Già abbiamo accennato del Priero e del cardinale Cajetano, eccessivamente sprezzati dagli avversi. Girolamo Aleandro, della Motta trevisana, lodatissimo da Aldo e da Erasmo per conoscenza del greco e dell'ebraico, da Alessandro VI dato secretario al duca Valentino, poi spedito per affari in Ungheria, chiesto da Luigi XII professore all'Università di Parigi, da Leone X tenuto al fianco in alti impieghi, quando fu deputato in Germania contro i Luterani parve esorbitare di zelo: eppure egli riprova alcuni per questo difetto. Da Spira il 16 ottobre 1531 scrive al Salviati: «Il Fabri dette fuora un libro De contradictionibus Lutheri, buono ma intempestive editur in ipso puncto concordiæ ineundæ. Similmente Ecchio quel medesimo giorno dette fuora un libretto sub titulo Cathalogi hæreticorum, dove nomina præcipue Melancthon; diceva il vero, sed non erat id tempus. Io certo siate sicuri che interterrò l'una parte e l'altra con dolci parole, ut malos lucrifaciam»[401].

Dalle lettere sue raccogliesi a che scompiglio fosse la Germania: e da Brusselle, il 26 ottobre 1531, scriveva al segretario Sanga[402]:

«Fummo invitati io e li precipui oratori di principi ed infiniti baroni e nobili di questa Corte ad un banchetto πρεσβ. τῆς Λυσιτανὶας, il quale διὰ τον πρωτὸτοκον τοῦ Βασιλέως αὑτοῦ ha fatto feste inaudite... dove fu recitata, præsente mundo, una comedia ἰβεριστὶ καὶ λυσιτανιστὶ di una mala sorte, che sotto nome d'un giubileo d'amore, era manifesta satira contro di Roma: sempre nominando apertamente ogni cosa; che da Roma e dal papa non veniva se non vendizione di indulgenzie, e chi non dava denari non solo non era assoluto, ma scomunicato di bel nuovo: e così cominciò, e perseverò e finì la comedia. Ed era uno principale che parlava, vestito con un rochetto da vescovo, e fingeasi vescovo, ed aveva una berretta cardinalesca in testa, avuta da casa del reverendissimo legato, datagli però senza che li nostri sapessero per che fine. Ed era tanto il riso di tutti, che parea tutto il mondo giubilasse. A me veramente crepava il cuore, parendomi essere in mezzo a Sassonia ad udir Lutero, ovver esser nelle pene del sacco di Roma; e non potei far che con sommessa voce non ne facessi cenno di querela con Bari, e di poi eziandio l'ho detto ad alcuni de' precipui con bel modo, che questi non son atti da far in luogo di Cristiani, e tanto meno nella Corte d'un tanto e tam virtuoso e cattolico imperatore, ecc. Mi è stato risposto che certo non è cosa fatta ora, ma comedia d'altri tempi, della quale, per non aver altro, si servirono... Veda mo V. S. come va il secolo!»

Di troppo egli lusingavasi allorchè da Roma scriveva al Salviati[403]:

«Par pur che la Germania sia stanca de la tanta varietà di queste eresie. E se non fosse la aversione che acceca molti principi e private persone, così cattolici come eretici, che tengono li beni altrui, e præsertim della povera Chiesa, mi par che non saria molto difficile cosa mettervi qualche ordine con la assistenza de' detti principi ed altri divoratori delli beni ecclesiastici, che pochi vi sono ora in questa Germania netti da questa macchia».

