Lutero rispondea che la Chiesa è unicamente interiore, ma che i caratteri ai quali distinguerla sono il battesimo, la cena e sopratutto il Vangelo. Ma non sono questi appunto che fan della Chiesa una istituzione visibile?
Il Caterino fu vescovo di Minore, poi arcivescovo di Consa ed uno dei più operosi al Concilio di Trento, ove i suoi discorsi erano volontieri ascoltati per una certa franchezza, per la quale pareva inchinar verso gli eretici, mentre era soltanto vaghezza di farsi nominare colle novità: uomo (dice il cardinale Pallavicini) di somma reputazione ne' suoi atti, di minore nelle sue opere, forse non favorito in esse dalla universale opinione altrui; ma nelle contese cogli eretici e nelle funzioni del Concilio non inferiore d'applauso a veruno de' coetanei e de' colleghi. Morì settuagenario nel 1553.
Altri potremmo cercare, e avremo occasione di nominare, ma una rigorosa ed assoluta confutazione dell'errore, una sapiente e compita esposizione della verità non apparve; nè tampoco sorse tra' nostri chi, come il tedesco Erasmo e lo spagnuolo Melchior Cano, ristabilisse le vere nozioni sulla teologia e le pruove di cui essa si vale. Confutavasi dialetticamente, anzichè sistematicamente; dissertavasi sovra punti particolari, e davanti al tribunale inferiore della ragione individuale, anzichè incalzare gli avversarj entro barriere solidamente piantate, col mostrare che l'individuale interpretazione distrugge l'essenza della società spirituale, distruggendo la fede. Togli alla verità il carattere obbligatorio, essa rimane indistinta da qualsivoglia errore, nè il Protestante può condannare l'ebreo, il deista, l'ateo, se non coll'opporre alla ragione di questi l'autorità.
Poi ad ogni quistione s'immischia una turba di bersaglieri, che vuol venire alle braccia senza sapienza, nè gusto, nè modestia, e perciò temeraria e trascendente. Nel procedere del racconto incontreremo scritti di rabbia, ed esagerazione, e titoli beffardi. I Protestanti chiamavano noi papisti, poi s'adontavano se noi li chiamavamo luterani; quelli della Confusione Augustana; a troppi mancava quella salutare diffidenza dei proprj giudizj, che si chiama umiltà.
Tipo di costoro fu Girolamo Nuzio, nome che mutò in Muzio (1496-1576), aggiungendo justinopolitano perchè, sebben nato a Padova, era oriundo e cittadino di Capodistria; uno de' più fecondi scribacchianti del suo tempo. Servì da segretario a varj personaggi, fra cui al marchese del Vasto, a don Ferrante Gonzaga governator di Milano, al conte Claudio Rangone, col quale passò in Francia; azzeccò risse con molti letterati, e si segnalò nella scienza cavalleresca, come chiamavano allora la teorica de' duelli; i quali vedendo non si potevano abolire, pensò sistemare, dandovi un'infinità di regole minuziose, come interviene ogniqualvolta s'introduce il casismo.
Il celebre Flaminio, scrivendo a messer Luigi Calino di Brescia intorno al fiorire delle buone lettere dice: «Fra gli ingegni ho sempre numerato quello del nostro messer Muzio, del quale avendo concetto una bellissima speranza, come potrei fare che non mi dolesse sommamente vedendo che così nobile pianta, per essere mal coltivata degeneri, e donde si aspettavano frutti soavissimi ed eccellentissimi, si raccolgono lambrusche e sorbe?»[457] Innumerevoli sono le opere sue, ed egli stesso dà il titolo di quelle che uscirono «dalla penna ad uomo, che dal XXI anno della sua età fino al LXXIV ha continuamente servito, ha travagliato a tutte le Corti della cristianità, e vissuto fra gli armati eserciti, e la maggior parte del suo tempo ha consumato a cavallo, e gli è convenuto guadagnarsi il pane delle sue fatiche». In dieci canzoni celebrò separatamente il viso, i capelli, la fronte, gli occhi, le guance, la bocca, il collo, il seno, la mano, la persona della sua amata; insieme traduceva i testi greci per comodo della storia ecclesiastica del Baronio. Côlto da grave malattia nel 1552, protestò voler «dare al servizio di Dio questo poco tempo che avanza, rivolgendosi tutto agli studj sacri»: ma don Ferrante lo persuase a rimanere a' suoi ordini. Morto che questo fu nel 1557, il Muzio passò ajo del principe Francesco d'Urbino, cui diresse un Trattato del principe giovinetto. Ne' viaggi avendo osservato i costumi de' Protestanti, non gli parvero quali dai lodatori erano vantati, e la loro dottrina confusione ed abusione; e accintosi a combattere la comunione del calice a' laici, il matrimonio de' preti e le altre novità, sostenne che non fosse necessario adunare un Concilio; dissuase Lucrezia Pia de' Rangoni dall'abbracciare gli errori diffusi tra i Modenesi; ebbe dall'Inquisizione romana l'incarico di far bruciare tutte le copie del Talmud nel ducato d'Urbino, e d'informarla di quanto scoprisse di men religioso, principalmente a Milano. Ove udendo predicare Celso Martinengo, lo denunziò al Sant'Uffizio, e poichè questo non osava prenderlo, citollo egli stesso ad esame, e lo incarcerava se non fosse fuggito. Di ciò i Milanesi gli presero un male a morte qual a persecutore, finchè non seppero che il Martinengo era stato assunto pastore degli Evangelici in Ginevra, dove l'effigie del Muzio fu chiassosamente bruciata. Del Vergerio, vescovo di Capodistria, era stato amico d'infanzia; ma come questo sviò, non che lasciarsene sedurre, non ommise alcun tentativo per richiamarlo al vero, e frustrati i consigli amichevoli, scrisse contro di lui al popolo di Capodistria (1550), e più dopo ch'ebbe apostatato.
