Perocchè nella Linguadoca, fra il Rodano, la Garonna e il Mediterraneo, ove le città aveano conservato gli avanzi delle istituzioni romane, opportune a nuovi incrementi della civiltà, s'erano svolti e grazia d'immaginazione e gusto delle arti e dei piaceri dilicati: ivi s'intesero i primi versi nelle lingue nuove, cantati sulla mandòla dell'elegante trobadore, che errava pei castelli celebrando l'amore e le prodezze, o satireggiando magnati e preti. Insieme eransi propagati alcuni errori, e perchè nella città di Alby, primamente furono tolti a condannare, quegli eretici vennero intitolati Albigesi. Pare tenessero alle opinioni manichee, ma impugnata l'autorità per appellarsi alla ragione individuale, doveano necessariamente variare in infinito: e frà Stefano di Bellavilla racconta, che sette vescovi si adunarono in una cattedrale di Lombardia, per accordarsi sugli articoli di loro fede; ma non che riuscire, si separarono scomunicandosi reciprocamente. Un libro depositario di loro credenze non ebbero: in coloro che li confutano e negli storici che raccolsero dal vulgo, li troviamo imputati di colpe le più contraddittorie; or proclamando creatore Iddio, ora il demonio; ora facendo Iddio materiale, ora riducendo Cristo stesso a null'altro che ombra; chi fa ammettere alla salute tutti i mortali, chi escludere le donne dall'eterna felicità; chi semplificare il culto, chi ordinare cento genuflessioni il giorno; chi licenziare alle voluttà più grossolane, chi riprovare persino il matrimonio[78].
Quanto alla Lombardia, tre sètte primeggiavano: Catari, Concorezj, Bagnolesi. I Catari (si dicevano anche Albanesi, vulgare corruzione probabilmente di Albigesi) venivano suddivisi in due parzialità; alla prima era vescovo Balansinanza veronese, all'altra Giovanni di Lugio bergamasco. I primi dicevano eterno il mondo; i patriarchi ministri del demonio; un angelo aver portato il corpo di Gesù Cristo nell'utero di Maria, senza che ella v'avesse parte; solo in apparenza egli esser nato, vissuto, morto, risorto. Gli altri tenevano che le creature fossero state formate quali dal buono, quali dal tristo principio, ma ab eterno; la creazione, la redenzione, i miracoli erano accaduti in un mondo diverso dal nostro; Dio non essere onnipotente, perchè nelle opere sue può venir contrariato dal principio a sè opposto; Cristo aver potuto peccare.
I Concorezj ammetteano Iddio aver creato gli angeli e gli elementi; ma l'angelo ribellato e divenuto demonio, formò l'uomo e quest'universo visibile; Cristo fu di natura angelica.
I Bagnolesi facevano le anime create da Dio prima del mondo, e allora avessero peccato; la beata Vergine esser un angelo; e Cristo avere bensì assunto corpo umano per patire, ma non glorificatolo, anzi depostolo all'ascensione. A tutti costoro opponevasi la sètta de' Passaggini o Circoncisi, e poichè i Catari repudiavano il vecchio Testamento, essi pretendeano avessero validità fin le leggi penali di Mosè: poichè quelli supponeano che Cristo si fosse incarnato solo in apparenza (docetismo), essi lo riduceano ad uomo, siccome gli antichi Ario ed Ebione.
Frà Ranerio Saccone, che, dopo essere stato diciasette anni coi Catari, li confutò e perseguitò, sicchè poteva averne buona conoscenza[79] li distingue affatto dai Valdesi, padri degli Albigesi. Sedici loro chiese annovera, delle quali sei in Lombardia; degli Albanesi, che stanno principalmente a Verona, e sono cinquecento; de' Concorezj, che fra tutta Lombardia sommeranno a un migliajo e mezzo; de' Bagnolesi, non più di ducento, sparsi a Mantova, a Milano, nella Romagnola; cento nella chiesa della Marca; aggiungansi altrettanti in quelle di Toscana e di Spoleto; un cencinquanta della chiesa di Francia, dimorano a Verona e per la Lombardia; ducento delle chiese di Tolosa, di Alby, di Carcassona; cinquanta di quelle di Latini e Greci a Costantinopoli; e cinquecento delle altre di Schiavonia, Romania, Filadelfia, Bulgaria. Questi quattromila (avverte l'autore) sono da intendere per uomini perfetti; giacchè di credenti ve n'ha senza numero.
