Eriberto da Cantù, operosissimo arcivescovo di Milano dal 1018 al 1045, seppe che alcuni eretici tenevano convegni nel castello di Monforte presso Asti, e citatone uno di nome Gerardo, l'esaminò sulla loro fede. La risposta fu: «Crediamo nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo, che soli hanno la facoltà di sciogliere e legare; e il Padre è l'eterno, in cui e per cui tutte le cose sono; il Figliuolo è lo spirito dell'uomo, cui Dio amò; lo Spirito Santo è l'intelletto delle scienze divine, dal quale tutte le cose sono regolate: non riconosciamo il vescovo di Roma o verun altro, fuori d'un solo che quotidianamente visita i nostri fratelli per tutto il mondo, e gli illumina; e quand'è mandato da Dio, presso lui si trova il perdono dei peccati. Osserviamo la castità, benchè ammogliati; non mangiamo carne; digiuniamo strettamente; leggiamo ogni giorno la Bibbia; molto preghiamo, e i nostri maggiori s'alternano dì e notte nella orazione. I beni teniamo comuni; e il morir ne' tormenti ci è dolce per isfuggire i castighi eterni».

Di quest'eresia conobbe i pericoli l'arcivescovo, tanto che menò contro Asti i suoi vassalli, e presi per forza i miscredenti, nè potendo tutti indurli a ritrattarsi, non potè impedire che la nobiltà milanese li mandasse al fuoco, ch'essi subirono come un martirio. Ciò è riferito da Landolfo Seniore[72], specie di spirito forte, al quale, come dicemmo, non possiamo concedere troppa fede; e certamente è fantasia di lui questo discorso.

Nella lotta fra gl'imperatori e i pontefici, l'opposizione a questi o risolvevasi in eresia, o almeno scassinava l'autorità pontificia. Tra quelle feconde contese ridestosi, il popolo veniva ad accampare gl'interessi e i diritti proprj là dove prima non discuteano che baroni, capitani e re. Allora, nel punto di smarrirsi, vie meglio si pronunzia il carattere di quel medioevo, cui i gran savj credono poter dispensarsi dallo studiare col dichiararnelo immeritevole. E davvero questa nostra età, tutta regia, tutta sistemazione legale, tutta decreti e volontà generale, dove l'inchinarsi agli impiegati disavvezza dall'inchinarsi a Dio, mal può comprendere quella ove dominava la più grande e la più libera varietà; un'aristocrazia affissa a titoli storici, e una democrazia con tutti i problemi e gli sperimenti moderni; insofferente di dipendenza, eppur venerabonda del valore; passioni energiche ad intraprendere con audacia e compire con mezzi violenti, poi tranquillantisi in un convento, fieramente espiando i fieri delitti, o frapponendo un intervallo fra le tempeste della vita e il riposo eterno; un'ignoranza alimentata da spettacoli strani, da credenze bizzarre, eppure avida di sapere, entusiasta per tutto ciò che avesse nome scienza; e che non conoscendo se stessa, e bramando di trovare un'armonia fra le istituzioni sociali, sentiva bisogno di lasciarsi guidare, se non potea farsi illuminare. Quindi affollarsi alle università per udire i gran sapienti; quindi accettare il miracolo come un fenomeno ordinario; rigide pratiche e penitenze esagerate, insieme con licenza gigantesca; pratiche empie e sordide, insieme con affettuose devozioni; mania del nuovo, con attaccamento al vecchio; ingenuità selvaggia di popoli nuovi, con raffinata corruzione di rimbambiti.

Il cristianesimo, dettando precetti morali purissimi in contraddizione all'indole e allo stato di quella società, e con istituzioni robuste ingiungendone l'osservanza, produceva quelle posizioni tanto strane, e que' contrasti tanto drammatici; ordine ed anarchia, santità e scostumatezza, carità e ferocia, nobilissimi concetti attuati selvaggiamente, come nelle crociate; insomma la barbarie temperata dal cristianesimo, e il cristianesimo contaminato dalla barbarie.

