Conosciamo maestro Francesco da Pistoja, arso a Venezia il 1337 come uno de' Fraticelli più insolenti: frà Lorenzo Gherardi, Bartolomeo Greco, Bartolomeo da Buggiano, Antonio d'Acquacanina ed altri mandati al supplizio. Frà Michele della Marca, che predicava a Firenze la quaresima del 1389 accusato e processato, fu ucciso, e n'abbiamo una vita scritta da un suo compagno, tutta ira contro i persecutori e ammirazione al santo[141]. «Mentre che stette in prigione, tutto il suo studio era o in confortare il compagno, o in leggere in un breviario d'un prete, ch'era in quella prigione, o in istarsi in orazione. E diceva: «Io ho udito dire a li poveri, che molto è grande rischio d'apostasia, quand'altri è in prigione, il troppo dormire, o vero dilettarsi in pigliare del cibo corporale, o veramente l'oziositade». E così non si curava di niuna sua fatica corporale, pensando pure ne l'onore di Dio spendere il suo tempo».
Consegnatone il processo ai Signori, il frate raffermò le deposizioni alla stanga: «che Cristo, in quanto uomo viatore e mortale, via di perfezione mostrando, non era stato re temporale per ragione civile e mondana: e che esso Cristo e gli apostoli suoi, stando nello stato di perfezione, non poterono avere niuna cosa per ragione civile e mondana: e delle cose avute non ebbero se non il semplice uso del fatto, senza niuna ragione civile e mondana: e che papa Giovanni XXII era eretico perchè diceva il contrario». Rimesso in carcere, gli si diede penna e calamajo, e fra tre giorni potesse scrivere quel che voleva, e se si ritrattasse sarebbegli perdonato, se no si consegnerebbe alla Signoria secolare. Continuaronsi e variaronsi un pezzo le pratiche per farlo ricredere; confessava essere peccatore sì, ma cattolico, eretico no: eretico invece dichiarava il papa e l'arcivescovo, dal quale fu sconsacrato, poi consegnato al capitano, dov'ebbe molte ingiurie perchè non credeva al papa, ed egli dovea soffrire «le bestianze del popolo, il quale, sotto atto di grandissima compassione, tormentava l'anima del santo il dì e la notte». Fino agli ultimi istanti gli si continuarono esortazioni, ed egli persisteva a dire che Cristo non possedette nulla: che Giovanni XXII fu eretico perchè lo negava: eretici i suoi successori che nol riprovarono, e nulli i loro atti, non quanto a giurisdizione, ma quanto a sacramenti. Mentre era tratto al supplizio a tutti rincrescendone, «diceangli: Deh non voler morire. Ed esso rispondeva: Io voglio morire per Cristo. E dicendogli: O tu non muori per Cristo, esso diceva: Per la verità. E alcuno gli dicea, Tu non credi in Dio, ed esso rispondeva, Io credo in Dio e nella vergine Maria e nella santa Chiesa.... E ai fondamenti di santa Reparata dicendogli alcuno, Sciocco che tu sei! credi nel papa, que' disse alzando il capo: Questi vostri paperi v'hanno ben conci.... E giungendo in Mercato Nuovo, essendogli detto Pèntiti, pèntiti, e' rispondeva Pentitevi di peccati, pentitevi dell'usure, delle false mercatanzie».
«E alla piazza del Grano, uno cominciò a dire: Voce di popolo voce di Dio, ed e' disse: La voce del popolo fece crocifiggere Cristo, fe morire san Pietro. E qui gli fu data molta briga, e dicevano, Egli ha il diavolo addosso.... Ed essendovi alcuni de' fedeli che riprendeano coloro che diceano che negasse, alcun birro e altra gente si cominciò avvedere del fatto, dicendo: Questi sono de' suoi discepoli: onde un poco se ne scostò alcuno.»
Abbreviammo assai questa turpe scena di un popolo che insulta al suppliziato; pure la riferimmo qual anticipazione di quella del Savonarola. Già chiuso nel cappannuccio, si cercava svolgerlo col fingere di mettere fuoco, col mostrare un giovane de' priori, venuto per rimenarlo salvo se si convertisse; ed egli durò: e bruciò; e chi dicea Egli è martire, chi Egli è santo, chi il contrario: e n'è stato maggiore rumore in Firenze che fosse mai.