Esso cardinale Aleandro alla dieta di Germania chiariva quanto si esagerasse intorno alle ricchezze, che dalla spedizione delle bolle, dalle annate, dall'altre grazie affluivano a Roma. Basterebbero appena a mantenere un principe mediocre; e il papa, che pure spende meno d'alcuni non grandissimi principi, v'adopera quel che gli è dato dai proprj dominj. E quel mediocre ricavo gli viene da tutti i regni cattolici: tant'è poco quel che i singoli contribuiscono. — Una volta non aveano neppure questo. — Oh sì: ma ritornate gli uomini a pascersi di ghiande, i principi a stare senza anticamere nè guardie o corte; le figliuole dei re a rasciuttare i panni, come una volta leggiamo si facesse. Siccome ne' corpi umani si mutano le complessioni e i bisogni secondo l'età, così accade de' corpi politici. Posto che, per l'unità e la maestà, vi debba essere un capo supremo della Chiesa, per non dare diffidenza ad alcuno è necessario non abiti nello Stato d'altri, ma nel proprio, con Corte e ministri proprj. Or chi gliene somministrerà i mezzi? Ogni terra ne dà al suo piovano, ogni diocesi al suo vescovo, ogni popolo al suo signore. Nè si considera aggravio che da un paese vada in altro il denaro, se con questo si procura la merce più di tutte preziosa, cioè la legge e la conservazione della giustizia. Direte che sta bene nutrir la reggia del cristianesimo per la necessità, ma non per le pompe. Se intendete le pompe per la struttura e gli addobbi de' tempj, questi certo mancavano alla Chiesa primitiva, ma per malignità del secolo. Del resto e Dio nell'antichità e i Gentili vollero i tempj ornati, affinchè i popoli se ne invaghiscano, confortando la ragione coi sensi, la devozione col diletto. E anche voi, o principi, volete pompa di corte, e il popolo vuol teatri. Quanto alle pompe private, a Roma si commenda la vita povera, si venerano gl'istitutori della mendicità volontaria, ma tal perfezione può desiderarsi più che sperarsi. Ma se vogliamo che la reggia spirituale del cristianesimo, sia frequentata da persone d'ingegno, di nobiltà, di lettere, le quali abbandonino le patrie per sottoporsi al celibato o ad altri scomodi della vita ecclesiastica, bisogna possano sperare onori e stipendj. Perocchè Roma non è Corte di Romani natii, bensì d'ecclesiastici congregativi per elezione da varj paesi del cristianesimo. I giudici de' tribunali, i magistrati, i governatori, i nunzj sono scelti da tutti i paesi, sicchè a tutti sono comuni gli onori, le ricchezze, i vantaggi della Corte pontifizia».

Troppo ci darà a dire Pietro Paolo Vergerio vescovo di Capodistria, mandato nunzio in Germania. Nel 1536 vi andava il cardinale Morone milanese, e il papa gli raccomandava di pagare tutto e non lasciare debiti alle osterie, non isfoggiare lusso, visitare le chiese senza fasto nè ipocrisia, presentare nella sua persona la riforma romana: prevedeva che Lutero e Melantone non vorrebbero mai fare una ritrattazione: pure manderebbe una formola che non gli offendesse, stesa da persone savie e rispettabili.

Ma Lutero di buon'ora rese impossibile ogni accordo, proclamando ricisamente la condanna d'ogni tradizione ecclesiastica, d'ogni autorità della Chiesa; e sulle attinenze dell'uomo con Dio piantando un dogma, ch'egli stesso diceva sconosciuto alla Chiesa dagli apostoli in poi. Non chiedevasi dunque, come nelle licenziosità precedenti, che la Chiesa si riformasse nel capo e nelle membra, ma che s'annichilasse da sè; all'adorazione e al sacrifizio surrogasse la predica; sfasciasse l'organamento che teneva riuniti tutti i popoli[404]. Anche allora il papa dovea rispondere la parola più grande che siasi udita nel secolo di universale vacillamento, qual è il nostro: Non possumus; ma quella negazione potea formularsi colle parole che il De Maistre scriveva ad una Ginevrina: «Noi non possiamo fare un passo verso di voi; ma se volete venire a noi, noi spianeremo la via a nostre spese».

E già da particolari negazioni si era asceso a canoni generali: e principalmente al dogma della giustificazione. Nel Vangelo, Cristo dice all'adultera: «Va in pace e non peccar più»; dice al giovane: «Se vuoi conseguire la vita eterna, osserva i miei precetti»; Cristo accettò l'amore e il pentimento della Maddalena; accettò la buona volontà dell'operajo che arrivò all'ultima ora. Sempre insomma si vede che, nell'effettuare la giustificazione del peccatore, la volontà dell'uomo coopera alla Grazia, e ne conseguita una nuova vita, giusta l'osservanza della legge divina, e il produrre opere meritorie. Che se Paolo, nella lettera ai Romani, insiste che l'uomo viene giustificato non per le opere della legge, ma per la fede, intende degli Ebrei, i quali, per repudiare la necessità d'un redentore, asserivano che, mediante la legge e le opere da questa prescritte, uno possa colle sole forze umane divenire giusto e accetto a Dio. Contro di essi pertanto scrive che l'uomo viene giustificato non dalle opere della legge mosaica, ma dalla fede, cioè dalla credenza in Cristo. In niun luogo però dice che la sola fede giustifichi senza le opere[405]: bensì valere in Cristo quella fede che opera per la carità[406].

Da ciò i Cattolici dedussero che della giustificazione (la quale è inerente all'anima, la tramuta, e porta il rinnovamento dell'uomo interiore) sono costitutivi necessarj la fede e le opere, e che si può perderla con nuovi peccati. I Protestanti all'incontro insegnano che essa non è se non la giustizia di Cristo, applicata a noi in modo, che le colpe, pur durando nell'anima, non ci possono essere imputate: ad ottenerla basta si creda che, pei meriti di Cristo, ci sono rimessi i peccati; non vi si richiedono opere buone, conciliabili con sentimenti cattivi, e non si può perderla più.