L'Aleandro da Brusselle, il 30 dicembre 1531, scrive al Sanga che Ecolampadio a Basilea assicurò aver molti fautori in Fiandra, Inghilterra, Francia, Italia: in Ispagna pochi per le diligenze dell'Inquisizione; ma soggiunge che gli Ebrei s'industriano di farvi penetrare il luteranismo, sol per danneggiare la fede nostra. E che colà, non osandosi parlare liberamente di Lutero, perchè già condannato, mettono in cielo Erasmo, e fanlo «adorare in quel paese, dove ci sono de' suoi libri assai, già tradotti in quell'idioma; dico di quelli pericolosi: di modo che, trattandosi là per la Inquisizione di condannare le sue opere, per favori diversi fu fatta inibizione che non procedessero. Ed ora che è condannato a Parigi, costoro impazziscono, perchè ben vedono che la Chiesa universale seguiterà quella sentenza parigina in questa parte. E già undici anni, io lo dissi ad Erasmo in questa propria terra, pregandolo che mutasse alcune cose ne' suoi scritti ed alcune altre mitigasse, altramente tenesse per certo che, lui vivo o morto, sarieno condannati detti luoghi.... E ben si sa che, se non fosse per irritarlo a far peggio, già la sede apostolica avria condannato molte delle sue cose, non ostanti i favori che gli si usano etiam per li nostri summati, e da quelli che fanno il santo, per essere laudati da lui in un'epistola: e così abnegat Christum minimæ gloriolæ causa»[466].

Erasmo vedea benissimo d'avere insegnato quanto or insegnava Lutero[467]: diceasi proverbialmente, aut Erasmus luterizat, aut Lutherus erasmizat; ma egli è un altro esempio del quanto potesse spingersi innanzi la critica sopra la Chiesa, pur senza rompere il legame della carità; e ci spiega la franchezza di quelli, che a torto i Riformati vollero considerare come loro precursori, e la speranza che lungamente si nutrì di riconciliare i dissidenti colla Chiesa universale[468].

Disgustato da quel gran movimento, a cui avea dato di sprone, ma non valeva a mettere il freno; aborrendo la scostumatezza e i disordini soliti dei fuorusciti[469], incapace di essere capitano, insofferente di servir da gregario; conculcato, come sogliono essere tutti i precursori, dalla folla che li trascende; invano ricredendosi, e fin ritrattandosi su molte parti di quel suo ghigno letterario, ch'era stato il lampo ai tuoni della calunnia e della negazione, moriva in Basilea, dopo provato quanto facilmente un popolo tramuti i suoi idoli dall'altare al dimenticatojo. E un altro retore, capoameno, che aveva egli pure fatto un elogio della pazzia, il bizzarro milanese Ortensio Lando, ne canzonava la fine col Dialogo lepidissimo[470]. Così era beffato il beffardo; il quale rimarrà tipo di quel torbido d'indifferenza, che fattosi una gloria della propria perplessità, si attribuisce a merito il risparmiare qualche tradizione; che posa principj, e non ardisce tirarne le conseguenze; che non applaudisce all'errore ma lo titilla; che vede la verità, ma non osa abbracciarla, come Pilato dondolandosi fra la giustizia e la popolarità, fra Cristo e Barabba.

Pure Erasmo avea toccato un punto principalissimo della controversia allorchè intimava: «Voi vi riferite tutti alla parola di Dio, e ve ne credete gl'interpreti veraci; ebbene, mettetevi d'accordo tra voi, prima di volere dar legge al mondo».

