[360.] Per esempio, al Concilio di Basilea erasi argomentato: «Per presedere alla Chiesa universale bisognerebbe che il papa presedesse ai capi e ai membri di tutte le Chiese stabilite nell'universo. Ora il papa non presiede al capo della Chiesa romana, perchè non può presedere a se stesso. Dunque non presiede a tutte le Chiese che costituiscono la Chiesa universale».

[361.] Federico Borromeo racconta che il duca Lodovico il Moro, recatosi nel convento de' Domenicani a Milano per conversare, come soleva, con que' frati, vide il padre Vio, di piccola e spregevole statura, e domandò al priore perchè tenesse omicciatoli siffatti. Il priore rispose: Ipse fecit nos et non ipsi nos: e introdotto a ragionar con esso il Vio, lo chiarì quanta ne fosse la sapienza e la virtù, sicchè dappoi il duca l'ebbe in maggior credito che gli altri frati.

[362.] De servo arbitrio. Invano gli si nega un insegnamento così repugnante all'intimo senso morale e alla sana ragione. Nelle sue opere dell'edizione di Wittenberg, 1572, tom. VII, fol. 18, si legge: «Un'opera buona, compita il meglio possibile, è un peccato quotidiano davanti la misericordia di Dio, e un peccato mortale davanti la sua stretta giustizia». Nella Cattività di Babilonia: «Ve' quanto un cristiano è ricco! non può perdere la sua salute neppure volendolo. Commetta peccati gravi quanto vuole, finchè non è scredente nessun peccato può dannarlo. Finchè la fede sussiste, gli altri peccati sono cancellati in un istante dalla fede». E nella Libertà Cristiana: «Di qui si vede come il Cristiano è libero in tutto e sovra tutto; giacchè per esser giustificato non ha mestieri di veruna specie di opere, e la fede gli dà tutto a sovrabbondanza. Se alcuno fosse tanto stolto da credere ch'e' può giustificarsi e salvarsi mediante le opere buone, perderebbe subito la fede con tutti i beni che l'accompagnano». Quando nel 1541 a Ratisbona Melantone cercò accordarsi coi Cattolici, dicendo che per la fede che giustifica doveva intendersi una fede operante per la carità, Lutero dichiarò ch'era un misero ripiego, una toppa nuova s'un abito vecchio, che lo straccia di più.

[363.] Esto peccator et pecca fortiter: sed fortius fide et gaude in Christo, qui victor est peccati, mortis et mundi — Peccandum est quamdiu hic sumus — Sufficit quod agnovimus per divitias Dei Agnum qui tollit peccata mundi; ab hoc non avellet nos peccatum, etiamsi millies, millies uno die fornicemur aut occidamus. Lettere di Lutero, raccolte da Giovanni Aurifabro. Jena 1556, Tom. I, pag. 545.

[364.] Sull'uso primitivo della liturgia nelle varie lingue delle provincie convertite, può, senza ricorrere a opere pesanti, consultarsi Martigny, Dict. des Antiquités chrétiennes. Parigi 1865, principalmente all'articolo Langues liturgiques. Sol quando le antiche lingue si mutarono nelle nuove, non parve prudenza il mutar la liturgia. Nulla però vieta di farlo, e, per esempio, ai Cinesi fu conceduto l'uso della lingua loro.

[365.] Panzer, Not. lett. delle Bibbie tedesche anticamente stampate.

[366.] Le legende del reverendo Jacobo da Varagine furono riprovate da Melchior Cano e da Lodovico Vives; ma fin nel secolo XIV eransi riconosciute favolose, e frà Bernardo Guidone domenicano fu spinto dal suo superiore ad opporvi un legendario attinto a migliori fonti. Altri modernamente il difese, mostrando ch'egli non dà per accertato quel ch'è mera tradizione; talvolta ripudia certi fatti; giova poi immensamente come testimonio delle credenze del tempo, e a spiegare passi di poeti e opere d'artisti del medioevo.

Il Malermi nel 1475 volgarizzò il legendario del Varagine, e dice che chiamò a sè «il dilecto Hieronymo clarissimo citadino fiorentino, non meno erudito nelle sacre lettere quanto di virtù adornato, adciochè qui rivedesse e ad arbitrio suo emendasse quello ritroverebbe da essere correcto».

Il Fontanini dimostrò che non esiste una versione della Bibbia del Varagine, vissuto a metà del XIII secolo. Ben si conosce una traduzione dell'Apocalissi, con sposizione continua, fatta in rozzo veneziano da frà Federico de Renoldo, che visse nel 1300, e fu stampata dal Paganini a Venezia nel 1515 col titolo «Apocalypsis J. C. hoc est revelatione fatta a sancto Giohanni Evangelista con nova espositione in lingua volgare composta per el Reverendo Theologo et angelico spirito Frate Federico Veneto ordinis Predicatorum, cum chiara dilucidatione a tutti soi passi».

Aldo Manuzio, nella lettera premessa al salterio greco del 1495 prometteva pubblicare l'intera Bibbia in latino, greco, ebraico, e aver già preparato i caratteri ebraici, de' quali in fatto trovasi un saggio alla biblioteca della Sorbona (vedi Foscarini, Della letteratura veneziana, lib. IV). La Bibbia dei LXX comparve per gli Aldi sotto la direzione di Andrea Asolo nel 1518, e il paragone colla vulgata diede esercizio alla critica.