Dell'indole stessa erano le unioni che il Polo teneva mentre, come Legato del patrimonio di san Pietro, sedeva a Viterbo; unioni che sono presentate come convegno di miscredenti. Da varie lettere che ce le dipingono leviamo qualche saggio, e prima da una del Polo al Contarini il 9 dicembre 1541: «Il resto del giorno passo con questa santa ed utile compagnia del signor Carnesecchi e monsignor Marcantonio Flaminio nostro. Utile io la chiamo, perchè la sera monsignor Flaminio dà pasto a me e alla miglior parte della famiglia de illo cibo qui non perit, in tal maniera che io non so quando io abbia sentito maggior consolazione nè maggiore edificazione: tanto che, a compimento di questo mio comodissimo stato, non manca altro che la presenza di vostra signoria reverendissima».
Frasi simili ripete in lettera del 23 dicembre, e in altra del 1 maggio 1542: «Quanto al loco di san Bernardo, notato da vostra signoria reverendissima, dove parla così esplicitamente della giustizia di Cristo, l'avemo trovato e letto insieme con questi nostri amici con grandissima soddisfazione di tutti: e considerando da poi la dottrina di questo santo uomo dove era fondata, e la vita insieme, non mi è parso meraviglia se parla più chiaramente che gli altri, avendo tutta la sua dottrina preparata e fondata sopra le scritture sante, le quali nel suo interior senso non predicano altro che questa giustizia, ed appresso avendo così bel commento per intendere quel che leggeva, com'era la conformità della vita, la quale gli dava continua esperienza della verità imparata, e per questo doveva esser risolutissimo. E se gli altri avversarj di questa verità si mettessero per questa via a esaminare com'ella sta, cioè per queste due regole delle scritture e dell'esperienza, cesserieno senza dubbio tutte le controversie[541]. Nunc enim ideo errant quia nesciunt scripturas et potentiam Dei, quæ est abscondita in Christo, il quale sia sempre laudato, che ha cominciato rivelare questa santa verità, e tanto salutifera e necessaria a sapere, usando per istromento vostra signoria reverendissima, per la quale tutti siamo obbligati continuamente a pregare sua divina maestà ut confortet quod est operatus alla gloria sua e benefizio di tutta la Chiesa, come femo tutti et in primis la signora marchesa [Vittoria Colonna], la quale senza fine si raccomanda a lei».
La pietà di quei colloqui appare viemeglio da quanto allora scriveva il Flaminio, e singolarmente da questa lettera a Galeazzo Caracciolo, del quale parleremo appresso:
«La felice nuova, che mi diedero della santa vocazione di vostra signoria il signor Ferrante e il signor Giovan Francesco, diede grandissima allegrezza non solamente a me, ma ancora al reverendissimo Legato, e a questi altri signori, ed ora per confermare ed accrescere questa nostra allegrezza, vostra signoria m'ha fatto degno d'una sua lettera, la quale è quasi una ratificazione di quello che i predetti signori m'aveano scritto. Signor mio colendissimo, considerando io quelle parole di san Paolo, Voi vedete, fratelli, la vostra vocazione, che fra voi non sono molti savj secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili, ma Dio ha eletto le cose stolte del mondo, per confonder le savie, e le cose deboli per confonder le forti, e le cose ignobili per confondere le nobili e quelle che non sono per distrugger quelle che sono, dico che, considerando io queste notabili parole, mi pare di vedere che 'l signor Dio abbia fatto un favor molto particolare a vostra signoria, volendo che ella sia nel numero di quelli pochissimi nobili, che egli orna di una nobiltà incomparabile, facendoli per la vera e viva fede suoi figliuoli; e quanto è stato più particolare il favore, che ella ha ricevuto da Dio, tanto la veggo più obbligata a vivere, come si conviene ai figliuoli di Dio, guardando che le spine, cioè i piaceri e gli inganni delle ricchezze e l'ambizione non soffochino il seme dell'evangelo, che è stato seminato nel cuor suo: benchè mi rendo certo, che il Signore, il quale ha cominciato a gloria sua l'opera buona in voi, la condurrà a perfezione, a laude e gloria della grazia sua, la quale creerà in voi un animo tanto generoso, che, siccome per lo addietro ponevate tutto il vostro studio in conservare il decoro de' cavalieri del mondo, così ora porrete tutta la vostra diligenza in conservare il decoro de' figliuoli di Dio, a' quali convien imitare con ogni studio la perfezione del loro celeste padre, esprimendo, e rappresentando in terra quella vita santa e divina, la quale viveremo in cielo.
