«Se tu vai a questi prelati cerimoniosi, essi hanno le migliori paroline che tu udissi mai; se ti conduoli con essoloro dello stato della Chiesa presente, subito e' dicono: Padre, voi dite il vero, non si può più vivere se Dio non ci ripara. Ma dentro poi hanno la malizia, e dicono: Facciamo le feste e le solennità di Dio feste e solennità del diavolo, introduciamo queste coll'autorità nostra, col nostro esempio, acciocchè cessino e manchino le feste di Dio, e sieno onorate le feste del diavolo. E dicono l'uno all'altro: Che credi tu di questa nostra fede? Che opinione n'hai tu? Risponde quell'altro: Tu mi sembri un pazzo; è un sogno, è cosa da femminucce e da frati. Hai tu mai visto miracoli? Questi frati tutto il dì minacciano, e dicono, e' verrà, e' sarà; e tutto il dì ci tolgono il capo con questo loro profetizzare. Vedi che non sono venute le cose che predisse colui. Dio non manda più profeti, e non parla con gli uomini; s'è dimenticato de' fatti nostri, e però gli è meglio che la vada così, e che governiamo la Chiesa come abbiamo cominciato. Che fai tu dunque, Signore? Perchè dormi tu? Levati su, vieni a liberare la Chiesa tua dalle mani dei diavoli, dalle mani de' tiranni, dalle mani de' cattivi prelati; non vedi tu che la è piena d'animali, piena di leoni, orsi e lupi, che l'hanno tutta guasta? Non vedi tu la nostra tribolazione? Ti se' dimenticato della tua Chiesa, non l'hai tu cara? ell'è pure la sposa tua! non la conosci tu? È quella medesima, per la quale discendesti nel ventre di Maria; per la quale patisti tanti obbrobrj; per la quale volesti versare il sangue in croce. Vieni, e punisci questi cattivi, confondili, umiliali, acciocchè noi più quietamente ti possiamo servire»[269].

Nè già disapprovava egli i possessi temporali degli ecclesiastici, ma il tristo uso che faceano delle ricchezze[270]; e violento diveniva quando toccasse i vizj di Roma, sicchè per verità poco divario corre fra quel suo linguaggio e quel di Lutero; anzi, alcuni di coloro che guastano il bene coll'esagerarlo, coniarono allora medaglie, ove a Roma vedeasi soprastare una mano col pugnale e la legenda Gladius Domini super terram cito et velociter[271].

Intanto coi libri de' letterati e colle corrispondenze dei mercanti di Firenze divulgavasi il nome del Savonarola; «perfino d'Alemagna (diceva esso) ci vengono lettere dei seguaci che va acquistando la nuova dottrina». Riconosceva dunque egli stesso una nuova dottrina, la quale porse titolo d'accusarlo al pontefice, ch'era Alessandro VI. Questi, pauroso d'uno scisma, più volte l'ammonì, poi gli attaccò processo d'eresia, e gli interdisse di predicare. Il Savonarola non pensava staccarsi dalla Chiesa, e scrisse al papa: «La Santità Vostra si degni indicarmi quale tra le cose che dissi e scrissi io deva ritrattare, e subitissimo il farò». Non impugnava dunque l'autorità delle somme chiavi, ma poichè allora le teneva un pontefice, che coi costumi proprj e de' suoi deturpava una cattedra, onorata da tanti sapienti e tanti virtuosi, il Savonarola sostenne fosse stato eletto iniquamente, e braveggiò la scomunica, dicendo, che se ingiusta non obbliga[272], che il papa potè essersi ingannato.

Scrisse ai principi, testificando «in verbo Domini, che questo Alessandro non è papa, nè può esser ritenuto tale; imperciocchè, lasciando da parte il suo scelleratissimo peccato della simonia, con cui ha comperato la sedia papale, ed ogni dì a chi più ne ha vende i benefizj ecclesiastici, e lasciando gli altri suoi manifesti vizj, io affermo ch'egli non è cristiano, e non crede esservi alcun Dio», ed esortava i principi a raccoglier il concilio in luogo atto e libero, dov'egli tutto ciò proverebbe.

Alessandro VI volle ancora scorgervi piuttosto trascendenza di zelo che vera malizia: e per lasciargli aperta la via al pentimento, non lo dichiarò eretico, bensì sospetto d'eresia, e cercò che la Signoria lo inducesse a chiedere l'assoluzione, la quale esso non gli negherebbe, come in appresso gli renderebbe anche il predicare[273].

