Ponesti sotto i ben fondati piedi

Scacciando la ignoranza de' mortali (698-704).

Da questi versi, che io lascio lodare ad altri, s'indurrebbe che il poeta Giorgio Trissino insegnasse l'anima del mondo; ma invece di negare ciò, come altri fece[554], poteasi vedervi l'abitudine, allora abbastanza estesa, di discutere e sostenere le opinioni anche le più lontane dall'ortodossia, come chiarimmo parlando della scuola di Padova, dove appunto predicavasi la dottrina d'Averroè sull'universalità dell'anima. Quanto all'altra parte, vorrebbe dire che il Trissino togliesse la paura dell'inferno, disnebbiando gli intelletti; ma ognuno vi riconosce un'infelice imitazione di Virgilio[555].

Il Trissino, placido ingegno, ch'ebbe onori e incarichi fin di ambascerie da due papi, nell'Italia Liberata, poema che tutti conoscono e nessuno legge, s'avventa contro i preti, i quali «spesse volte han così l'animo alla roba, che per denari venderiano il mondo», e da un angelo fa vaticinare a Belisario in quanta corruzione cadrebbe la Corte romana, sicchè i papi non penserebbero che a rimpolpare i loro sterponi con ducati, signorie, paesi; conferire sfacciatamente cappelli ai loro mignoni e ai parenti delle loro bagasce; vendere vescovadi, benefizj, privilegi, dignità, o collocarvi persone infami; per denaro dispensare dalle leggi migliori, non serbare fede, trarre la vita in mezzo a veleni e tradimenti, seminare guerre e scandali fra principi cristiani, sicchè i Turchi e i nemici della fede se n'ingrandiscano: e conchiude che il mondo ravvedutosi correggerà questo sciagurato governo del popolo di Cristo.

Non era il concetto medesimo, per cui, nel secolo precedente, alcuni pii aveano fantasticato la venuta d'un papa angelico? Del resto il dire che la Corte romana era corrotta, venale la dateria, ribalda la sua politica, non curare le scomuniche, ridere dei frati, disapprovare il mercimonio delle indulgenze, impugnare le decretali, vedemmo consuetissimo in Italia: e il Trissino non facea che seguitare la moda; nè cotesta sua libertà pruova altro se non ciò che altrove mostrammo, quanto fossero tollerate le declamazioni contro di abusi, che si confessavano anche quando non si provedeva a correggerli.

E come oggi il liberalismo politico professa di volere la libertà, nel mentre i conservatori pretendono combatterlo in nome anch'essi della libertà, altrettanto accadeva allora del liberalismo religioso. Molti potevano lealmente credere che, se il papato era stato necessario per l'educazione de' Barbari, allora si poteva omai dispensarsene: che la critica non farebbe se non appurare la Chiesa e consolidare il dogma; non essendosi ancora veduto, come oggi vediamo, succedersi dottrine tutte cangianti, tutte attaccabili, senza autorità nè coerenza, al punto che gli spiriti non si inebriassero più che del dubbio. E in generale si sapeva, o almen si sentiva, che riformare non è distruggere; che le riforme opportune e durevoli debbono venire dall'amore non dalla collera, dall'autorità che dirige, non dalla violenza che scompiglia.

Ma chi assiste alla turpitudine degli odierni pugillatori non si meraviglierà che allora si accusassero di eresia i nemici. A tacere il Muzio, l'Aretino, il Franco e simil ciurma, il Vasari imputa il Perugino di miscredente, mentre l'indole sua e i suoi dipinti il mostrano così diverso. Anche del gran Leonardo da Vinci egli scrive che «tanti furono i suoi capricci, che filosofando delle cose naturali, attese a intendere la proprietà d'elle, contemplando e osservando il moto del cielo, il corpo della luna e gli andamenti del sole; per il che fece nell'anima un concetto sì eretico, che non s'accostava a qualsivoglia religione, stimando per avventura assai più l'essere filosofo che cristiano», e che solo in punto di morte fosse istruito nella fede. In ciò il cortigiano dei Medici non era informato nulla meglio di quando il fa spirare fra le braccia di Francesco I; ed egli medesimo temperò quest'asserzione nella ristampa; oltre che abbiamo il testamento, che Leonardo fece un anno prima di morire, dove, tutto pietà, «raccomanda l'anima sua a Nostro Signor messer Domenedio, alla gloriosa Vergine Maria, a monsignor san Michele»: prescrive trenta messe basse e tre alte, da dirsi per l'anima sua in tre chiese di regolari ad Amboise.