Nei Tre testimonj fedeli, librando le dottrine de' santi Basilio, Cipriano, Ireneo, convince di falsità Erasmo ed altri; a sostegno del sinodo di Trento scrisse principalmente il Bullingero riprovato; l'Eretico infuriato contro Matteo Giudice professore di Jena; la Cattolica disciplina de' principi contro il Brenzio. L'Antidoto cristiano, la Selva odorifera, la Risposta a Proteo, il Coro pontificale, le Mentite Ochiniane, le Malizie Bettine (1565), la Beata Vergine incoronata, erano i bizzarri titoli d'opere sue, buttate giù con violenza e scarsa critica, svelenendosi colle persone, anzichè teologicamente incalzare l'errore; modo di farsi leggere dal vulgo, non di vantaggiare la causa del vero.
Pio IV avealo favorito; viepiù Pio V, che l'usò ancora a scrivere contro gli eretici, principalmente contro l'Apologia per la chiesa anglicana del vescovo Jewel; poi contro le Centurie Magdeburghesi che pretese confutare in due libri di storia sacra (1571). La morte di quel papa lasciò il Muzio sprovvisto, sicchè al duca Emanuele Filiberto di Savoja scriveva qualmente, in cinquantaquattro anni di servizio, non avesse saputo assicurarsi cinquanta quattro soldi di rendita. Fedele alle pratiche, frequentava la messa e i sacramenti, recitava ogni giorno i salmi penitenziali: eppure qualche sua egloga sente di carne, come confessa che in fatto di continenza era «ancor atto più ad esser ripreso che a riprendere».
L'Aleandro al Sanga scrive da Ratisbona il 14 marzo 1532 d'un Paolo Riccio medico, da lui conosciuto in Italia trent'anni fa, dotto ebreo convertito, passato poi a' servigi della Casa d'Austria, ed entrato anche nel consiglio dell'imperatore, il quale scrisse libri in difesa della fede, ma inserendovi cose che sentono di giudaismo. Allora essendo ancora i tempi che tutto tiravasi a buona interpretazione, non vi si badò. Nate poi le discussioni, il Riccio cercava convertire Luterani, ma sempre mettendo avanti qualche dottrina men sana: poi fe stampare un libro, ove, supponendo la Chiesa divisa in due parti quasi eguali, mostrava volersene far mediatore. Cascò in molti errori, contro i quali scrisse il Fabro; e il Riccio, convinto si ritrattò[458].
Alberto Pio signore di Carpi, che molto figurò nelle vicende del suo tempo e come principe e come ambasciadore, studioso quanto devoto, in mezzo a tanti affari coltivava l'amicizia dei dotti, e scrisse egli medesimo varie opere, anche sulle controversie d'allora, e contro Lutero. S'indispettiva egli degli incessanti frizzi da Erasmo lanciati agli ecclesiastici; pareagli indebita la cortesia usatagli da papi e prelati; e ne sparlava alla sbracciata in Roma. Erasmo, tenero in fatto di lode, se ne lagnò con Celio Calcagnini, il quale interrogatone Alberto (1525), n'ebbe una lettera lunghissima, dove, lodando l'ingegno di Erasmo, l'imputa d'aver dato origine o fomento alle nuove eresie, ed analizza molte opinioni di esso, trovandole o simili o identiche a quelle di Lutero.