Ci tornerà occasione di parlarne nel processo del cardinale Moroni, e qui basti indicare come fosse reputato autore del libro che analizzammo sul Benefizio di Cristo, o (come dice il padre Laderchi, storico della Chiesa più abbondante di pietà che di critica) d'un'apologia d'esso Benefizio. Questo il Laderchi crede opera del Valdes, senza darne pruove, ma è abbastanza noto che e il libro e le apologie ascrivevansi a persone diverse, onde crescervi credito. Del resto il Flaminio conservossi devoto alla messa; credeva la presenza reale; a monsignor Carnesecchi scriveva da Trento, ricordandogli come «alli mesi passati parlassero alcune volte insieme del santissimo sacramento dell'altare e dell'uso della messa»: e si lagna di quelli che «stanno ostinatissimi nelle loro immaginazioni, acciecati dalla superbia che si nasconde facilmente sotto il falso zelo della religione, ove si mettono in pericolo di perdere l'onore, la roba e la vita, perchè non si possono immaginare di essere ingannati dalla carne e dal diavolo; e così ognora più s'indurano nelle falsità, e diventano acerbissimi censori del prossimo, condannando d'impietà l'universale senso e perpetuo uso della Chiesa, e chiunque non si fa servo delle loro opinioni. Da questa arroganza e da questi amari zeli li liberi Nostro Signore Iddio, e doni loro carità e dolcezza di spirito, e tanta umiltà che s'astenghino dal giudicare temerariamente i dogmi e usanze della Chiesa, condannando sì rigidamente tutti quelli che con vera umiltà di cuore la riveriscono e seguitano, e cominciano a credere che, molti di coloro che da essi sono condannati e tenuti idolatri ed empj, perchè non credono quello che credono essi, sono veramente religiosi, pii ed a Dio cari; e per contrario nimico ed odiato da Dio chiunque seguita questa loro superba presunzione. E noi, signor mio, se non vogliamo far naufragio in questi pericolosissimi scogli, umiliamoci al cospetto di Dio, non ci lasciando indurre da ragione alcuna, per verisimile ch'ella ne paresse, a separarci dall'unione della Chiesa cattolica, dicendo con David: Vias tuas, Domine, demonstra mihi, et semitas tuas edoce me, quia tu es Deus salvator meus. E senza dubbio saremo esauditi, nam bonus et rectus Dominus, propterea diriget mansuetos in judicio, docebit mites vias tuas. Laddove, volendo giudicare le cose divine col discorso umano, saremo abbandonati da Dio, e in questo secolo contenzioso talmente ci accosteremo ad una delle parti ed odieremo l'altra, che perderemo del tutto il giudizio e la carità, e dimanderemo la luce tenebre, e le tenebre luce; o persuadendoci d'essere ricchi e beati, saremo poveri, miseri e miserabili per non saper separare pretiosum a vili; la qual scienza senza lo spirito di Cristo non si può imparare; al qual sia gloria in sempiterno, amen».

V'è un prezioso libretto, capolavoro della mistica, come la Somma di san Tommaso è il capolavoro della scolastica; produzione di quel medioevo tanto vituperato, e di un monaco ignoto; libro ch'è il più letto dopo la Bibbia, sicchè fu detto sarebbe il primo del mondo se questa non esistesse; stampato almeno milleottocento volte, tradotto in ogni lingua; e che, fatto pei solitarj, è tuttavia il conforto ed il sostegno anche di persone tuffate negli affari. Parlo dell'Imitazione di Cristo, eloquio d'un'anima che, senza intermedio di profeti o dottori, eppure adoprando il loro linguaggio, s'intertiene con Dio e col Mediatore. Non dunque dispute, non sottilità scolastiche, non decisioni particolari, ma impeti di quel mistico amore che assorbisce la fede, aspirazioni alla solitudine per sottrarsi all'infelicità dei tempi, e ascoltare Dio che parla: affetto della croce, come salute, vita, schermo dai nemici, come infusione di superna dolcezza, vigore alla mente, gaudio allo spirito. «Nella croce sta tutto, nè alla vita e all'interna pace v'è altra via che della croce; nessun'altra ve n'ha più alta di sopra, o più sicura di sotto. La croce è sempre apparecchiata, e in ogni luogo t'aspetta, nè la puoi cansare, dovunque tu corra. Se una croce tu getti via, un'altra ne troverai forse più grave».

Così adduce a imitare Cristo, con un linguaggio tanto semplice, tanto intimo, che i Riformati dovettero cercare di metterlo fra i loro precursori, se non voleano confessare che nella Chiesa viveva sempre il vero spirito evangelico. Ma quell'aureo libricino invoca i santi; e l'iniziazione progressiva conduce per mezzo dell'astinenza, dell'ascetismo, della comunione finchè si giunga all'unione; talchè nè d'un punto scatta dalle ritualità della Chiesa nostra, la quale col venerarlo mostrava abbastanza che tale era la costante sua pratica[538].

Il Flaminio lo esalta grandemente, e «non saprei proporvi libro alcuno (non parlo della scrittura santa) che fosse più utile di quel libretto De imitatione Christi, volendo voi leggere non per curiosità, nè per saper ragionare e disputare delle cose cristiane, ma per edificare l'anima vostra, e attendere alla pratica del vivere cristiano; nella quale consiste tutta la somma, come l'uomo ha accettato la grazia del vangelo, cioè la giustificazione per la fede. È ben vero che una cosa desidero in detto libro, cioè che non approvo la via del timore, della quale egli spesso si serve. Non già che io biasimi ogni sorta di timore, ma biasimo il timore penale, il quale è segno d'infedeltà o di fede debolissima; perocchè, se io credo daddovvero che Cristo abbia soddisfatto per tutti i miei peccati, passati, presenti e futuri, non è possibile che io tema di essere condannato nel giudizio di Dio; massime se io credo che la giustizia e la santità di Cristo sia divenuta mia per la fede, come debbo credere se voglio essere vero cristiano»[539].

