autorità[395].
La confessione auricolare, che è uno degli atti più repugnanti alla umana superbia, ed una delle primarie cagioni per cui alla Chiesa si ribellò tanta parte del mondo[396], aveva l'approvazione de' primi riformati. L'uso del calice era stato abbandonato per convenienze disciplinari che potrebbero scomparire[397]; e già coi Greci e cogli Ussiti erasi condisceso in molti riti.
Le spiegazioni a cui si venne posteriormente per tentar di rannodare le varie Chiese acattoliche, o per condannare quelle che si scostavano dalla così detta ortodossia protestante, chiarirono come i dogmi cattolici in proposito de' sacramenti e della giustificazione[398] fossero osteggiati in un senso meramente arbitrario.
Melantone, il solo contro cui non inveiscano i nostri, spirito mite che cercava conciliare le due Chiese, e che contano variasse quattordici volte d'opinione intorno al peccato originale e alla predestinazione, diceva: Dogma nullum habemus diversum ab ecclesia romana; e in Augusta asseriva al legato Valdes che la controversia riduceasi a tre punti: comunione sotto le due specie; matrimonio de' preti; abolizione delle messe private[399].