In quella vece il disordine dagli intelletti trasfondeasi alle volontà e da queste alla vita e privata e sociale: e prima ne risentì la Germania, volta tutta a capopiede. Le quistioni religiose, per quanto pajano astratte, non può farsi che non penetrino nelle viscere della società, e in un sistema teocratico quale avealo introdotto il medioevo, non si tocca la fede senza scompaginare lo Stato. Il cristianesimo avea dato soluzioni, non negative come la scienza d'oggi, ma positive alle quistioni capitali dell'uomo e della società, e conduceva a conseguenze effettive nella religione, nella morale, nella politica, nell'arte; donde istituzioni e leggi certe e un andamento storico sociale. Ora il protestantesimo lo sovvertiva, rivocando in dubbio i canoni fondamentali. Tendendo esso non tanto a condur l'uomo alle azioni più benefiche, quanto a trasformare i moventi dell'essere suo, ruppe nell'economia religiosa e sociale dell'umanità i due legami a cui si attiene la suprema nozione del diritto; il legame intimo che stringe l'uomo a Dio nell'eternità, mediante la coscienza; e il legame imperioso universale che lo sottomette ad una legge objettiva, ad una autorità esteriore nel tempo; e presumendo sistemare la vita umana senza riflesso al dogma, non surrogò all'antico un nuovo sovrano di diritto, ma abbandonò la società alle potestà temporali, sovrane di fatto; all'autorità che persuadeva surrogò il comando che costringe; trasferì l'infallibilità dall'intelligenza e dalla rivelazione alla forza e ai decreti. L'individuale interpretazione toglieva l'universalità dei principj, e i canoni accettati come senso comune; non era più la Chiesa che giudicasse gl'individui, ma essi lei; e l'individuo era nel bivio di rinunziare a credere, di compaginarsi da sè la propria credenza. I figli dunque dissentivano dal padre; i fratelli ai fratelli contraddicevano, le mogli ai mariti; la scossa domestica si propagava alla società civile, dove ciascuno pretendeva operare a proprio senno, dacchè a proprio senno pensava; al diritto, alla morale, fin là unicamente piantati sulla religione, mancava ogni appoggio al mancar di questa; e ribellato il pensiero alla fede, gli uomini trovarono spento il faro che gli avviava, allora appunto che imperversava la procella. Ognuno fonda una Chiesa nuova, che domani cessa per mancanza d'accordo e d'autorità: ogni predicante del minimo villaggio credesi autorizzato a divenire fondatore di una religione, senza che alcuno valga a mettervi ordine. I vulghi sorgevano domandando ai nuovi apostoli «Che cosa dobbiamo fare?» Ma è appunto in tempi siffatti che i guidapopoli non sanno quel che fare, e una mano scassina quel ch'è posato dall'altra.

Il fedele, trovatosi sacerdote e papa, volle anche esser re; possedendo le doppie chiavi, ne' dubbj non ricorreva all'autorità, ma al proprio giudizio; l'indagine dal sistema ecclesiastico si voltò sul laico, ch'era tanto peggiore, e ne cominciarono rivoluzioni e il predominio della forza. Erasi elevato il potere spirituale affine di impacciar il temporale; ora si volle restituire ai re la dittatura pagana: sempre l'eccesso.

Melantone, che tanto aveva procurato prevenirle, allora gemeva sulle sconcordie, e ne presagiva di peggiori da quella sfrenatezza, da quel rinnegamento d'ogni autorità, e «Tutte l'acque dell'Elba non mi basterebbero a piangere le sventure della religione e del paese».

Il cardinale Sadoleto, nell'orazione ai principi tedeschi esclamava: «Quest'anni passati vedemmo di voi quel che giammai avremmo creduto. Dianzi vivevate in pace e concordia tra voi, ora siete nel dissenso più atroce. Dio e i celesti tutti con somma pietà veneravate; ora, estinta la pietà, gli studj della vera religione per la più parte abbandonaste; stavate alle leggi, che per la sobrietà e l'astinenza dagli avi vostri, santi personaggi, e dagli antichi padri erano state fatte, poi accettate e comprovate dall'osservanza di tutti i secoli; ora, sovvertite le leggi, tolta la distinzione delle cose, lentati i freni della continenza, tutto voleste libero e sciolto».

E continua a deplorare questo scapestrarsi delle ire, questo togliere ogni rispetto alle leggi divine e umane, ogni divario di superiori e inferiori, non accordandosi che nel vituperare il sacerdozio e straziare la romana Chiesa, che n'è capo. «Eppure in questa città di Roma, per reprimere e moderare i vizj urbani, e principalmente l'avarizia di cui più si pecca, e revocarla al costume antico, casto e modesto, furono dal sapientissimo e ottimo pontefice invitati da ogni parte del mondo personaggi, e posti nel sommo grado di onore, acciocchè con maggiore autorità e diligenza attendano a quest'uopo»[471].

E ben tosto tutta Europa fu in fuoco, e un secolo e mezzo di fierissime guerre minacciarono una nuova barbarie. E un'altra ne sovrastava.