Ha ben riflesso Bossuet che, oltre coloro che chiedono la Riforma da rivoluzionarj, v'ha molti che il fanno senza asprezza nè violenza; deplorano i mali, ma con rispetto propongono i rimedj, nè li vorrebbero mai ottenere colla scissione, la quale considerano come il pessimo de' mali; la dilazione sopportano senza dispetto, riflettendo che possono sempre cominciare l'emenda in se stessi: sanno che Cristo insegnò ad onorare la cattedra di Mosè, anche quando vi siedono peccatori; e la riforma vogliono fatta secondo la divina istituzione della Chiesa, per ripristinarla sulle sue basi, non per crollarle.

Qualche dotto prendea passione alla Bibbia come avrebbe fatto ad un manuscritto recentemente scoperto. Coloro che aveano censurato gli abusi della Chiesa, compiacevansi d'udirli ripetere dai Protestanti, e di poter esclamare, «Anch'io l'avea detto e prima di loro; e se mi si fosse dato ascolto, se ne sarebbe tolta l'occasione». Altri vagheggiava fama di franco pensatore coll'assentire alla disapprovazione delle cose antiche, a quegli epigrammi, o raziocinj poco migliori d'epigrammi, che vengono facilissimi a chi è mal informato della soggetta materia. Inoltre era divenuto moda l'asserire qualche proposizione condannabile, e favorire qualche eretico, per l'irrefrenabile spirito di ricalcitramento contro l'autorità. D'altro lato il disgusto causato dalla politica romana infondeva desiderio di ravvicinarsi a Dio; e parea che i primi riformatori tirassero a ciò o col misticismo che avvicina immediatamente a Dio, o col togliere il clero di mezzo fra l'uomo e il creatore; e i discorsi pieni di pensieri pii e di parole sante, e i lamenti sulla depravazione, espressi con forza e libertà, mascheravano di zelo lo spirito di rivolta. Massime chi era contemplativo più che indagatore dovea restar commosso dai dubbj, allora gettati nell'intelligenza e nella fede, donde il turbamento venutone alle coscienze più pure.

Ma i delicati, se erano offesi dall'antica superstizione, restavano scandolezzati dalla audacia presente; riprovavano il culto delle immagini, l'invocazione dei santi, i segni materiali di credenza, come la croce, i rosarj, gli scapolari: offendeansi sopratutto delle ambizioni papali e dell'ingordigia curiale: pure sentivano il bisogno di appoggiare la libertà all'autorità, per non rimanere perplessi sulle grandi quistioni della presenza reale, della predestinazione, della soddisfazione di Cristo. Dal dissipamento e dalla corruttela ritornavasi quindi alla devozione, fino ad associarla col delitto, e per lo più finivasi piamente una vita menata nelle colpe. Il duca Valentino, tipo della scelleraggine meditata, caricavasi di reliquie; e Vitellozzo, che era in guerra col papa e che cadeva vittima de' colui tradimenti, supplicava in morte di ottenergliene l'assoluzione. Carlo VIII veniva con molte reliquie alla spedizione d'Italia. Alessandro VI gloriavasi d'avere acquistato la lancia con cui fu trafitto il Redentore in croce; portava in collo una bulla contenente le sacre specie: alla sua Lucrezia raccomandava la devozione a Maria. L'astuto Lodovico il Moro, il Cavour di que' tempi, moltiplicava chiese, e la notte prima di fuggire da Milano, vegliò nella Madonna delle Grazie sul sepolcro di sua moglie. Il Machiavelli, un degli empj se ce n'ebbe, ha discorsi sacri, e una predica sul De Profundis, ove esorta a «imitare san Francesco e san Girolamo, i quali, per reprimere la carne e torle facoltà a sforzarli alle inique tentazioni, l'uno si rivoltava su per i pruni, l'altro con un sasso il petto si lacerava... Ma noi siamo ingannati dalla libidine, incôlti negli errori, inviluppati nei lacci del peccato, e nelle mani del diavolo ci troviamo: per ciò conviene, ad uscirne, ricorrere alla penitenza, e gridare con David, Miserere mei, Deus, e con san Pietro piangere amaramente»[529].

Non citerò l'infame Aretino, che colle più laide composizioni ne alternava di sacre, vendereccio nelle une come nelle altre; ma e l'Ariosto e i Cellini e tutti gli artisti sentivano il bisogno di raccogliersi talvolta a Dio, e rinnovare quelle pratiche, in cui gli aveva nodriti la loro madre. Giorgio Vasari più d'una volta risolse di ritirarsi in solitudine devota, «e così offenderò meno Iddio, il prossimo e me stesso, dove nella contemplazione di Dio, leggendo si passerà il tempo senza peccato, e senza offendere il prossimo nella maldicenza»; e ridottosi fra i monaci di Camaldoli, elevandosi a un misticismo cui ben poco mostrasi propenso nelle sue pitture, scriveva a Giovanni Pollastra:

«Siate voi benedetto da Dio mille volte, poichè sono per mezzo vostro condotto all'ermo di Camaldoli, dove non potevo, per cognoscer me stesso, capitare in luogo nessuno migliore; perchè, oltre che passo il tempo con util mio in compagnia di questi santi religiosi, i quali hanno in due giorni fatto un giovamento alla natura mia sì buono e sano, che già comincio a conoscere la mia folle pazzia dove ella ciecamente mi menava, scorgo qui in questo altissimo giogo dell'Alpe, fra questi dritti abeti, la perfezione che si cava dalla quiete. Così come ogni anno fanno essi intorno a loro un palco di rami a croce, andando dritti al cielo; così questi romiti santi imitandoli, ed insieme chi dimora qui, lassando la terra vana, con il fervore dello spirito elevato a Dio alzandosi per la perfezione, del continuo se gli avvicina più; e così come qui non curano le tentazioni nemiche e le vanità mondane, ancorchè il crollare de' venti e la tempesta li batta e percuota del continuo, nondimeno ridonsi di noi, poichè nel rasserenare dell'aria si fan più dritti, più belli, più duri e più perfetti che fussero mai, che certamente si conosce che 'l Cielo dona loro la costanza e la fede; così a questi animi che in tutto servono a lui. Ho visto e parlato sino a ora a cinque vecchi, di anni ottanta l'uno in circa, fortificati di perfezione nel Signore, che m'è parso sentir parlare cinque angioli di paradiso; e sono stupito a vederli di quell'età decrepita, la notte per questi ghiacci levarsi come i giovani, e partirsi dalle lor celle, sparse lontano cencinquanta passi per l'ermo, venire alla chiesa ai mattutini ed a tutte l'ore diurne, con un'allegrezza e giocondità come se andassero a nozze. Quivi il silenzio sta con quella muta loquela sua, che uno ardisce appena sospirare, nè le foglie degli abeti ardiscono di ragionar co' venti; e le acque, che vanno per certe docce di legno per tutto l'ermo, portano dall'una all'altra cella de' romiti acque, camminando sempre chiarissime, con un rispetto maraviglioso».

Viepiù sentiva questi bisogni dello spirito il Bonarroti, «Michel più che mortale angel divino»: grand'intelligenza e gran cuore, che idealizza anzichè esprimere, e che come artista figura l'armonia de' contrasti. Era venuto su come gli altri in quel secolo fra il rinnovato paganesimo: e ne' colloqui col magnifico Lorenzo nel giardino di San Marco, o nel palazzo di via Larga, o nel suburbio di Careggi, s'imbevve di quelle idee gentilesche, per le quali pareva assai se nell'Olimpo faceasi un posto ospitale anche al Cristo. Ma per quel vigor suo che nol lasciava servile a concetti altrui, s'addiede anche alla Bibbia, ed «ha con grande studio ed attenzione lette le sante Scritture sì del Testamento Vecchio come del nuovo, e chi sopra ciò s'è affaticato», scriveva il Condivi, lui vivo. Aveva ascoltato frà Girolamo, e ne trasse l'amor della religione associato a quel della patria: ma come si volle denigrare il suo patriotismo, così la sua fede. Il Grimm, in una vita che recentemente ne scrisse,[530] volle porre anche questo tra coloro che pensavano co' Protestanti; e che singolarmente non accettasse la necessità de' sacramenti, nè il purgatorio, giacchè, deplorando la morte di Giovansimone suo fratello, dice che poco importa se non abbia prima ricevuto i sacramenti.

La frase è proprio di Michelangelo, ma se connettasi alle precedenti significa tutt'altro. Perocchè scrive: «Lionardo; io ho, per l'ultima tua, la morte di Giovansimone. Ne ho avuto grandissima passione, perchè speravo, benchè vecchio sia, vederlo innanzi che morisse, e innanzi che morissi io. È piaciuto così a Dio: pazienza! Avrei caro intendere particolarmente che morte ha fatta; e se è morto confesso e comunicato con tutte le cose ordinate dalla Chiesa: perchè, quando l'abbia avute, e che io il sappi, n'avrò manco passione».

Che cosa gli fosse risposto appare da questa sua replica: «Mi scrivi che, sebbene non ha avuto tutte le cose ordinate dalla Chiesa, pure ha avuto buona contrizione: e questa per la salute sua basta, se così è».

Vedi, lettore, come lo staccare una frase ne sovverta il senso. E Giorgio Vasari, suo veneratore, e che non facea legendarj, racconta che con esso girava di chiesa in chiesa per guadagnare il giubileo, pur tenendo ragionamenti dell'arte. E gli disse una volta: «Se queste fatiche che io duro non mi giovano all'anima, io perdo 'l tempo e l'opera». E altrove: «Non nasceva pensiero in lui che non vi fosse scolpita la morte.... per il che si vedeva che andava ritirando verso Dio.... Volentieri in questa sua vecchiezza si adoperava alle cose sacre, che tornassino in onore di Dio..... Sovveniva molti poveri e maritava secretamente buon numero di fanciulle».

Malatosi suo fratello, scrive al padre: «Non vi date passione, perchè Dio non ci ha creati per abbandonarci». E quando stava per gittare in Bologna la statua di Giulio II, «Pregate Dio che io abbia onore qua, e che io contenti il papa; e ancora pregate Dio per lui». E riuscitovi: «Io stimo le orazioni di qualche persona m'abbiano ajutato, e tenuto sano, perchè era contro l'opinione di tutta Bologna che io la conducessi mai»[531].