Ma frà Girolamo, fin nell'ultimo suo discorso esclamava: «Bisogna rivolgersi a Cristo che è la causa prima, e dire: Tu sei il mio confessore, vescovo e papa: provvedi tu alla Chiesa che rovina. — O frate, tu debiliti la podestà ecclesiastica. — Questo non è vero: io mi sono sempre sottoposto e mi sottopongo anche ora alla correzione della romana Chiesa: non la debilito punto, anzi l'aumento. Ma io non voglio stare sotto la potestà infernale; ed ogni potestà che va contro al bene non è da Dio, ma dal diavolo».

E spesso ripeteva che un giorno darebbe volta alla chiavetta, e griderebbe, Lazare, veni foras; accennando al concilio, a cui s'appellava, e che non da lui solo, ma da molti era considerato come unico rimedio ai disordini della Chiesa. E questo chiedere la riforma per mezzo del concilio era tanto più comune dacchè in quel di Costanza erasi stabilito di radunar la Chiesa ogni dieci anni. Nel processo del Savonarola v'è l'esamina di un Giovanni Combi, che dice: «Sono giorni circa quaranta, che, trovandomi a casa ozioso, mi venne in animo di mandar allo imperatore il libro del Trionfo della fede fatto da frà Girolamo, avendo inteso ch'era bello libro, e mandavalo allo imperatore come a uomo dotto e che si diletta di cose simili. E così feci una lettera a S. M. nella quale narravo come il detto frà Girolamo era gran profeta, e prediceva cose future, massime la conversione de' Turchi, la ruina d'Italia e la renovazione della Chiesa. E che non era dubbio la Chiesa stava male, come S. M. può ben sapere, e che a S. M. prefata s'apparterrebbe remediare, come si faceva pei tempi passati, per mezzo de' concilj. Di poi andai con tal mia lettera a San Marco, non per trovare frà Girolamo, ma per fare scrivere tal mia lettera in latino: e trovati frà Silvestro e Girolamo Benivieni, la lessi loro. Di poi la lasciai a Girolamo Benivieni perchè la facesse latina; e lui così mi promise di fare. Di poi a tre giorni andai a San Marco, e mi ha detto che io facessi motto a frà Girolamo che mi voleva parlare. E così andai a lui, ed inginocchiatomegli dinanzi, e' mi disse: «Io ho visto la bozza della tua lettera allo imperatore: sia contento non l'avere per male». Poi soggiunse: «La sta secondo il gusto mio e poco manca». E che voleva aggiungere alcune parole, e darmi copia di una lettera che aveva scritto al papa, perchè ve la inchiudessi. Ed io risposi essere contento a tutto, ecc.».

Ma poichè il frate procedea più sempre fino a non voler riconoscere altre autorità che di Dio e della propria coscienza, stimolato dalle nimistà cittadine, dalla gelosia d'altri monaci, e massime di frà Mariano da Genazzano, che in predica intitolava il Savonarola ebreone, ribaldone, ladrone, il papa rinnovò la scomunica «perchè alle apostoliche ammonizioni e comandamenti non ha obbedito», e vietava di ajutarlo, frequentarlo e lodarlo «siccome scomunicato e sospetto d'eresia».

I suoi discepoli, anche colla pruova del fuoco, si profersero a sostenere contro frati Francescani[274], 1º che la Chiesa di Dio ha bisogno d'esser rinnovata; 2º ch'essa verrà percossa; 3º dopo i flagelli essa e Firenze saran rinnovate e prospere; 4º gl'infedeli si convertiranno in Cristo; 5º queste cose si compiranno ai giorni nostri; 6º la scomunica contro frà Girolamo è nulla; 7º nè peccano quelli che non ne tengono conto.

Deponiamo l'entusiasmo che simpaticamente è eccitato dagli entusiasti, e viepiù dalla nobile e austera sembianza del Savonarola, e che cosa vi vediamo in somma? Il frate sostenere che la giustizia è perita, e in conseguenza restano esautorati il governo temporale e lo spirituale. Ma con ciò egli ergeva se stesso in giudice di tutti: non sarebbe stata giudice meglio competente la santa sede? No (egli risponde) perchè non è più santa, mentre santi sono i Piagnoni, i quali induce ad astinenze, ad austerità, a indietreggiare ai tempi di san Francesco e de' Fraticelli[275].