L'imperatore rispose con supplizj, paragonando ad eretici i fautori del papa, e sè stesso al profeta Elia che purgò Israele dai sacerdoti di Baal; e così sotto pena di morte si dovette riconoscere che solo capo della Chiesa è il capo dello Stato.

Il popolo non aveva mezzo d'esprimere le sue proteste, e i cortigiani, che soli scrissero, ci dicono come fosse lietamente obbedito l'imperatore, rappresentante del Dio vivo; e dalle stesse loro adulazioni traspare come, senza innovar il dogma, Federico II tendesse a render il papa cappellano dell'imperatore. Se fosse riuscito, l'aquila tedesca avrebbe surrogata la croce italiana, e tutta Europa avrebbe presentato il tristo spettacolo che scorgesi a Costantinopoli e a Mosca; la podestà spirituale serva alla temporale; il papa ridotto a registrare i decreti di Cesare; il quale, come il czar o come il sultano, avrebbe avuto impero assoluto sul clero e sui laici. Un papa che obbediva a un imperatore avrebbe cessato d'ispirare fiducia o d'imporre riverenza ai paesi estremi: Toledo e Reims, Cantorbery e Vienna avrebber preso per sè porzione dell'autorità di esso; tutti i patriarchi, tutti i principi ecclesiastici di Germania avrebbero voluto dirsi pari al pontefice; il quale si sarebbe trovato ridotto a null'altro che figurare in qualche cerimonia, e disputare sulla consustanzialità e sul filioque.

Roma lo vide: vide come quest'esempio sarebbe funesto in tutto l'Occidente, e sostenne la lotta dei Lombardi, di Venezia, di Genova contro Federico. Persuaso egli che bisognava colpir la testa, si diresse sopra Roma, ma il popolo la difese, e salvò il poter temporale e con esso l'indipendenza del papa, e respinse Federico anche quando due altre volte vi si accostò.

Vinto sul terreno politico, invase il religioso, cercando sottrarre al papa il governo delle anime; cercò tirar dalla sua i frati mendicanti, carezzando il loro generale frate Elia, ma non riuscì: fomentò gli eretici, sol perchè avversi a Roma, e così propagavasi anche in Italia la negazione. Pure il popolo ascoltava al papa, suo rappresentante; e ai frati e ai preti, immediati suoi consiglieri e amici, e a sant'Ambrogio Sansedone, a santa Rosa da Viterbo, a sant'Antonio da Padova, al beato Giordano Forzaté, ad altri che Federico perseguitava con armi, legulei e carceri. Poi Dio mandò al superbo il flagello dei re, il sospetto; e credendosi tradito da amici e parenti, mandò al supplizio molti e lo stesso Pier dalle Vigne: e benchè fosse un de' più insigni talenti del medioevo, e durasse trentadue anni d'impero, nulla compì di grande, perchè, com'ebbe a dire il contemporaneo san Luigi di Francia, «fe guerra a Dio coi doni suoi»: e al suo sepolcro il popolo guardava tra meraviglia e spavento, riflettendo che sarebbe stato senza pari sulla terra «se avesse amato l'anima sua».

Sulla sua discendenza parve pesare l'anatema, trovandosi a guerra coi popoli e tra loro. Manfredi, bastardo di Federico, usurpato il regno di Sicilia, periva nella battaglia di Benevento; Corradino, ultimo di quel sangue, moriva sul patibolo di Napoli. Il nome di Federico II restò fra gli antesignani della riforma: nel secolo seguente un cronista svizzero ne invocava e prediceva la resurrezione per riformar la Chiesa; i primi apostoli del protestantismo si giovarono degli argomenti di lui e di Pier dalle Vigne. Un riscontro moderno possiamo trovargli in Enrico VIII, che al luogo di Pier dalle Vigne ebbe Tommaso Cromwel, e che, al par di Federigo, proclamava lo scisma da una parte, dall'altra bruciava gli eretici: ma l'opinione al tempo di Federico era volta tutt'altrimenti, e ne vennero infiniti mali al suo secolo e lo sterminio della sua famiglia. Il patetico fine di questa dee compatirsi da tutti, può deplorarsi dagli avvocati della monarchia assoluta e del diritto divino dei re, ma i liberali dovran riconoscere che essa fu osteggiata per la libertà del popolo, per l'indipendenza delle varie nazioni, la quale sarebbe dovuta soccombere a un impero che avesse assorbito anche la potestà spirituale. Che i papi trascendessero lo credette fin il pio re san Luigi, ma furono stromenti della Provvidenza a un grande scopo, il progresso civile, e la costituzione delle nazionalità[70].