«Signor mio osservandissimo, in tutti i vostri pensieri, in tutte le vostre parole, e in tutte le vostre operazioni ricordatevi, che siamo diventati per Gesù Cristo figliuoli di Dio, e questa memoria, generata e conservata nell'anima nostra dallo spirito di Cristo, non ci lascierà di leggieri nè fare, nè dire, nè pensare alcuna cosa indegna della imitazione di Cristo, al quale se noi vogliamo piacere, è necessario che ci disponiamo a dispiacere agli uomini, e a disprezzare la gloria del mondo per esser gloriosi appresso a Dio; perciocchè, come dimostra Gesù Cristo in san Giovanni, è impossibile, che alcuno possa credere veramente in Dio, mentre che egli cerca la gloria degli uomini, i quali come dice David, sono più vani della medesima vanità. Laonde è cosa stoltissima e vilissima fare stima del loro giudicio, dovendo i figliuoli di Dio aver sempre innanzi agli occhi il giudicio di Dio, il quale vede non solamente tutte le nostre operazioni, ma tutti gli occulti e profondi pensieri del nostro cuore.
«Essendo dunque impossibile piacere a Dio e agli uomini del mondo, che furore sarebbe il nostro, se eleggessimo di dispiacere a Dio per piacere al mondo? E se stimiamo cosa vergognosissima che una sposa voglia piuttosto piacere altrui che al suo sposo, che biasimo meriterà l'anima nostra, se ella vorrà più piacere ad altri che a Cristo suo dilettissimo sposo? Se Cristo, unigenito e naturale figliuolo di Dio, ha voluto non solamente patire per noi le infamie del mondo, ma il tormento acerbissimo della croce, perchè non vorremmo noi per la gloria di Cristo tollerare allegramente le derisioni degli inimici di Dio? Sicchè, signor mio, contra le calunnie e derisioni del mondo armiamoci di una santa superbia, ridendoci delle loro derisioni, anzi come veri membri di Cristo abbiamo compassione alla loro cecità, pregando il nostro Dio, che doni loro di quel suo santo lume che ha donato a noi, acciocchè, diventando figliuoli della luce, sieno liberati dalla misera servitù del principe delle tenebre, il quale con questi suoi ministri perseguita Cristo e le membra di Cristo: la qual persecuzione, malgrado del demonio e de' suoi ministri, ridonda finalmente in gloria di Cristo e in salute de' membri suoi, i quali godono di patire per Cristo, essendo predestinati a regnare con Cristo. Chiunque ha veramente questa fede, resiste facilmente alle persecuzioni del demonio, del mondo e della carne. Però, signor mio colendissimo, preghiamo giorno e notte il nostro padre eterno che ci accresca la fede, e faccia produrre nell'anima nostra quei dolcissimi e felicissimi frutti, che ella suol produrre nella buona terra di tutti i predestinati a vita eterna; acciocchè, essendo la nostra fede feconda di buone opere, siamo certi che ella non è finta ma vera, non morta ma viva, non umana ma divina, e per conseguenza pegno preziosissimo della nostra eterna felicità. Mostriamo che noi siamo legittimi figliuoli di Dio, desiderando sempre che il suo santissimo nome sia glorificato, e imitando la sua ineffabile benignità, la qual fa nascere il sole sopra i buoni e sopra i rei, adoriamo la sua divina maestà in spirito e verità, consacrandole il tempio del nostro cuore, e offerendo in esso le vittime spirituali per Gesù Cristo nostro Signore: anzi come veri membri di questo pontefice celeste, facciamo un sacrificio della nostra carne, mortificandola e crucifiggendola con le sue concupiscenze, acciò che, morendo noi, viva lo spirito di Cristo in noi. Moriamo, signor mio, volentieri a noi medesimi e al mondo, acciò che viviamo felicemente a Dio, e a Gesù Cristo. Anzi, se siamo vere membra di Cristo, conosciamoci già morti con Cristo, e risuscitati, e ascesi in cielo con esso lui, acciò che la nostra conversazione sia tutta celeste, e si vegga in noi uno eccellentissimo ritratto di Cristo; il qual ritratto sarà tanto più bello e più maraviglioso in voi, quanto voi siete un signore nobilissimo, ricco e potente.
