Questo libro non ci riuscì di vedere, onde nulla possiam dire nè della sua autenticità nè del suo contenuto.

DISCORSO VII.
CROLLO ALL'ONNIPOTENZA PONTIFICIA. BONIFAZIO VIII E DANTE. CECCO D'ASCOLI.

Quanto narrammo ci dà la ragione delle tante declamazioni che si fecero contro Bonifazio VIII, e che la posterità raccolse alla cieca, e ripete oggi ancora, malgrado un potente e sincero apologista[145]. Questo pontefice assistette al crollo che al potere papale diede la prevalenza dei re, non più solo per cessare la primazia che quello avea pretesa sopra tutti i dominanti della terra, ma per restringerlo ne' singoli paesi coll'astuzia, scassinando la base prima dell'autorità, il rispetto.

La Chiesa ebbe un essere assoluto ed immutabile, come la fede su cui era fondata; ma come unione visibile de' fedeli, era retta da un potere visibile, il quale, concernendo la formale esistenza di essa, non poteva essere che potenziale e progressivo. La predicazione e la fede furono sempre quali sempre saranno: la podestà ne variò insieme colla società dei fedeli, pur sempre attenendosi al cardine della fede, e mercè la visibilità della Chiesa. Il potere di chi governa una società si esercita a misura di ciò che tende a distruggerla: crescendo gli attacchi devono crescere le leggi e le pratiche riparatrici. Nessuno attentando al patrimonio della Chiesa primitiva, nessuna legge occorreva per proteggerlo: il che non vuol dire che in san Pietro non esistesse la facoltà di farla, nè che trascendessero i suoi successori col farne. Dicasi altrettanto delle leggi e altri mezzi temporali, coi quali via via la Santa Sede dovette tutelarsi, e che variò a misura de' bisogni, fino a restringersi nella monarchia.

Forse che questa era dell'essenza sua? No, nè mai i romanisti lo asserirono: ma lo svolgimento della società la portava; come l'ignoranza comune e la comune barbarie portarono i pontefici a capo del civile organamento, per la gran legge che attribuisce il governo ai migliori. Qual vantaggio non fu quello di erigere, in mezzo alle potenze armate, una che potesse obbligare senz'armi ad osservare la giustizia, rispettare il matrimonio, mantenere i patti conchiusi coi popoli! Ciò faceasi senz'armi, quasi senza possessi, perchè si credeva, e la coscienza reggeva il mondo; mentre nell'età moderna, ridotta ogni cosa alla materialità degli Stati forti, della coscrizione, dei tributi, l'autorità pontifizia fu pur essa ridotta a ricoverare la sua indipendenza dietro a un trono materiale, ad un esercito, al riconoscimento degli altri Stati. Deporre i re perfidianti, sciogliere i popoli dalla fedeltà verso il principe infedele, erano la vera e solida costituzione d'allora; diritti che oggi si trasferirono alle società segrete e alla ribellione[146]. Se queste non ne abusarono, imputino la Corte pontificia d'averne abusato. Certo è bene che coll'eccesso spuntò ella medesima le sue armi. Gli avversarj ben s'avvidero che il mezzo di scassinare quell'autorità morale era lo scemarle il rispetto, e a ciò contribuirono grandemente i Fraticelli, persone popolarissime, diffuse tra la plebe, in grand'aspetto di moralità, di povertà, di mortificazioni, e che poteano ripetere: «Ecco come ci maledice una Corte ricca, disonesta, gaudente».

Bonifazio VIII comparve al tempo che la società del medioevo, la quale della fanciullezza serbava tuttavia le ingenuità, veniva tratta nella malizia, non ancora dalla dottrina e dal ragionamento, ma dai principi, che le insegnavano a ricalcitrare contro quella tutela. Vedemmo come i Federichi avessero tentato surrogare la loro alla primazia pontifizia: quel tentativo spiacque ai re, che non voleano cambiar padrone, e perciò fallì. Or ecco i re farsi innanzi a voler rendersi indipendenti dal papa non men che dall'imperatore. Gli ajutò il disordine del grande interregno, succeduto alla deplorata fine degli Hohenstauffen.

