De' processi allora eretti, alcuna cosa fu pubblicata dal Lami, e parte si conserva nell'archivio di Stato fra le carte di Santa Maria Novella, e di là traemmo le notizie che precedono[122]. Le deposizioni sono la maggior parte di donne, e principalmente di Lamandina Pulce, avversa agli eretici quanto v'erano propense le sue consanguinee. Non appare vi si usasse tortura, e quando l'esortazione uscisse inutile, i rei venivano abbandonati al braccio secolare.

Il papa, che aveva confortato la Signoria a conservar forza alle leggi, per appoggio inviò frà Pietro da Verona. Questi era nato da genitori patarini, e resosi domenicano, spiegò zelo straordinario contro gli eretici in Lombardia. Di là trasferitosi a Firenze nel 1244, predicava nella piazza di Santa Maria Novella, la quale trovandosi angusta alla folla accorrente per udirlo, ad istanza di lui fu fatta ampliare dalla Signoria. Istituì egli la società de' Laudesi, che cantava Maria e il Sacramento, quasi a sconto degli oltraggi dei Patarini.

Ma questi, non che rimanessero allibiti, opponevano la forza; lo perchè Pietro sistemò alquanti nobili, che volonterosi si esibivano per guardia al convento dei Domenicani, ed altri che eseguissero i decreti di questi: donde originò la «sacra milizia dei capitani di Santa Maria».

Sulla facciata dell'uffizio del Bigallo, rimpetto a San Giovanni, due sbiaditi affreschi di Taddeo Gaddi figurano il miracolo di quando un cavallo infuriato si lanciò contro le turbe che ascoltavano la predica, ma passò sovra le loro teste senza nuocere ad alcuno; ed esso Pietro, quando a dodici nobili fiorentini consegna lo stendardo bianco colla croce rossa per tutela della fede: il quale stendardo conservasi in Santa Maria Novella, e si spiega nel giorno di quel santo.

Crebbero allora processi ed esecuzioni, e varie donne di Poppi furono messe a morte. Frà Ruggero citò al suo tribunale i Baroni, i quali, dichiarando quelle esecuzioni inumane ed illegali, s'appellarono all'impero: e il podestà Pace da Pesannola, bergamasco, li tolse in tutela, protestando contro le sentenze, e intimando si rilasciassero i detenuti. Perciò dagli inquisitori fu messo con solennità all'interdetto, onde ne nacque parte e tumulto: una domenica nel 1245, mentre i fedeli ascoltavano la predica nella cattedrale, gli eretici gli assalgono e feriscono: Pietro si pone alla testa de' suoi; sono di sangue contaminate piazza Santa Felicita e il Trebbio, finchè i Cattolici riescono superiori. La croce del Trebbio rammenta anche oggi quel macello; e vuolsi che allora cominciasse l'uso di porre croci e madonne sui crocicchi, onde tosto vedere chi le dileggiasse o riverisse.

Segnalato per tanto zelo, Pietro muove a farne prova sui Cremonesi e sui Milanesi, i quali, esacerbati dalle battaglie mal riuscite contro Federico II, bestemmiavano il Cielo, insultavano ai riti, e sospendevano capovolti i crocifissi. Cominciò egli le processure; e predicando a Milano sulla piazza di Sant'Eustorgio diceva: «So che gli eretici hanno tramato la mia morte; che è già depositata la somma onde retribuire il sicario. Sia quel che vogliono, s'accorgeranno ch'io farò contro loro dopo morte più che non facessi da vivo». In fatto Stefano de' Confalonieri di Agliate e Manfredi da Olirone congiurarono, e lo fecero uccidere mentre il sabato in albis passava da Milano a Como. Egli trafitto intrise il dito nel proprio sangue, scrisse per terra credo, e spirò[123]. Subito venerato col nome di Pietro Martire, ebbe un tempio sul luogo dove cadde, e in Sant'Eustorgio a Milano una magnifica arca, ch'è uno dei primi monumenti della scultura, con epitafio scritto da san Tommaso:

Præco, lucerna, pugil Christi, populi, fideique

Hic silet, hic tegitur, jacet hic mactatus inique

Vox ovibus dulcis, gratissima lux animorum,

Et verbi gladius, gladio cecidit Catharorum, etc.