«O che giocondo insaziabile spettacolo agli occhi de' veri Cristiani, anzi agli occhi di Dio e di tutti gli angeli, vedere un pari vostro, il quale, considerando la fragilità della natura umana e la vanità di tutte le cose temporali, dica con Cristo, Ego sum vermis et non homo; e con David gridi Respice me, et miserere mei quia unicus et pauper sum ego. Oh veramente ricco e beato colui, che per favor di Dio perviene a questa povertà spirituale, renunziando con l'affetto tutte le cose che egli possiede, cioè la prudenza mondana, le scienze secolari, le ricchezze, le signorie, i piaceri della carne, la gloria degli uomini, i favori delle creature, e ogni confidenza di se stesso! Costui, diventando per Cristo stolto nel mondo, e in mezzo le ricchezze dicendo di cuore Panem nostrum quotidianum da nobis hodie, e preponendo l'improperio di Cristo e le tribulazioni e i piaceri ai favori del mondo, e non volendo nè altra santità, nè altra giustizia che quella, che si acquista per Cristo, entra nel regno di Dio; e sostentato, favorito e governato dallo spirito di Dio, e tutto ripieno di gaudio, canta col profeta. Il signor è mio pastore, niuna cosa mi mancherà; egli in luoghi ameni e erbosi mi fa riposare, e lungo le acque del refrigerio mi conduce. E crescendo tuttavia la diffidenza di se medesimo e di tutte le creature, e la confidenza in Dio, nè volendo nè in cielo nè in terra altra sapienza, altri tesori, altra potenza, altro piacere, altra gloria, altro favore che quello del suo Dio, grida col medesimo profeta: Signor, chi ho io in cielo oltre a te? Niuno io voglio teco sopra la terra: per lo desiderio di te, la carne mia e il cuor mio si consuma; o fortezza del mio cuore. Dio è la mia eredità in sempiterno.
«Considerate che colui, il quale dice queste dolcissime e umilissime parole, congiunte con grandissima generosità, il quale non vuole nè in cielo nè in terra, niuna cosa se non Dio, considerate dico, che costui era un re potentissimo e ricchissimo. Ma egli non si lasciava offuscare l'intelletto, nè corrompere l'affetto dalla sua potenza nè dalle sue ricchezze, conoscendo per favor di Dio, che tutta la potenza, e tutte le ricchezze sono di Dio, e come cosa di Dio le dobbiamo possedere e dispensare a gloria di Dio: laonde si legge nel primo libro intitolato Paralipomenon, ch'egli in presenza di tutto il popolo disse queste divinissime parole: Benedetto signor Dio d'Israele, padre nostro ab eterno: tua è, signor, la magnificenza e la potenza e la gloria e la vittoria e la laude: perciocchè tutte le cose, le quali sono in cielo e in terra sono tue, tuo è, signore, il regno, e tue sono le ricchezze, tua è la gloria; tu sei signore di tutti; nella tua mano è la grandezza e l'imperio di ciascuno: per la qual cosa ora, Dio nostro, ti ringraziamo, e lodiamo il nome tuo inclito. Chi sono io, e chi è il popolo mio, che ti possiamo promettere tutte queste cose? Tutte sono tue, e quelle che dalla tua mano abbiamo ricevuto, ti abbiamo dato; perciocchè siamo peregrini nella tua presenza, e forestieri, sì come tutti i padri nostri: i giorni nostri sono come un'ombra sopra della terra, e se ne fuggono senza alcuna dimora.
