Intervenne in quel tempo il sacco di Roma, dal quale tanti letterati ebbero a soffrire ed anche il Pio; il quale poi a Parigi stampò essa lettera, cui Erasmo ne replicò un'altra, che ebbe postille dal Pio. Ivi Erasmo gli risparmia le ingiurie, ma in epistole private lo malmena, fino a supporre che quello fosse lavoro di Giovan Genesio Sepulveda di Córdova. Il Pio stese poi un'opera ove censura le opinioni di Erasmo, e confuta lui e i novatori del tempo, massime intorno al libero arbitrio, schivando l'argomentazione scolastica, e procedendo con erudizione ed eleganza, più che con forza. L'opera comparve postuma[459], sicchè Erasmo potè con sicurezza attaccarla: anzi in un dialogo De funebri pompa Alberti Pii lo beffa dell'esser voluto morire in abito da francescano[460].

Ma Erasmo stesso, eminentemente letterato, sicchè il principio intellettuale lasciava prevalere al principio mistico, non potea gradire la Riforma, che rinnegava il bello[461]. Come tant'altri avea sperato che il progresso delle lettere e delle arti addolcirebbe i costumi, e schiarirebbe gli spiriti, per modo da dissipare le superstizioni; lo studio della Bibbia purificherebbe le credenze e raddrizzerebbe gli errori; i monaci si restringerebbero nella propria sfera, facendo dei conventi tanti ricoveri di studio, di pace, di pietà; Leone X, nè avviluppato negli intrighi politici della sua famiglia, nè frenetico d'armi come Giulio II, attuerebbe la riforma e il trionfo della verità insieme e del bello: egli stesso credea contribuirvi col saettare i disordini, gli eccessi, le abjezioni.

A queste illusioni lo strappavano le trasmodanze della Riforma, che violentemente diroccava ciò ch'egli non volea se non rimpedulare. Confessò che sulle prime aveva ammirato questo Lutero, il quale a testa alta veniva flagellando i vizj del suo secolo e i vescovi imporporati, nè chinavasi ad alcuna maestà, neppure all'antistite supremo; e con mano santamente libertina svelava fino le nudità del padre[462]. Al cardinale Campeggio scrive: «Non lessi dodici pagine di Lutero, e anche queste fretta fretta: pure vi ho riscontrato di belle qualità naturali, e una singolare attitudine a scoprire l'intimo senso delle Scritture. Ho inteso persone savie, d'esemplare pietà, d'intera ortodossia compiacersi d'averne letto i libri; anzi, quanto i suoi avversarj aveano maggior virtù, e s'avvicinavano alia purezza evangelica, tanto erano meno ostili a Lutero, e, pur non partecipando alle sue opinioni, ne lodavano grandemente la vita». E meglio esclamava: «Piacesse a Dio che ne' libri di Lutero s'incontrasse meno di buono, o che il bene non fosse corrotto da tanta malizia!» Ma colla solita ironia, al priore degli Agostiniani che gli chiedea «Finalmente che cos'ha fatto quel povero Lutero?» rispose: «Ha fatto due grossi peccati: attentò alla tiara dei papi e al ventre dei frati».

Leon X avea scritto ad Erasmo per tenerlo in fede, e perchè adoprasse il suo ingegno a difesa della verità[463]. Ma per difendere la verità ci vuol coraggio, e nulla lo toglie più che la smania della popolarità.

Celio Calcagnino, illustre filologo, pure non ciceroniano, che a Ferrara aveva complimentato Erasmo in un latino sì puro e facondo da renderlo mutolo e incapace di rispondere[464], spedì ad Erasmo un suo manuscritto De libero arbitrio in confutazione di Lutero: ed egli lo ammirava, e «Per gloria del vostro nome lo farei stampare, se non fosse uno sciagurato passo, ove mostrate credere che io mi compiaccia a questo spettacolo di religiose capiglie, standomene a bocca badata e colle mani in mano davanti al cinghiale che devasta la vigna del Signore».

Come cercò mitigare le escandescenze di Lutero contro il pontefice, così disapprovava questo d'aver proceduto con rigore. Appena salì papa Adriano VI, ch'era stato suo condiscepolo nella famosa scuola di Deventer, Erasmo gli scrisse persuadendolo alla mansuetudine, ma presto s'accertò che non era più a sperare una riconciliazione. E diceva: «Ciò che mi colpisce di più in Lutero è che, qualunque cosa tolga a sostenere, e' la spinge all'estremità. Avvertitone, non che mitigarsi, cacciasi più avanti, e pare non voglia che passare ad eccessi maggiori. È un Achille, la cui collera è indomita. Aggiungetevi la gran riuscita, il favore dichiarato, i vivi applausi di tutta la scena, e c'è di che guastare anche uno spirito modesto».

Incalzato a confutarlo, Erasmo rispondeva: Nunc Luterus scribit in se ipsum, videns rem alio verti quam putarat, et exoriri populum non evangelicum sed diabolicum, cum interitu omnium bonorum studiorum.

E nelle lettere: «Qual cosa più detestabile che l'esporre le ignoranti popolazioni a udir trattare pubblicamente il papa d'anticristo, vescovi e preti da ipocriti, la confessione da pratica abominevole; le espressioni di merito, di buone opere, di buone risoluzioni da pure eresie, e professare che la nostra volontà non è libera, che tutto avviene fatalmente, e che poco monta di qual sorta siano o possano essere le azioni degli uomini?»[465]

Dopo gli onori dell'attacco voleva dunque anche gli onori della resistenza. Ma conservarsi neutrale fra partiti debaccanti era egli possibile a personaggio sì in vista? Sospetto agli uni e agli altri, troppo indipendente per Roma, ove Pasquino applicavagli il virgiliano Terras inter cœlumque volabat; troppo esitante per Lutero: i Protestanti, che, atteso il suo odio pei frati, s'erano immaginati d'averlo per corifeo, perduta questa speranza, gli si avventarono, attribuendogli occhio d'aquila, cuor di capretto; ed egli allora uscì a combatterli sul punto vitalissimo del libero arbitrio. Non combatteva però da avversario o da papista, e solo indignavasi di tanti o sbagli o frodi nelle citazioni: ma se l'opera mancava di nervi, traeva autorità dal nome: e Lutero, che prima celiava della costui pretensioni di camminare sopra le ova senza schiacciarle, e ripeteagli che lo Spirito Santo non è scettico, allora gli s'avventò con ingiurie, quali solevano suggerirgliele i bicchieri. Anche l'insigne Girolamo Accolti, che poi fu cardinale, da amico di Erasmo divenuto avversario, ne dipinse sinistramente il carattere. Altrettanto fece il Sadoleto, che fu detto il Fénélon italiano.

Primo Conti milanese, uno dei primieri discepoli di san Girolamo Miani, andato in Germania per opporsi alla propagantesi eresia, si lusingò di convertire Erasmo, al quale scrisse firmandosi Primus Comes mediolanensis. Il dotto credette questo il titolo di qualche gran signore, e gli si fece incontro con molta cerimonia; poi vistolo arrivare senza nemmanco uno stalliere, rise dello sbaglio, pur protestando veder più volentieri sì valente letterato che qualsifosse grande. Ma il Conti non fece alcun profitto col tepido.