Spenta la famiglia di Svevia, al concilio ecumenico IV di Lione (1274) comparve un messo di Rodolfo d'Habsburg, povero conte dell'Argovia che era stato eletto imperatore, e che non avendo puntigli ereditarj, sentiva l'opportunità di terminar questo litigio, ripullulante da 70 anni. Giurò dunque adempier le promesse d'Ottone IV e Federico II; confermava al papa le antiche donazioni del paese da Radicofani a Ceprano, oltre l'Emilia, la Marca d'Ancona, la Pentapoli, l'eredità della contessa Matilde e l'alto dominio sulla Sicilia, la Corsica, la Sardegna, rinunziando alle terre disputate fra l'impero e la Chiesa; non accetterebbe tenute ecclesiastiche nè cariche nello Stato Romano se non assenziente il papa.

La Chiesa assicuravasi dunque l'indipendenza, e sugli imperatori riportava una vittoria ben più vistosa che l'altra volta, ma non più profittevole. Attesochè cessava l'importanza che i papi traevano dall'opporsi al dominio tedesco, e i Guelfi divennero un partito, non propugnatore dell'indipendenza nazionale, ma di certe idee o certe persone, e facilmente stromento de' prepotenti e degli scaltriti. Aggiungi che, nella contesa, le reciproche ragioni si eran portate al tribunale del pubblico, che ormai pretenderebbe giudicarne.

DISCORSO IV.
I PATARINI. GLI ORDINI MENDICANTI. LA SCOLASTICA.

Sebbene i nostri non s'ingolfassero in tante sottigliezze e sofisterie intorno alla divinità, alla natura sua, a' suoi attributi, quanto gli Orientali, più vicini a quell'India dove pajono naturali l'ascetismo, la contemplazione e l'idealità, pure, dall'impero greco, ove sempre vivea, trasmetteasi anche in Italia l'eresia, proveniente dall'antica Gnosi, e a guisa d'un vulcano dava fumo di tratto in tratto, come sentimento però, anzichè come idea pura. Claudio, di nazione spagnuolo, in Francia diresse la scuola istituita poco prima da Carlomagno, e predicava, e commentava le divine scritture, onde Lodovico il Pio lo propose a vescovo di Torino verso l'820. Quivi cominciò dal solito titolo di correggere abusi e superstizioni; e dicendo non dover le immagini usurpare il culto che a Dio solo è dovuto, le toglieva; spezzava le croci; non più feste di santi; non più lampade nelle funzioni, non pellegrinaggi a Roma; dal che passò anche a sostenere errori intorno alla divinità del Verbo. Il popolo suo ed i vicini gliene vollero male; Pasquale I lo disapprovò; molti scrissero sin dalle Gallie e dall'Irlanda, per difendere l'antica consuetudine, distinguendo il culto reso ai santi e agli angeli da quello alla divinità; adunatosi un sinodo, Claudio ricusò intervenirvi, chiamandolo congregationem asinorum. Morì del 830, e quanto riprovata dai Cattolici, tanto la sua memoria fu poi esaltata dai Protestanti, che, per la smania di darsi antenati, pretesero vedervi il fondatore della Chiesa valdese. Dalle confutazioni fattene allora non appare ch'egli negasse la presenza reale, o la transustanziazione, nè alcuno de' sacramenti, nè la primazia de' pontefici, nè asserisse la privata interpretazione delle sacre scritture, che sono i fondamenti del protestantismo.

A mezzo il secolo IX, Pietro vescovo di Padova scoprì nella sua diocesi una setta che ghiribizzava sulla Redenzione, e che solo cinquant'anni dopo fu dissipata dal vescovo Gozzelino. Nel mille, a Ravenna un Vilgardo sosteneva che la verità sta nei detti di Orazio, Virgilio, Giovenale, e si hanno a preferire ai dogmi cattolici[71].