Patarini furono detti da pati, perchè ostentavano penitenza; o dal pater, che era la loro preghiera[80], ed infiniti nomi indicavano le varie sètte, de' Gazari, Arnaldisti, Giuseppini, Insavattati, Leonisti, Bulgari[81], Circoncisi, Publicani, Comisti[82], Credenti di Milano, di Bagnolo, di Concorezzo, Vanni, Fursci, Romulari, Carantani, e non so che altri.
Fra tante varietà come orientarsi? Sembra avessero comune la credenza nei due principj[83], ed al malvagio essere dovuto il mondo e il vecchio Testamento. Appoggiati all'Obedire oportet magis Deo quam hominibus, si emancipavano d'ogni autorità terrena; non papa, non vescovi, non canoni o decretali, non dominio dei preti; i magistrati non possono imporre il giuramento nè alcuna punizione corporale; la Chiesa romana è una congrega di malignanti; non si dà risurrezione della carne; è ridevole la distinzione de' peccati in veniali e mortali; sono prestigi del diavolo i miracoli; non devesi adorare la croce, simbolo d'obbrobrio. Repudiavano l'estrema unzione, il purgatorio, e di conseguenza i suffragi pei morti, l'intercessione dei santi e l'Ave Maria: il battesimo conferito agli infanti non vale; i sacramenti non sono istituiti da Cristo, ma inventati dall'uomo; la loro validità dipende dal merito dell'operante, e possono essere amministrati anche da laici. Pel matrimonio basta il consenso de' contraenti, senza uopo di benedizione, e il Saccone dice condannavano chi ne usasse per altro fine che per aver figliuoli; il che è conforme alla superbia del mostrarsi superiori all'umana debolezza, alla quale risponde l'altro fine di calmare la concupiscenza.
Del sacramento dell'Ordine teneva luogo l'elezione dei loro gerarchi, che erano disposti in quattro gradi; il vescovo, il figliuolo maggiore, il figliuolo minore e il diacono. Al vescovo spettava l'imporre le mani, frangere il pane, dir l'orazione: mancando lui, suppliva il figliuolo maggiore, se no il minore o il diacono: e in difetto, un semplice credente e fin anche una catara. I due figliuoli coadjuvavano al vescovo, visitavano i fedeli. In ogni città aveasi un diacono per ascoltare i peccati leggeri una volta al mese; il che dai Lombardi (i quali appare da ciò ritenessero la distinzione dei peccati veniali) dicevasi caregare servitium. Il vescovo, avanti morire, inaugurava a succedergli il figliuolo maggiore, imponendogli le mani.
Quotidianamente, allorchè sedevano a mangiar di brigata, il maggiore fra i convitati sorgeva, e recatosi in mano il pane e il calice, proferiva: Gratia Domini nostri Jesu Christi sit semper cum omnibus vobis; spezzava quel pane, lo distribuiva, e quest'era la loro eucaristia. Il giorno della cena del Signore imbandivano più solennemente; e il ministro, postosi ad un tavoliere, su cui erano una coppa di vino ed una focaccia d'azimo, diceva: «Preghiamo Dio ci perdoni i peccati per sua misericordia, ed esaudisca le nostre petizioni; e recitiamo sette volte il Pater noster a onore di Dio e della santissima Trinità». Tutti s'inginocchiano; orato, sorgono; esso benedice il pane e il vino, frange quello, dà mangiare e bere, e così è compiuto il sacrifizio. Di presenza reale o transustanziazione, non parola.
Al confessore non rendevano minuto conto della loro coscienza, ma uno recitava a nome di tutti la formola: «Confessiamo innanzi a Dio ed a voi, che molto peccammo in opere, in parole, colla vista, col pensiero, ecc.». In casi più solenni il peccatore, presentandosi al cospetto di molti col vangelo sul petto, proferiva: «Eccomi avanti a Dio ed a voi, per confessarmi e chiamarmi in colpa de' peccati che ho fin ora commessi, e ricevere da voi la perdonanza». Era assolto col posargli il vangelo sopra il capo. Se un credente ricadesse, doveva confessarsene, e ricevere di nuovo l'imposizione delle mani in privato. I peccati leggeri confessavansi ogni mese, e si espiavano con astinenze.