Gli inquisitori dovettero pure fare disepellire le ossa d'Ermanno da Ferrara, e abbattere un altare erettogli, e così d'una inglese, che spacciavasi lo spirito santo incarnato per redimere il sesso femminile.
Domenico Savi di Ascoli, uomo di gran pietà, in patria eresse un ospedale e un oratorio sul monte Pelesio, dove vivea modestissimo con alquanti begardi e beghine, ma inebbriatosi di confidenza in sè, asserì molti degli errori correnti; non esservi colpa nella lussuria; i bambini anche senza battesimo salvarsi per la fede de' parenti; la flagellazione in pubblico a corpo nudo valere meglio che la confessione. Condannato dapprima, si ravvide, poi ricaduto fu dato al supplizio in Ascoli nel 1344.
Il Garampi, nelle Memorie ecclesiastiche, dice trovarsi a Bologna un processo fatto dall'inquisizione di Napoli il 1362 contro Lodovico di Durazzo, frà Pietro da Novara, frà Bernardo di Sicilia, frà Tommaso vescovo d'Aquino, Francesco Marchesino arcidiacono di Salerno poi vescovo di Trivento, donde appajono tre maniere di Fraticelli, cioè frati della povera vita, frati del ministro, frati di frate Angelo.
Nel 1421 altri ne comparvero, detti Fraticelli dell'Opinione perchè opinavano che Giovanni XXII fosse punito da Dio per le sue costituzioni sulla povertà di Cristo e degli apostoli, e Martino V deputò due cardinali a ricercarli e punirli, massime a Fabriano. Nel 1466 Paolo II li vedeva ripullulare nel Piceno e in Poli presso Tivoli nella Sabina, esecrando il papa romano, dichiarando non essere vero vicario di Cristo se non chi ne imita la povertà. Il pontefice, (adopriamo le insulse parole del Bernino) «convinseli maravigliosamente bene tutti, non a forza di dispute ma a forza di battiture, e fattine legare quattordici da' sbirri, li fece poi esporre sopra un alto palco nella sommità di quella parte di Ara Cœli che volge verso il Campidoglio, con una mitera di cartone in capo per uno, all'improperio delle genti e alle fischiate del popolo. Dopo le quali, confessato il loro inganno avanti il pontificio vicario di Roma, che colà comparve con cinque vescovi a riceverne l'abjura, furono essi assoluti, e per marco di professata penitenza vestiti con una lunga veste di lana con croce bianca al petto e alla schiena, dinotante il loro ravvedimento ed eresia[142]».
D'altri eretici troviamo menzione in quei tempi. Nicola V ordina all'arcivescovo di Milano, che vegli con maggiore attenzione sull'eretico Amedeo recidivo, che di false bolle si prevaleva onde accreditare alcune sue eresie[143]. Calisto VII udiva che nelle città e diocesi di Bergamo e Brescia laici ed ecclesiastici spacciavano errori intorno a Gesù Cristo, alla sua madre, alla Chiesa militante, molti traendo a perdizione: e raccomanda d'insistere per isvellerli di là come dal Veronese, Cremasco, Piacentino, Lodigiano, Cremonese[144].
Andrea Papadopulo Vretò pubblicò ad Atene nel 1864 un Catalogo de' libri stampati in greco moderno o in greco antico da Greci, dalla caduta dell'impero bisantino sino alla fondazione del regno ellenico. Ivi è nominato Barlaam da Seminara, cioè uno de' Greci della Calabria, che verso la metà del xiv secolo scrisse, fra altre cose, un libro contro il primato e il temporale del papa e il purgatorio; pel quale perseguitato, dovè fuggire a Costantinopoli. Il raccoglitore dice che questo libro fu stampato la prima volta in Olanda, e divenne quasi irreperibile: ma egli avutone un esemplare, l'applicò alla biblioteca d'Atene.