La moltitudine vivacchiava senza riflettervi; i più si sgomentavano o sbalordivano, ma altri ragionavano: e troppo scostansi dal vero coloro, i quali figurano che nessun dubbio siasi elevato contro la fede, dal perire del razionalismo antico fin al mostrarsi del moderno. Già nel xiii secolo, parlando di Federico II, trovammo il pensiero incredulo, che ripudia il fondamento stesso dei dogmi, e crede tutte le religioni sieno invenzioni umane, e l'una valga l'altra; donde l'indifferenza e il naturalismo, derivanti dalla scienza araba, ed espressi nel libro dei Tre Impostori.

Pietro Valdo, mercante di Lione, verso il 1180, venduti gli averi suoi, predicò che la Chiesa aveva traviato, e bisognava richiamarla alla semplicità evangelica, sbandendo il lusso del culto, la ricchezza de' preti, la potenza temporale de' papi. I suoi seguaci si dissero Poveri di Lione o Catari, cioè puri, e tanto erano persuasi di tener tutto quanto tiene la Chiesa cattolica[73], e di non uscire dal vero, che chiesero al pontefice la permissione di predicare[74]: ma bentosto negarono l'autorità del papa, e dietro a ciò altri dogmi cardinali, e pretesero libera anche ai laici la predicazione.

Si vorrebbe da loro derivassero i Valdesi[75], sopravissuti fino ad oggi, e dei quali avremo a dir molto in appresso: ma non che i loro laudatori, anche Bossuet vuole distinguerli affatto dai Catari, che inclinavano alle dottrine manichee.

Il problema che tormentò i pensatori d'ogni generazione, cioè «Come mai, sotto un Dio buono, tanti mali?» ne' primi tempi della Chiesa dai Manichei veniva sciolto trivialmente, supponendo due divinità, l'una autrice del bene, l'altra del male[76]. Vinti sin dai tempi di sant'Agostino, sopravvissero in Oriente, donde si propagarono all'Europa. Mescolandosi ai dogmi le leggende, favoleggiavasi esser Dio e il demonio coeterni, ed eguali in potenza. A Dio toccarono il cielo e gli angeli: al demonio la terra e le femmine. Attorno al muro, di cui Dio avea cinta la sua creazione, ronzava invidioso il demonio, e dopo centinaja di secoli accortosi d'una screpolatura in quello, mise per essa il capo, e lusingò gli angeli ad affacciarvisi, ed osservare le bellezze delle donne. Ottenne l'intento, e a frotte gli angeli ne sbucarono, e dai loro abbracciamenti vennero gli uomini, mescolanza di bene divino e di male diabolico. Iddio sdegnato sentenziò che nessuno più di quegli angeli penetrerebbe nella cerchia celeste, ma vagherebbero sulla terra, abitando corpi d'uomini e di bruti, fin al giorno del giudizio. Se non che anime elette scopersero certe formole di preghiere, certi atti, per cui le anime ottenevano di recuperare il paradiso: formole e atti custoditi appunto dalla setta de' Catari.

Queste credenze vissero sempre in segreto, e massime nella Tracia e nella Bulgaria. Di là, di tempo in tempo inviavansi missionarj di qua dell'Alpi, i quali vivamente ritraevano la purezza della Chiesa orientale, derivante (diceano) senza interruzione dagli apostoli; e recavano libri apocrifi e fantastici, profezie e vangeli, riferendosi a un pontefice supremo, successore di quello che san Paolo aveva istituito in queste contrade; santo come tutti i suoi, aborrente dalle sensualità, dalle ricchezze, dalle cure mondane.

E appunto dalla Bulgaria un tal Marco venne come vescovo a presedere alla Chiesa di Lombardia, della Marca e di Toscana. Ma un altro papa sopraggiunto, di nome Niceta, riprovò l'ordine della Bulgaria, e Marco ricevette quello della Drungaria, cioè di Traù in Croazia[77]. A Milano distingueano i Catari vecchi, venuti di Dalmazia, Croazia e Bulgaria, cresciuti singolarmente quando il Barbarossa li favoriva per far dispetto a papa Alessandro; e i nuovi, usciti circa il 1176 di Francia, che potrebbero essere gli Albigesi.