Per resistere a questi, i papi aveano dovuto appoggiarsi al perpetuo antagonismo della Francia colla Germania; ma la Francia ne divenne incomoda patrona, e i suoi re, dacchè sentironsi ingagliarditi, rinegarono l'antica devozione per cui erano stati intitolati cristianissimi, e massime dacchè quella corona venne a Filippo il Bello, arguto in tutti i cavilli, a cui sa ricorrere chi vuol riuscire senza esser rattenuto da moralità.

Lo ajutava la posizione del pontefice, piccolo principe in mezzo a baroni ed a Comuni, che o colle prepotenze o coi privilegi impacciavano l'esercizio della sua sovranità; e che trovavasi in contrasto con Carlo di Napoli, il quale chiamato a salvar Roma e l'Italia dalla tirannide degli Hohenstauffen, presto da vassallo era divenuto tiranno della Santa Sede; sicchè, fra le petulanze aristocratiche dei dinasti, e la democratica della plebe, era impacciato nella sua podestà, e i conclavi stessi riuscivano tumultuosi. La Chiesa, che, nel conferimento delle dignità, ripudiò sempre ogni riguardo a distinzione di natali, attenendosi unicamente ai meriti personali, gemeva di vedere il cardinalato e le nunziature affidarsi a taluni, cui unico titolo era l'essere degli Orsini o dei Colonna o dei Savelli; case prevalenti in Roma per armi e per clientele. Esse, con emulazioni prorompenti spesso in guerra civile e in criminosi attentati, s'insinuavano nel concistoro e nel conclave: trescavano a voglia anche nel santuario, e prepotevano nelle cose ecclesiastiche, con tirannide peggiore di quella degli imperatori del secolo precedente, perchè più immediata, e toglievano al pontificato e al sacerdozio quella dignità che traggono dal rimanere superiori alle mondane rivolture.

Dopo un di questi tempestosi conclavi fu eletto pontefice uno, cui la rigida austerità rendea somigliante ai Fraticelli, Pietro Morone che, sulla Majella, alto monte presso Sulmona, erasi proposto d'imitare i solitarj della Tebaide; e che inventò un nuovo Ordine, detto de' Celestini quando, col nome di Celestino V, egli fu portato papa. Ignaro delle rinvolture di questa sciagurata prole d'Adamo, Celestino lasciava deperire il papato fra gl'intrugli de' suoi e le prepotenze degli avversarj, onde egli stesso abdicò, e gli fu surrogato Bonifazio VIII (1294). N'ebbero gran dispiacere quelli che della santa debolezza di Celestino traevano profitto, e non solo dichiararono illegittima l'abdicazione sua e quindi l'elezione di Bonifazio, ma procurarono indur Celestino a tornare sul soglio, e alzare tiara contro tiara. Fu dunque forza circondarlo di cautele e rigori; ed allora eccolo dichiarato martire, e persecutore questo Bonifazio VIII, già tiranno de' poveri Fraticelli.

Bonifazio, de' Cajetani d'Anagno, da' suoi studj e dalla sua devozione avea dedotto un elevato concetto dell'autorità pontifizia e della santità del ministero. A tacere tante istituzioni che non si rannodano al nostro tema, ordinò si celebrasse con rito più solenne la festa de' quattro massimi dottori della Chiesa, Gregorio, Ambrogio, Agostino, Gerolamo, «perocchè i lucidissimi salutari insegnamenti loro illustrarono la Chiesa, la decorarono di virtù, l'educarono ne' costumi; quai splendidi lumi sui candelabri nella Casa di Dio, dissiparono le tenebre degli errori; la loro faconda favella, ispirata dalla grazia celeste, schiude gli enimmi della Scrittura, scioglie i nodi, illumina le oscurità, chiarisce i dubbj; e dai profondi e belli loro sermoni il vasto edifizio della Chiesa sfavilla di gemme primaverili, e dell'eleganza delle parole più gloriosa risplende»[147].