«O signore mio, pregate di continuo il signor Dio che, insieme con questo gran re, vi umiliate da dovvero sotto la potente mano di sua divina maestà, lasciando a Dio tutta la gloria, tutta la potenza, per ricevere da Dio i beati doni della grazia sua, la quale egli comunica solamente agli umili, lasciandone vacui i superbi. Queste parole dice il Signore appresso Geremia: Non si glorii il savio nella sapienza sua, nè si glorii il forte della sua fortezza, nè si glorii il ricco delle sue ricchezze: ma chi si gloria, si glorii nel conoscermi; perciocchè io sono il Signore, il quale esercito la misericordia e la giustizia in terra; perciocchè queste cose a me piacciono, dice il Signore. Se dunque vi volete gloriare, non vi gloriate, come fanno coloro che hanno gli animi vili e plebei, nelle ricchezze e nella nobiltà carnale. Si glorii in queste cose vilissime e vanissime colui che vive nel regno della carne e del peccato; ma voi che siete entrato nel regno di Dio, gloriatevi che il vostro Dio abbia usato con voi la sua misericordia, illuminando le vostre tenebre, facendovi conoscere la sua bontà, facendovi, di figliuolo di ira, figliuolo suo; di vilissimo servo del peccato, nobilissimo cittadino del cielo; donandovi finalmente il suo unigenito figliuolo Gesù Cristo, e ogni cosa con lui; di maniera che, come dice san Paolo, il mondo, la vita, la carne, le cose presenti e le future e ogni cosa, è vostra in Cristo, e per Cristo unica felicità dell'anima vostra. Questa sorta di gloriazione si conviene ai Cristiani; per la quale si esalta la misericordia di Dio, e si annichila la superbia umana, la quale s'innalza contra la cognizione di Dio, volendo gloriarsi di Dio e confidare in se medesima. Questa gloriazione ci fa umili nelle grandezze, modesti nelle prosperità, pazienti nelle avversità, forti ne' pericoli, benefici verso ognuno, stabili nella speranza, ferventi nell'orazione, pieni dell'amor di Dio, vacui dell'amor immoderato di noi medesimi e delle cose del mondo, e finalmente veri imitatori di Cristo, nella quale imitazione dobbiamo mettere tutto il nostro studio, riputando ogni altro studio, rispetto a questo, superfluo e vano.
«Signor mio colendissimo, volendo io ubbidire alla lettera di vostra signoria ho fatto contro al mio istituto, perciocchè conoscendo per favor di Dio ogni ora più la mia grande imperfezione e la mia insufficienza, conosco ancora che a me conviene udire e non parlare, essere discepolo e non maestro. Ma per questa volta ho voluto che abbia maggior forza il desiderio di vostra signoria, che la mia deliberazione. Il reverendissimo legato ama vostra signoria come suo dilettissimo fratello in Cristo, e avrà gratissima l'occasione, che gli manderà il signor Dio di poter mostrare con gli effetti l'amor suo. Sua signoria reverendissima, e l'illustrissima signora marchesa di Pescara salutano quella, e questi altri gentiluomini con meco le baciano la mano, pregando con tutto il cuore il nostro signor Dio, che la faccia diventare con la grazia sua di gran lunga più povera di spirito che ella non è ricca di castella e di beni temporali, acciò che la povertà spirituale la faccia ricchissima de' beni divini, e sempiterni. — Di Viterbo, il giorno 13 di febbrajo del xliii».