[255.] Epist. Lib. I, c. 66.

[256.] Opusculum de sententia excommunicationis injusta pro H. Savonarolæ innocentia. Firenze 1497.

[257.] Antonio Floribello, nell'orazione sopra l'autorità della Chiesa, scrive: Quod vero Lutherus et quidam ejus discipuli, omnia fato et necessitate fieri, nihil in potestate nostra situm esse, agi nos, non agere a principio dixerunt, cum idem senserunt quod nonnulli veteres philosophi, tum Viclefi illius sui, Laurentiique Vallensis opinionem impiam et humano generi perniciosam revocarunt. Sadoleti, Opera II, p. 401.

[258.] De collatione novi Testamenti. Fu pubblicata solo cinquant'anni dopo morto l'autore, da Erasmo. Per tacere i vecchi, il Maj, il Rank, il Vercellone, il Cavedoni notarono della versione itala molte voci non usate dai classici, come abintus, ascella, maletracto, prendo, regalia, satullus, retia per rete, advenit per accade, martulus per martello, manna per manata, altarium per altare, glorio e combino per lodo e congiungo, scamellum per scannello, e forme grammaticali errate, come odiet, odiant, odivi, plaudisti, avertuit, sepellibit, eregit, prodiet, exiam, exies, perient, scrutaberis, abstulitum est, prævarico e demolient per prævaricor e demolientur, lignum viridem ecc. Il conchiuderne che la traduzione della Bibbia è barbara è un'assurdità ove si pensi che, massime l'itala, fu fatta ne' floridi tempi dell'impero, essendo vivissima la lingua latina. Fu dunque buon consiglio quello del De Vit, di raccoglierne le voci nella ristampa che ora fa del Lexicon totius latinitatis. Di ciò discorro io distesamente in una Dissertazione sull'origine della Lingua Italiana. Napoli 1866.

[259.] De falso credita et ementita Constantini donatione, declamatio. È però a notare che la falsità dell'atto di donazione di Costantino era già stata sostenuta da Pio II, ancora privato, dal cardinale di Cusa, dal Pocock vescovo di Chicester. Dico dell'atto, perocchè su questa donazione tanto controversa han discorso i migliori moderni in ben altro senso dal vulgare, dietro al De Maistre, che avea scritto: «Una medesima mura non potea contenere l'imperatore e il pontefice. Costantino cedette Roma al papa. La coscienza del genere umano l'intese a questo modo, e ne nacque la favola della donazione, che è verissima. L'antichità, cupida di vedere e toccar tutto, tramutò l'abbandono in una donazione formale; la vide scritta su pergamena, deposta sull'altare di San Pietro. I moderni gridano falsità; ed era l'innocenza che raccontava le sue idee. Non c'è cosa sì vera quanto la donazione di Costantino».

Eppure Stefano Dumont, professore parigino, sostenne l'autenticità anche dell'atto; autenticità simile a quella che dicemmo dell'altre Decretali, che Graziano o il falso Isidoro non inventarono, bensì mutilarono o cangiarono per ridurle opportune a una collezione legale.

[260.] Vespasiano, Vite, ecc.

[261.] Fabroni, Vita di Lorenzo, II, 390.

[262.] Raynaldi, ad 1492.

[263.] Le inclinazioni di Alessandro VI erano conosciute precedentemente, sicchè quando fu eletto, Pietro martire d'Angera scriveva al cardinale Sforza: Hoc habeto, princeps illustrissime, non placuisse meis regibus (Fernando e Isabella di Spagna) pontificatum ad Alexandrum, quamvis eorum ditionarium, pervenisse; verentur namque ne illius cupiditas, ne ambitio, ne (quod gravius) mollities filialis christianam religionem in præceps trahat. Epist. 119 dell'ediz. di Amsterdam 1670.