Gli stessi procedimenti della Riforma le diminuivano seguaci. Come svegliar le coscienze addormentate con un credo vago ed oscillante? La Bibbia, la meditazione, il libero esame! Davvero mezzi opportuni per condur a quella certezza che è suprema necessità per operare. Io uom del popolo ho da lavorare sei giorni per settimana, quattordici ore per giorno. Chi mi parla di Dio? della Grazia? della giustificazione? Su ciò disputino il dotto, il ricco, la signora oziosa, e creino tanti sistemi quante hanno teste; ma io povero, io ignorante, io nell'ospedale, io nella manifattura! No: è impossibile che Dio abbia messa a tal prezzo la mia salvezza. Egli non può che aver diretto moralmente e intellettualmente l'umanità, costituendo una società istruita da lui stesso, da lui governata, in cui un'autorità umana, esterna, visibile sia partecipazione dell'autorità sua divina, e dove l'uomo appaja solo stromento di Dio, annunziatore della parola del maestro eterno; sempre intenta al cielo mentre soddisfa in noi il bisogno intellettuale della verità, il bisogno morale del bene, il bisogno sensuale della felicità.

E il popolo nostro si tenne al credo vecchio. Oltre i pii che riconosceanvi solo un'empietà, spiaceva il vedere sconvolto il mondo da questa superbia del surrogare l'autorità dell'individuo a quella della città eterna. Anche coloro che gridavano la Chiesa romana avere bisogno di correzione, trovavano che i Protestanti la correggevano troppo male.

E che ogni giorno rivelava la moltiforme natura della Riforma: in Germania assodatrice del principato, in Francia faziosa, in Inghilterra dispotica e persecutrice, in Iscozia fanaticamente esagerata, regia nella Scandinavia, repubblicana in Svizzera, deleterica in Polonia. Intolleranti come e più di quelli da cui si erano staccati, e senza avere come questi l'appoggio dell'autorità divina, ognuno presumeva con eguali titoli trovarsi al possesso esclusivo della verità; un concistoro scomunicava l'altro; l'un predicante espelleva l'altro; il Bullinger, pastore supremo a Zurigo, querelavasi però altamente degl'Italiani, rifuggiti in gran numero in quella città; Comander li chiamava accattabrighe, insofferenti dell'istruzione altrui, della propria opinione tenacissimi. Gli Italiani non si risolveano fra le varie negazioni. Lutero, adorato dai Tedeschi pel suo odio contro l'Italia, poco gradiva ai nostri[556], che spendevano piuttosto a Zuinglio, perchè avea scritto in latino, e procedea più serio e più logico: e così fece l'Altieri sunnominato dopo che visitò le Chiese elvetiche. Calvino, non più riformator nazionale, ma vero eresiarca, trovava maggiori assensi, ma i nostri mal sapeano acconciarsi a quel dogma che annichila la libertà umana sotto la stretta del peccato, e rinserra la natura in un dilemma fra il male e la grazia, offendendo e il moralista e il filosofo. Molti, accettando la giustificazione pei soli meriti di Cristo, continuavano però a frequentare la messa e gli altri riti. Ma Luterani e Calvinisti sbigottivansi dell'audacia che i fuorusciti italiani prendevano non appena avessero assaporata la libertà di coscienza, e il Gerdes asserisce che i paradossi e le sentenze erano il vizio di costoro. Persuasi del valore della parola, credono con essa dare esistenza alle cose; compongono libri, anzichè preparare dei martiri; non si fanno scrupolo di tenere una credenza interiore differente dalla parola; nè si brigano molto di convertire il popolo, quasi questo vada dietro ai pensanti. Olimpia Morata parafrasò i salmi in greco, lavorò affatto letterario come quel del Flaminio che li ridusse in versi latini; piantavano dispute, ma le trattavano filosoficamente, donde l'accusa di cui li colpisce Melantone, di troppo platonizzare. Ciò li distoglieva dall'essere persecutori, come gli altri più convinti, e quindi d'aggiunger un altro stimolo ai miscredenti, il rumore e la pubblicità della repressione. Anzi, abituati alla grande unità cattolica, i nostri traviati stupivano nel vedere i Protestanti così discordi fra loro, e s'affannavano a conciliarli con quelle transazioni, che li faceano disgradire dagli uni e dagli altri.