Anche lo storico cardinale Sforza Pallavicino appunta il Flaminio di «covare nella mente tali dottrine, per non dover combattere le quali ricusò d'andare secretario al concilio di Trento»; e soggiunge che, in fine degli anni suoi, la salutevole conversazione del cardinale Polo il facesse ravvedere, e scrivere e morire cattolicamente. In fatto il cardinale Polo invitò il Flaminio a venire da lui a Viterbo, e quando fu eletto uno dei Legati al concilio di Trento, ve lo condusse. Il Flaminio morì poi di cinquantadue anni, e Pier Vettori ne dava notizia ad esso cardinale da Firenze il 13 aprile 1550, consolandosi che «santamente e piamente fosse uscito di vita con tal costanza di mente e alacrità, qual poteva aspettarsi da uomo che, come lui, era vissuto imbevuto della vera religione». Il Polo curò fosse sepolto nella chiesa degli Inglesi.

Ma appunto nessuno più volentieri gli eterodossi ascriverebbero alla loro coorte che il cardinale Reginaldo Polo (Pool). Nasceva in Inghilterra dai duchi di Suffolck, ed uscito dal regno per non aver voluto approvare il divorzio di Enrico VIII, scrisse poi contro di questo a difesa dell'unità della Chiesa; laonde quel re dispotico fe decapitare il fratello di esso, il nipote, la madre settuagenaria, mentre gli altri parenti si salvarono colla fuga: bandì cinquantamila scudi a chi uccidesse il cardinale, e infatto lo tentarono due inglesi e tre italiani, fra i quali un bolognese confessò essersi trattenuto lunga stagione a Trento con tale proposito.

Per lunga dimora e per tante relazioni e per la lingua che adoperò, il Polo è degno d'essere contato fra' nostri, e può considerarsi rappresentante dello introdottosi spirito di pietà, che ai Riformati dovea parere una protesta contro la rilassatezza di cui imputavano i Cattolici. Dal cardinale Cortese era stato invaghito degli studj biblici; e mentre stette Legato pontificio a Liegi, vi s'intratteneva nel modo ch'è descritto dal Priuli in lettera al Beccatelli del 28 giugno 1537[540]:

«La mattina ognuno si sta nella sua camera fino a un'ora e mezza innanzi pranzo, nella qual ora convenimo in una chiesuola domestica, ed insieme cantiamo le ore more theatinico senza canto. Monsignore di Verona è il nostro maestro di cappella. Dette le ore, si ode messa, e poco dappoi si disna: a parte della mensa si legge san Bernardo: poi si ragiona. Postquam vero exempta fames epulis est, il vescovo legge ordinariamente un capitolo di Eusebio De Demonstratione evangelica: si continua, e ripiglia dappoi qualche onesto e grato ragionamento che dura fino a una o doi ore dopo mezzo giorno; ed allora ognuno ritorna alla sua camera, ove si sta fino a un'ora e mezza innanzi cena; a quell'ora cantiamo vespero e compieta; e dappoi il reverendissimo legato si ha tandem lasciato exorare di leggerci le epistole di san Paolo alternis diebus; ed ha incominciato dalla prima a Timoteo, con somma soddisfazione del vescovo e di tutti noi. Oh quanto desidero e voi ed il nostro dabbenissimo vescovo di Fano a questa santissima lezione da questo santissimo uomo con tanta riverenza ed umiltà, e con tanto giudizio letta, che io non saprei certo desiderar meglio, nè credo che l'amor m'inganni questa volta. Spero dalle miche ch'io ne raccoglierò potervene dar buon saggio, quando al signor Dio piacerà che ci troviamo insieme. Alquanto dopo la lezione si cena: si va per una o doi ore in barca per il fiume, o in l'orto passeggiando, e ragionando sempre di cose convenienti a questi signori; e spesso spesso, anzi cotidianamente desideriamo, e chiamiamo il reverendissimo vostro, e la sua compagnia a questo nostro onesto, e bel tempo ringraziando il Signor Dio di tanto bene, che 'l si degna di concederne. O quante volte mi replica il signor legato: Certe deus nobis hæc otia fecit! O quanto gli siamo obbligati etiam hoc nomine! ed aggiugne sempre: Oh perchè non è monsignor Contarini con noi?»

E il Polo al Contarini da Carpentras scrive della cara compagnia del Priuli e d'altri: «Noi per nostra consolazione mutua avemo cominciato a conferire insieme li salmi di quel grande profeta e re, il quale Dio aveva eletto secundum cor suum, e oggidì eramo arrivati a quel salmo che comincia, Salvum me fac, Domine, quoniam defecit sanctus».

inoltre il cardinale Polo ringraziava esso Contarini a nome di tutta la sua compagnia «per il gran dono di carità il quale risplende più in quel santo negozio di Modena», alludendo certo al catechismo che il cardinal Contarini avea steso per gli erranti di Modena, come avremo a divisare. E infatto il Polo era tacciato di poco rigore verso gli eretici, ch'egli considerava come infermi, i quali bisognasse risanare.